Il brand e l’etica

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L’articolo che da stamattina sta creando una quantità innumerevole di discussioni a proposito della supposta eticità della dieta vegana, ponendo l’accento su una serie di problemi di sfruttamento del territorio o dei lavoratori legati alla coltivazione o produzione di alcuni alimenti chiave della dieta vegana, o comunque consumati in gran parte dai vegani, ha un merito fondamentale: quello di ribadire che, ad oggi, l’unica scelta veramente etica a livello alimentare sarebbe il digiuno. E sostenere che la scelta vegana è etica in sé, poi se c’è sotto dello sfruttamento è colpa degli sfruttatori, è un po’ come dire che va benissimo fare continuamente acquisti su Amazon con il 25% di sconto, se Amazon sfrutta i dipendenti è un problema solo suo: un po’ ipocrita.

Qualunque scelta venduta come “etica” è, alla prova dei fatti e nel momento in cui la produzione degli alimenti è demandata a privati che operano con le stesse regole di mercato di chi commercializza elettrodomestici e voli low cost, una truffa. Parole come “bio”, “slow food”, “vegan” suggeriscono comportamenti e scelte apparentemente meritori, ma in realtà non sono altro che brand, tra l’altro molto spesso classisti, che creano eserciti di individui, sovente trasformandoli in adepti, convinti di una qualche superiorità morale che nella realtà non esiste.

Basta una semplice analisi del testo: dire, come da stanco ritornello degli amanti del “bio”, “certo, il bio costa un po’ di più, ma la qualità è tutta un’altra cosa” significa, a conti fatti, “io mi posso permettere di spendere di più per mangiare roba migliore, chi è più povero si fotta con i prodotti di scarto”. E questo non pone un problema molto diverso da quello sollevato da un articolo che rileva come il triplicare dei prezzi del quinoa, causato da ovvie dinamiche di domanda e offerta, comporti che per i poveri boliviani diventa più conveniente il cibo spazzatura americano.

È inconcepibile pensare di risolvere il problema dell’alimentazione di oltre 7 miliardi di persone con soluzioni a basso costo che prevedano un’etica accettabile del lavoro e uno sfruttamento non intensivo del territorio e degli animali senza le biotecnologie e l’ingegneria genetica. Il problema è che, grazie ad un gruppo di integralisti miopi ai limiti del complottismo, si è preventivamente impedito pressoché qualsiasi investimento pubblico in tal senso, accarezzando il mito del piccolo agricoltore con l’orto tipo i racconti della nonna. Questo ha lasciato terreno completamente libero alle multinazionali, che hanno guadagnato un vantaggio competitivo misurabile in anni e che si trovano oggi in una condizione difficilmente intaccabile di monopolio, dal quale offrono sementi ai prezzi che desiderano con la quasi certezza di venderli senza problemi: perché l’alternativa, per gli agricoltori, sono piante più deboli, più esposte alle infestazioni, da cui devono essere liberate con metodi antiquati ed inefficienti come il rame, che tra l’altro è un metallo pesante che viene in questo modo sparso sul terreno – il romanticismo dell’agricoltura di una volta.

Poi possiamo pure dire che il nostro obiettivo è proprio un mondo diverso, in cui l’alimentazione, come buona parte del resto, non sia nelle mani dei privati e non ci sia bisogno di politiche redistributive perché le inuguaglianze verranno impedite all’origine, ma nel frattempo i poveracci che coltivano la soia per due spicci e che tra tre anni avranno il territorio devastato perché la soia è terribilmente aggressiva, con cosa e come si prevede che si sostentino? Si fa una quantità enorme di discorsi sul come risolvere i problemi in teoria, strutturalmente e definitivamente, ma ogni tanto ci si dimentica della congiuntura: domattina, nel frattempo, che facciamo? Perché nel frattempo la produzione di quinoa in Bolivia è controllata da squali che sfruttano terreno e lavoratori, che il quinoa non possono nemmeno più permetterselo.

Questi sono discorsi che una persona molto intelligente della professione, l’agronomo del Ministero delle Politiche Agricole, ed incidentalmente romanziere, Antonio Pascale, porta avanti da anni, per lo più insultato o sbeffeggiato da gruppi che hanno personalmente avallato una serie di decisioni disgraziate che stiamo pagando carissime e continueremo a pagare per decenni. Perdonatemi se non intendo starli a sentire.

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A cidade de Lisboa

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Sintra e Cabo da Roca

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Capitalismo

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Cos’è il capitalismo?

Il capitalismo è stato il sistema economico grosso modo prevalente degli ultimi tre secoli. Funziona più o meno così: un tizio investe soldi, conoscenza e capacità organizzativa in un processo produttivo ed assume lavoratori per portare a termine l’attività; i lavoratori guadagnano un salario basato sostanzialmente sulle condizioni economiche e sulla reciproca forza contrattuale, mentre l’imprenditore vede remunerato il proprio investimento ed il lavoro di organizzazione mediante un profitto. In tutto questo, lo Stato serve a garantire la presenza di condizioni favorevoli all’attività economica, ad esempio il rispetto delle norme di concorrenza. L’associazionismo a tutela degli interessi di categoria, sia degli imprenditori che dei lavoratori, è consentito. Le banche fungono da intermediari tra il risparmio privato ed il finanziamento dell’attività imprenditoriale.

Esistono diversi gradi di limitazione e regolamentazione dell’attività economica. Ad esempio, lo Stato può anch’esso essere capitalista, ma senza fini di lucro, per gestire la produzione di beni e l’erogazione di servizi essenziali che non possono essere soggetti a transazione sul mercato, perché ad esempio altrimenti non tutti potrebbero avervi accesso, o perché l’eventuale fallimento dell’azienda erogante verrebbe a privare la collettività di qualcosa di indispensabile. Inoltre, lo Stato può in certa misura intervenire per evitare l’insorgere di un inaccettabile grado di sbilanciamento nella distribuzione della ricchezza, mediante politiche preventive (come l’imposizione di salari minimi) e correttive (come la tassazione progressiva ed il suo utilizzo per fini redistributivi).

Fin qui come stanno in teoria, ed utilizzando semplificazioni estreme, le cose. Vediamo perché l’attuale sistema economico non ha nulla a che vedere col capitalismo – no, nemmeno con il liberismo più selvaggio, quello secondo il quale lo Stato dovrebbe limitarsi al minimo indispensabile, se non proprio sparire del tutto.

Per cominciare, non c’è nessuna concorrenza. Il sistema economico è drogato da una quantità enorme di storture atte a creare vantaggio a chi è dimensionalmente rilevante: si basa sulle lobby, che possono permettersi di foraggiare i legislatori per ottenere in cambio quello che vogliono; in un sistema aperto esistono paradisi fiscali, dove chi può permettersi di piazzare la sede paga tasse minime, con enormi vantaggi competitivi; nel frattempo vengono mantenuti in vigore concetti di concorrenza dogmatici e ridicoli, che di fatto si ritorcono contro lavoratori e piccole aziende, non contro le società più grandi.

In molti casi i capitalisti non rischiano niente di proprio. In Italia, ad esempio, siamo pieni di imprenditori coi soldi degli altri: mettono su un’attività che permane indefinitamente sull’orlo della bancarotta, che non ha nessuna possibilità di competere alla pari sul mercato (in massima parte per incapacità gestionale, organizzativa e pratica), ma viene tenuta in vita, peraltro sulle spalle dei lavoratori e non di una dirigenza incompetente e strapagata, mediante contributi, aiuti di Stato ed altre gentili regalie, il tutto mentre i dipendenti devono sempre essere a disposizione dell’azienda.

Le banche acquisiscono i risparmi privati ma non finanziano attività produttive. Da anni gli istituti di credito preferiscono sottrarre soldi al circuito dell’economia reale per destinarli a rischiose operazioni speculative di breve periodo, mentre piccole e medie imprese non hanno accesso al credito e annaspano contro giganti che le soffocano col dumping fiscale e salariale, mentre tutti si dicono quanto è bello ordinare le cose su Amazon.

Gli Stati (così come gli organismi sovrastatali) hanno abdicato al ruolo di controllori, non per sparire come vorrebbero i liberisti, ma per gettarsi su quello dei facilitatori: si limitano ad osservare la realtà e, invece di combatterla ove si verifichino storture e si riscontrino comportamenti che violano le leggi e le regole essenziali, abbattono dette leggi e regole essenziali dicendo che il mondo è cambiato e le norme della convivenza civile devono essere superate, e costruendo una società a misura dei desiderata di lobby ed imprese.

Se domani si risvegliassero i teorici del capitalismo come Smith e Ricardo, tornerebbero immediatamente a dormire, depressi dopo aver constatato che il sistema economico è tornato al medioevo, con Facebook e Booking al posto dei signorotti locali e con eserciti di fessi che li idolatrano invece di combatterli. Sono loro, Facebook e Booking, Amazon e Google, i primi ad osteggiare apertamente la vera libera iniziativa economica, i principali e concreti anticapitalisti.

Capitalismo? Ma fatemi il piacere!

Primal Scream @ Ex Dogana, Roma, 16/7/2017

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Domenica scorsa a Roma c’era una grazia spaventosa di concerti. All’Olimpico c’erano gli U2 che festeggiavano i 30 di “The Joshua tree”, il capolavoro contenente “With or without you”, “I still haven’t found what I’m looking for”, “Running to stand still”, “Bullet the blue sky” e soprattutto “Where the streets have no name”, forse la più U2 di tutte le canzoni degli U2, l’album che ha dato il via ad una tournée mondiale che ha portato la band dublinese fino a vette inimmaginabili. All’Auditorium c’era Philip Glass, che a 80 anni suonati ripercorreva la sua opera pianistica – per chi volesse approfondire, consiglio il doppio CD in cui Valentina Lisitsa si cimenta nelle esecuzioni, a chi necessita di un assaggio direi di provare con i “Four movements”, nella versione per due pianoforti eseguita dalle sorelle Labèque – che è piuttosto distante dalle sue sperimentazioni elettroniche e minimali, ma è spesso di una bellezza accecante. All’Ex Dogana di San Lorenzo c’erano i Primal Scream, band scozzese dalla storia più che trentennale e dai mille volti, dal rock alternativo degli inizi alla psichedelia ed all’elettronica industrial, dai testi edonisti a quelli politicamente impegnati, da “Come together” a “Swastika eyes”.

Non ho neanche mai preso in considerazione l’idea di andare a vedere gli U2: prezzi proibitivi, band tronfia, un po’ bollita e molto lontana dagli ideali e dalla forza della loro storia vera, quella dei primi 15 anni di carriera. Con un’amica eravamo in dubbio se andare a vedere Glass o i Primal Scream, poi lei ha organizzato mentre io passavo la domenica in giro per ville a Tivoli (seguirà reportage fotografico, ma non prima di altri post legati ad altre peregrinazioni in giro per Portogallo ed Italia) e ha optato per le emozioni forti, il volume, la pancia, in una parola per il rock.

Premetto che non ho una conoscenza approfondita dei Primal Scream – anzi, tra i presenti ero uno di quelli che li conosceva meno. Aggiungo che i miei Primal Scream preferiti sono quelli che un mio amico una volta definì “truzzi”: quelli della gazzarra elettronica, del trance e dell’industrial, dei ritmi ossessivi e dei rumori alienanti; quelli di “Xtrmntr” e “Evil heat”, due dischi storti, pubblicati a cavallo del cambio di millennio, con molti punti di contatto ed alcune differenze cruciali – due capolavori travolgenti e bizzarri. Due dischi che, con l’eccezione di “Swastika eyes”, andando al concerto non immaginavo che avrei sentito molto rappresentati da una band che, alla fine della fiera, consta di voce, chitarra, basso, tastiere e batteria.

Dei 14 brani che Bobby Gillespie e soci hanno suonato, infatti, ne ho personalmente riconosciuti meno della metà. Ma il punto non è assolutamente questo. O forse lo è, ma di sfuggita: perché indipendentemente dall’aver riconosciuto poco, il concerto è stato sensazionale. I Primal Scream hanno approssimativamente la stessa età degli U2, ma hanno una voglia, un’energia, una passione che Bono e soci si sognano da tempo. Tengono il palco in modo esemplare, costruiscono il suono perfettamente, riarrangiano i loro brani per farli rendere al meglio e li suonano con passione e convinzione.

Il sound è pieno, acidulo e caldo, ben miscelato, sfrontato, efficace, spicca soprattutto l’onnipresente chitarra, potente, aggressiva ma mai invasiva, Andrew Innes è fantastico, è anche un discreto personaggio, in camicia e cappello; le tastiere sono un po’ sacrificate (ma quando serve si sentono benissimo), basso e batteria fanno il loro lavoro. I Primal Scream dal vivo sono una band spettacolare, anche con un pubblico tutto sommato freddino (a parte una mezza dozzina di ultras che Gillespie ad un certo punto ha persino dovuto zittire) risultano potenti, trascinanti. Fa tristezza dirlo, ma sono davvero una band d’altri tempi – i tempi in cui suonare e coinvolgere era quello che definiva una grande band e lo spettacolo era qualcosa di accessorio, non il punto centrale di un concerto.

Che altro dire? Ringrazio la mia amica per la scelta (sì, gliel’ho detto di persona e questa è solo una sviolinata, lo so), rimpiango solo di non averli mai visti in precedenza e consiglio a chiunque possa di andarseli a godere il prima possibile. I Primal Scream dal vivo sono una cosa memorabile.

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Miradouros de Lisboa

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Hiromi feat. Edmar Castaneda @ Arena Santa Giuliana, Perugia, 12/7/2017

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È la quarta volta che vedo Hiromi dal vivo: la prima, in un concerto solista ad inizio 2012, è stata quella che me l’ha fatta conoscere; la seconda e la terza nel 2014, due sere di seguito, prima all’Umbria Jazz in duo con Michel Camilo, poi a Pescara in trio con Anthony Jackson e Simon Phillips. L’altro ieri sera, 12 luglio 2017, di nuovo all’Arena Santa Giuliana di Perugia, dove si è presentata in duo con l’arpista colombiano Edmar Castaneda.

Prima di parlare dell’esibizione, una piccola lamentela: questa faccenda del doppio concerto con l’accoppiamento a casaccio è quanto di più controproducente io abbia mai visto. C’è in cartellone una star del calibro della pianista giapponese, in un concerto inedito a duo con un arpista, e la si costringe a suonare per un’ora e venti per far spazio a qualcun altro: e non a qualcun altro del medesimo ambiente culturale, che so, un altro pianista fenomenale, ma ad una che fa salsa. Davvero non capisco.

Hiromi e Castaneda sono saliti sul palco verso le nove e venti. I primi due brani sono risultati essere del repertorio del musicista colombiano, interessanti e con ottimi spunti di improvvisazione e fraseggi godibilissimi; il secondo, in alcuni momenti fantastico, è decollato dopo un intro molto lungo, in cui i due all’inizio sembrava stessero accordando gli strumenti. Poi il genio è salito in cattedra: ha cominciato con la sontuosa “Place to be”, dall’album omonimo per solo piano. Poi ha presentato una cover: ha detto che era un pezzo che voleva suonare da una vita, ma non sapeva come orchestrarlo, e finalmente ha trovato la giusta alchimia con Castaneda; ha detto che si trattava di un pezzo di una colonna sonora, di un film di cui sono usciti ad oggi 7 episodi, e l’ottavo uscirà a dicembre.

Mentre tutti ci aspettavamo una bizzarra versione pianistica della “Marcia imperiale” (no, non è vero, lo speravamo solo), Hiromi e Castaneda hanno attaccato il pezzo della Cantina Band, quello suonato nel locale in cui Luke Skywalker e Obi-Wan Kenobi assumono Han Solo e Chewie per farsi portare su Alderaan. Assolutamente geniale.

Il concerto si è poi concluso con una suite intitolata “Elements”, da circa 35 minuti di durata e divisa in 4 brani (“Air”, “Water”, “Earth”, “Fire”), composta da Hiromi per l’occasione – che non è il singolo concerto ma una tournée che va avanti da mesi. Ed è stato in questi 35 minuti che si sono raggiunte vette di un’altra categoria, espressiva, ma anche tecnica e di puro divertimento (sebbene l’esecuzione di “Place to be” sia stata sensazionale), con un’alternanza di brani eleganti, travolgenti, coccoli e ai limiti del comico superlativa ed una struttura ingegneristica. Una suite pazzesca, suonata, interpretata ed improvvisata in modo sublime, che mi auguro verrà prima o poi resa pubblica perché l’ascolto di una roba del genere non può rimanere un episodio isolato ad esclusivo vantaggio di chi Hiromi e Castaneda ha avuto ed avrà l’onore di vederli.

Per quello che i riguarda, una suite del genere, migliore anche di “Viva! Vegas” su “Place to be”, e probabilmente all’altezza dei tre brani indicati come “Music for three-piece orchestra” su “Spiral”, è un sostegno piuttosto conclusivo all’idea che Hiromi dovrebbe staccarsi, magari non in modo definitivo, dal Trio Project e tornare a comporre in maniera libera seguendo quello che le dice la testa – una testa molto creativa ed incredibilmente brillante.

A causa della fretta dettata dalla necessità di modificare il palco per il concerto successivo, niente bis. Peccato. Ripeto, io trovo che la scelta di non lasciare l’intera serata a Hiromi ed Edmar Castaneda sia stata incomprensibile. E non solo perché per me avrebbero potuto andare avanti a suonare fino alle quattro del mattino emozionandomi continuamente senza mai stancarmi, ma perché Hiromi è oramai da tempo una numero uno vera, che sposta gente e con la quale i musicisti fanno la fila per collaborare. E non si può mettere fretta al genio.

Meravigliosa. Io continuo ad aspettarla a Roma.

Ani DiFranco @ Laghetto di Villa Ada, Roma, 4/7/2017

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Premetto: amo Ani DiFranco dal 1998, per alcuni periodi si è trattato di un amore particolarmente intenso; “Living in clip”, “Little plastic castle” e “To the teeth” sono stati poco meno che delle bibbie per me; tra il 2000 ed il 2004 l’ho vista dal vivo 4 volte, con diversi tipi di band ed accompagnata da un contrabbassista; per un lungo periodo Ani D. è stata una delle mie fonti di citazioni più saccheggiate, di gran lunga la più utilizzata su argomenti seri; il suo modo di esprimersi, di raccontare o semplicemente sputare fuori certe cose si sposa perfettamente con la mia sensibilità e la mia persona. Quindi io ieri sera, 4 luglio 2017, al laghetto di villa Ada, non ho assistito al concerto di una cantautrice americana: ho rivisto un vecchio amore. E non sarò mai in grado di parlarne razionalmente.

E dunque, ieri sera. Temevo un po’ l’effetto nostalgia: primo perché non ascolto tantissimo Ani D. da qualche tempo, secondo perché i 12 anni trascorsi dall’ultima volta che l’ho vista dal vivo sono passati per tutti, e l’idea che miss DiFranco potesse aver in parte esaurito la spinta propulsiva, o che io potessi non trovarmi più in sintonia col suo linguaggio mi spaventava un po’. Poi Ani, attorno alle dieci di sera, è salita sul palco. E no, non siamo tornati tutti nel 2002: eravamo tutti ben consapevoli del tempo. Il punto, anzi, è proprio questo: ci siamo ritrovati. Non come se gli anni non fossero trascorsi, ma come se avessimo continuato a vederci tutti i giorni.

Piccola divagazione. Ani DiFranco somiglia concettualmente ad artisti come Dave Matthews o Tori Amos: la scaletta dei suoi concerti attinge ad un repertorio enorme in maniera libera ed onnicomprensiva; letteralmente, in un concerto può suonare qualsiasi pezzo, da qualsiasi disco. Certo, ci sono dei preferiti (tipo “Gravel” e “Shameless”) e dei brani che non suona quasi mai, ma ogni concerto fa storia a sé tra canzoni nuove, canzoni vecchie, canzoni vecchissime. Impossibile aspettarsi qualcosa, tuttavia ognuno può sempre sperare che attinga almeno un brano dal suo pantheon personale: ricordo ancora i brividi di quando nel 2001 attaccò “Done wrong”; ieri invece mi ha regalato “32 flavors”. Speravo almeno una tra “The diner”, “Swan dive” e “Untouchable face”, ma niente.

Il concerto dicevamo. La prima, ottima, notizia è stata che era accompagnata da due tizi, un batterista ed un contrabbassista, e per quello che mi riguarda la sua musica, almeno quella vecchia, rende al meglio se suonata in trio. La seconda è che ha iniziato a suonare: si è presentata al pubblico con “Two little girls”, seguita da “As is”, entrambe da “Little plastic castle”: il mio cuore ha ringraziato sentitamente.

In realtà, non c’è molto altro da dire, o meglio ce n’è una, concisa e compendiosa: è stato un concerto di Ani DiFranco. Ha quasi 47 anni, ma è come se ne avesse 30, per energia, voglia, passione e cose da dire. È come è sempre stata: travolgente, divertente, intensa, emozionata ed emozionante, con la sua voce, le sua chitarre acustiche e le sue unghie finte (che si è dovuta frettolosamente e un po’ comicamente riattaccare alle dita quando dietro l’insistenza del pubblico, incoraggiato dai tecnici, ha deciso di uscire una seconda volta per un ulteriore bis) per torturarne le corde e farne suoni pazzeschi a tremila note al minuto. Ha una storia da raccontare, oggi, una storia lunga: può guardare alla rabbia del suo primo decennio con una consapevolezza diversa, ma non l’ha né rinnegata né attenuata, e non ha rinunciato alla lotta, alla politica, al femminismo, all’uguaglianza. Per cui eccola che, anche nei pezzi nuovi, parla di sé e delle sue battaglie, con una maturità che a 26 anni non aveva, ma sempre in prima persona, senza predicare o pontificare e senza la calma ipocrita di chi guarda da fuori. Altro che effetto nostalgia, lei è sempre lì, orgogliosamente sulle barricate, chi è invecchiato, dentro molto più che fuori, al massimo è chi la va ad ascoltare.

C’è solo una cosa da fare: ringraziarla. Che gioia averla vista!

La classe dirigente

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Un film dimenticato dai più perché incredibilmente sottovalutato è “La classe dirigente” (“The ruling class” in originale). Peter O’Toole vi interpreta Jack Gurney l’erede di una famiglia di pari inglesi che, a seguito della morte del padre, eredita il patrimonio di famiglia, titolo e seggio alla Camera dei Lord compresi. Solo che Jack è degente di un ospedale psichiatrico perché si crede la reincarnazione della Trinità. La famiglia allora cerca di tenere sotto controllo le sue manie, che includono una discreta collera divina, e di renderlo presentabile – presentabile, non sano – di modo che possa passare per eccentrico invece di essere considerato pazzo. Alla fine è Jack stesso a capire che una cosa del genere gli conviene: si rivolta contro la famiglia, si ripulisce e reclama il titolo per utilizzarlo in prima persona, non come emanazione dei parenti. Dopodiché ricomincia a delirare, ma da uno scranno di potere, non da dentro un manicomio.

La pellicola è geniale, ferocemente satirica, splendidamente grottesca con un utilizzo sapiente dell’iperbole, ed il suo unico limite è che si ride moderatamente perché è nel concetto fin troppo amara. È anche piuttosto lunga, dura circa due ore e mezza.

Ecco, le vicende del Conte Jack Gurney mi ricordano abbastanza da vicino quelle del Movimento 5 Stelle. Una manica di persone instabili, che vedono sé stesse un po’ come una sorta di giustizieri della notte, convinti di trovarsi in un universo parallelo in cui le loro sparate hanno un senso, che accanto a tanti squilibrati non sembrano nemmeno troppo più matti degli altri, riesce a raggiungere in qualche modo le posizioni di potere, che siano esse una poltrona da sindaco o semplicemente un numero rilevante di parlamentari, per poi continuare a dire cose senza senso, sapendo che nessuno di loro sarà considerato diversi dall’infinità di irresponsabili che popolano la classe dirigente italiana.

Quando si trovano a governare, questi signori si dimostrano di un’inettitudine con pochi precedenti. Non voglio sostenere che Renzi in 3 anni a Palazzo Chigi abbia dimostrato una qualsivoglia abilità amministrativa, né che Salvini sarebbe capace di fare alcunché, ma gli eletti del M5S brillano da un lato per spocchia e presunzione, dall’altro per la loro incrollabile fiducia che basterà la loro ostentata idea di essere dei castigamatti della corruzione per far evaporare i sistemi clientelari che reggono la vita pubblica dell’Italia, salvo poi scontrarsi con una realtà in cui non basta dire “io sono onesto” per far sì che burocrazia e malaffare consegnino le armi e si ritirino in buon ordine – la cosa fantastica è come ci rimangono quando se ne accorgono.

È di questi giorni un’incredibile esternazione di Luigi Di Maio, probabilmente il personaggio più grottescamente antipatico dell’intera galassia grillina, un insopportabile alter ego di Renzi altrettanto populista, ignorante e paraculo, secondo la quale il M5S si ispirerebbe a Berlinguer, ad Almirante ed alla DC. Cioè ad un segretario storico del Partito Comunista, ad un fascista conclamato, repubblichino mai pentito più volte attenzionato dalle Procure per le sue posizioni anticostituzionali, e ad un partito a-ideologico che ha governato il paese per 40 anni con sistemi clientelari e raccomandazioni, in cui convivevano decine di correnti e che si reggeva solo ed esclusivamente sull’amore per il potere ed il suo esercizio. Il tutto mentre a Roma Virginia Raggi delira di funivie mentre non riesce a garantire un servizio di autobus nemmeno passabile, vagheggia di rifiuti zero mentre nel centro i camion della nettezza urbana passano ad intervalli irregolari ed imprevedibili, e straparla di decoro urbano mentre si accanisce contro i centri accoglienza, perché l’obiettivo non è aiutare i poveri ma farli sparire dalla vista.

Quello che vorrei fosse chiaro è che Di Maio, Di Battista, Fico, Raggi, Appendino e compagnia predicante non sono né degli eccentrici né delle persone con delle posizioni un po’ estreme ma di buona volontà: esattamente come Peter O’Toole in “La Classe Dirigente”, sono semplicemente degli squilibrati incapaci di pensiero critico e di qualsivoglia abilità pratica, e per di più fortemente attratti dall’autoritarismo.

Il buco nel tabellone

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È passata una settimana da quando Jelena Ostapenko si è ritrovata al numero 12 della classifica WTA dopo aver vinto a sorpresa gli Internazionali di Francia di tennis, battendo in finale la favorita Simona Halep, quindi proverò a fare alcuni ragionamenti a mente fredda.

Comincio tuttavia col mettere le mani avanti: Simona Halep è una delle mie protégée tennistiche, assieme a Daria Gavrilova e prima di Agnieska Radwanska, Maria Sharapova e Caroline Wozniacki. Jelena Ostapenko, assieme ad Anett Kontaveit e a Daria Kasatkina, è il talento in ascesa che guardo con più simpatia e curiosità. Detto questo, chiarita senza ulteriori dubbi la mia aperta faziosità, passiamo al nocciolo della questione.

Si è detto da più parti che, a causa della situazione contingente del tennis femminile, questo Roland Garros avrebbe potuto vincerlo chiunque ed in effetti così è stato. Per prima cosa, contesterei questa affermazione: in assenza di Serena Williams e Maria Sharapova, con la Kvitova e la Azarenka al rientro dopo tanto tempo, con la Kerber in condizioni approssimative e la Muguruza che non ha capitalizzato la vittoria a Parigi del 2016, l’inizio di stagione è stato per così dire incerto, è vero. Tuttavia, nella stagione su terra una giocatrice ha registrato il seguente ruolino: al pomeriggio del 9 giugno, semifinale a Stoccarda, vittoria a Madrid, finale a Roma persa per infortunio e finale a Bois De Boulogne avendo battuto durante il percorso Svitolina e Pliskova, le due giocatrici che avevano totalizzato più punti durante il 2017. Io a questa serie di risultati non so che altra definizione dare se non “dominio”: Simona Halep ha dominato la stagione sul rosso – avrebbe potuto vincere di più, certo, ma è sempre stata la giocatrice da battere.

A Parigi il 10 giugno è stata battuta da Jelena Ostapenko. Ora, probabilmente la Halep ha sofferto di ansia da prestazione e ha sottovalutato non tanto l’avversaria, quanto la sua potenza, pensando che fare il muro di gomma contro una ventenne che picchia e basta sarebbe stato sufficiente a mandarla al manicomio, ignorando però quanto la giovane lettone picchiasse forte e fosse capace di perseveranza. Il punto però è che Jelena Ostapenko il suo capolavoro non l’ha fatto in finale, una finale che comunque si è andata a prendere con grinta e merito: l’ha fatto per arrivarci.

È partita da numero 47 del mondo. Era nel sedicesimo di finale della Kerber, che però ha pensato bene di farsi eliminare al primo turno. Di conseguenza, a partire dal terzo turno la Ostapenko ha incontrato in sequenza di avversarie sulla carta favorite per ragioni di classifica e pedigree, ma non troppo: tutte tenniste che una giovane in ottima forma, in estrema fiducia e scema abbastanza da essere irresponsabile e dunque difficile da scalfire, avrebbe potuto battere: nell’ordine, Lesia Tsurenko, Samantha Stosur, Caroline Wozniacki, Timea Bacsinszki.

Ha ignorato per ben 4 partite la crescente pressione, esercitata molto più dall’interno, dall’osservare che l’impresa in effetti si poteva portare a termine, che da un mondo che avrebbe senza dubbio considerato normale e comprensibile una sconfitta contro qualunque delle sue avversarie. E ci vuole davvero tanta, tanta freddezza per affrontare prima un’ottima tennista in fase calante di carriera sapendo che ce la puoi fare e se ci riesci vai dritta ai quarti di uno slam, e vincere; poi una ex numero uno del mondo che per tanti motivi è alla tua portata, con l’idea che se la batti te ne vai alle semifinali del Roland Garros, e vincere ancora; infine una ex semifinalista di Parigi, numero 30 del mondo e come tale del tuo livello, sapendo che puoi vincere, sapendo che la finale degli Internazionali di Francia è lì, alla tua portata, ma prima devi giocare una partita al massimo, e riuscendoci.

La Ostapenko ha indubbiamente sfruttato una moria delle vacche nel tabellone, ma il buco era lì per tutte, e lei è stata l’unica capace di reggere la pressione di sapere che in fondo, partita dopo partita, ce la poteva fare, tanto che alla fine ce l’ha fatta – non a raggiungere la finale contro la 3 del mondo e favorita del torneo, ma a vincerla. Ora deve confermarsi: ecco, se c’è qualcosa che mi fa pensare che in qualche modo ce la potrà fare sono la freddezza e la consapevolezza con cui ha affrontato e battuto due avversarie alla sua portata al suo primo quarto ed alla sua prima semifinale slam.