Il buco nel tabellone

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È passata una settimana da quando Jelena Ostapenko si è ritrovata al numero 12 della classifica WTA dopo aver vinto a sorpresa gli Internazionali di Francia di tennis, battendo in finale la favorita Simona Halep, quindi proverò a fare alcuni ragionamenti a mente fredda.

Comincio tuttavia col mettere le mani avanti: Simona Halep è una delle mie protégée tennistiche, assieme a Daria Gavrilova e prima di Agnieska Radwanska, Maria Sharapova e Caroline Wozniacki. Jelena Ostapenko, assieme ad Anett Kontaveit e a Daria Kasatkina, è il talento in ascesa che guardo con più simpatia e curiosità. Detto questo, chiarita senza ulteriori dubbi la mia aperta faziosità, passiamo al nocciolo della questione.

Si è detto da più parti che, a causa della situazione contingente del tennis femminile, questo Roland Garros avrebbe potuto vincerlo chiunque ed in effetti così è stato. Per prima cosa, contesterei questa affermazione: in assenza di Serena Williams e Maria Sharapova, con la Kvitova e la Azarenka al rientro dopo tanto tempo, con la Kerber in condizioni approssimative e la Muguruza che non ha capitalizzato la vittoria a Parigi del 2016, l’inizio di stagione è stato per così dire incerto, è vero. Tuttavia, nella stagione su terra una giocatrice ha registrato il seguente ruolino: al pomeriggio del 9 giugno, semifinale a Stoccarda, vittoria a Madrid, finale a Roma persa per infortunio e finale a Bois De Boulogne avendo battuto durante il percorso Svitolina e Pliskova, le due giocatrici che avevano totalizzato più punti durante il 2017. Io a questa serie di risultati non so che altra definizione dare se non “dominio”: Simona Halep ha dominato la stagione sul rosso – avrebbe potuto vincere di più, certo, ma è sempre stata la giocatrice da battere.

A Parigi il 10 giugno è stata battuta da Jelena Ostapenko. Ora, probabilmente la Halep ha sofferto di ansia da prestazione e ha sottovalutato non tanto l’avversaria, quanto la sua potenza, pensando che fare il muro di gomma contro una ventenne che picchia e basta sarebbe stato sufficiente a mandarla al manicomio, ignorando però quanto la giovane lettone picchiasse forte e fosse capace di perseveranza. Il punto però è che Jelena Ostapenko il suo capolavoro non l’ha fatto in finale, una finale che comunque si è andata a prendere con grinta e merito: l’ha fatto per arrivarci.

È partita da numero 47 del mondo. Era nel sedicesimo di finale della Kerber, che però ha pensato bene di farsi eliminare al primo turno. Di conseguenza, a partire dal terzo turno la Ostapenko ha incontrato in sequenza di avversarie sulla carta favorite per ragioni di classifica e pedigree, ma non troppo: tutte tenniste che una giovane in ottima forma, in estrema fiducia e scema abbastanza da essere irresponsabile e dunque difficile da scalfire, avrebbe potuto battere: nell’ordine, Lesia Tsurenko, Samantha Stosur, Caroline Wozniacki, Timea Bacsinszki.

Ha ignorato per ben 4 partite la crescente pressione, esercitata molto più dall’interno, dall’osservare che l’impresa in effetti si poteva portare a termine, che da un mondo che avrebbe senza dubbio considerato normale e comprensibile una sconfitta contro qualunque delle sue avversarie. E ci vuole davvero tanta, tanta freddezza per affrontare prima un’ottima tennista in fase calante di carriera sapendo che ce la puoi fare e se ci riesci vai dritta ai quarti di uno slam, e vincere; poi una ex numero uno del mondo che per tanti motivi è alla tua portata, con l’idea che se la batti te ne vai alle semifinali del Roland Garros, e vincere ancora; infine una ex semifinalista di Parigi, numero 30 del mondo e come tale del tuo livello, sapendo che puoi vincere, sapendo che la finale degli Internazionali di Francia è lì, alla tua portata, ma prima devi giocare una partita al massimo, e riuscendoci.

La Ostapenko ha indubbiamente sfruttato una moria delle vacche nel tabellone, ma il buco era lì per tutte, e lei è stata l’unica capace di reggere la pressione di sapere che in fondo, partita dopo partita, ce la poteva fare, tanto che alla fine ce l’ha fatta – non a raggiungere la finale contro la 3 del mondo e favorita del torneo, ma a vincerla. Ora deve confermarsi: ecco, se c’è qualcosa che mi fa pensare che in qualche modo ce la potrà fare sono la freddezza e la consapevolezza con cui ha affrontato e battuto due avversarie alla sua portata al suo primo quarto ed alla sua prima semifinale slam.

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Un giorno a Bologna

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Il non morto

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Trovo francamente piuttosto naif tutta questa sottintesa sorpresa mista a disgusto che accompagna la apparente ripresa della destra, dove per “destra” si intendono Salvini e il redivivo (anche perché mai veramente redimorto) Berlusconi, osservata nel primo turno delle elezioni amministrative. Dal mio canto, non capisco cosa ci si potesse aspettare di diverso. Per diversi tipi di ragioni. Vediamo meglio.

Come al solito, l’astensione è su livelli impensabili sono una quindicina di anni fa. Ora, sostanzialmente dal 1994 la vita politica italiana è stata incentrata su un solo personaggio, Silvio Berlusconi; nella sua ombra ha vivacchiato tutta una serie di personaggi minori, chi stando dalla sua parte chi fingendo di opporglisi. Dal 2013, un tizio di nome Matteo Renzi ci ha raccontato di averlo fatto fuori, mentre in realtà ci ha fatto un accordo, per cui Berlusconi, che, va ricordato, è ancora proprietario di reti televisive e giornali, ha sempre limitato gli attacchi e la delegittimazione nei suoi riguardi perché il principino del PD non sembrava intenzionato a creargli problemi. Nel frattempo, però, Renzi si è dimostrato, in tre lunghi anni, di una spocchia paragonabile a quella del predecessore e se possibile ancora più inetto ed incompetente. Lo stesso è successo col M5S (ometterò qui qualsiasi discorso, che pure sarebbe da fare, su come la stampa sia in grado di far sembrare ingigantite le pur colossali inettitudini di Raggi, Appendino, Di Maio e compagnia altezzosamente predicante).

Ora, sia il PD renziano che il M5S hanno sempre, con una certa pervicacia ed una spocchia degna di miglior causa, spiegato all’elettorato che loro non sono di sinistra, e che fanno bene a non esserlo: le ideologie sono morte, chi si ispira ad ideali marxisti o keynesiani è fuori dalla storia, e comunque le elezioni si vincono al centro, e magari pure a destra, viva la Clinton e abbasso Sanders (infatti poi abbiamo visto come ha vinto, la Clinton), viva Macron e abbasso Corbyn, viva il PSOE e abbasso Podemos. Da tempo c’è una gran corsa a conquistare l’elettorato cosiddetto “moderato”, che in realtà è una rissa per convincere chi è fondamentalmente di destra ma non lo ammette pubblicamente, ignorando completamente quello schierato ideologicamente a sinistra, perché tanto si dà per scontato che un partito che in pubblico polemizza coi deliri di Salvini catalizzi automaticamente la preferenza di chi si dichiara, ad esempio, antirazzista.

Il punto però è che a forza di governare con la destra, fare le moine alla destra, cercare di piacere alla destra e soprattutto assumere posizioni e varare provvedimenti palesemente di destra, come il Jobs Act ed il decreto Minniti, l’elettorato di sinistra stenta a vedere delle vere differenze tra Salvini e la Meloni da un lato e Renzi e Gentiloni dall’altro. Quindi, semplicemente, in assenza di alternative (che ci sarebbero, come Civati e Fratoianni, ma sui giornali e in televisione non devono comparire per quello che sono, altrimenti poi la truffa la capiscono tutti), le persone di sinistra smettono di andare a votare. Nel frattempo, a forza di dimostrarsi completamente inetti ed incapaci, va a finire che la destra i voti degli elettori di destra se li riprende.

Insomma, inettitudini di destra per inettitudini di destra, tanto vale votare direttamente, non tanto per l’inetto originario, quanto per quello che si dichiara apertamente di destra e, ad esempio, combatte l’aborto e le unioni omosessuali, invece di uno che non combina niente lo stesso, ma coccola, per convincere i sette elettori di sinistra rimastigli, un tipo di diritto civile incompatibile con le concezioni medievali dei conservatori italici.

Quindi, quelli di sinistra hanno capito l’inganno e smettono di votare, quelli di destra hanno capito che le alternative sono incapaci quanto Berlusconi se non peggio e tornano all’ovile: risultato, Berlusconi riguadagna quattro voti, l’astensione aumenta soprattutto tra gli ex elettori dei suoi cosiddetti avversari. I risultati mi sembrano sotto gli occhi di tutti.

Dal che la domanda: ma il PD e il M5S, fatti salvi i tifosi e le persone che fanno politica per interesse personale, esattamente chi li dovrebbe votare?

Anne Brontë: “La signora di Wildfell Hall”

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Ho comprato e letto questo libro a seguito di una breve conversazione su Twitter con una tizia che chiedeva ai suoi follower quale fosse la loro sorella Brontë preferita: avendo io letto materiale solamente di Emily (“Cime tempestose” e qualche poesia) e di Charlotte (“Jane Eyre” e “Villette”), e nulla di Anne, non potevo rispondere compiutamente alla domanda. Mi è stato allora consigliato di leggere quanto prima “La signora di Wildfell Hall”: essendo il libro disponibile nella libreria sotto casa a 4,90 euro, ho seguito il consiglio.

Il libro sostanzialmente consta di due romanzi quasi separati: una narrata da un uomo che ricorda degli eventi accadutigli anni prima tramite delle lettere ad un amico, la seconda raccontata tramite un diario da una giovane donna, ed è in pratica un flashback che si conclude con l’inizio della prima; nella terza e conclusiva parte, le due sottotrame convergono fino a giungere al finale.

Dal punto di vista stilistico, quindi, la più giovane delle sorelle Brontë si è andata a cacciare in un guaio di discrete proporzioni, essendosi posta l’obiettivo di narrare una vicenda da due punti di vista separati, tra l’altro fino ad un certo punto confliggenti, peraltro di sessi diversi. Purtroppo però c’è da dire che è molto discutibile che ci sia riuscita.

Parlando del contenuto, il libro è superlativo, forte, innovativo e ben più radicale persino di “Villette”, il romanzo di Charlotte Brontë che parla degli sforzi di una giovane donna di autodeterminare il proprio destino e dirigere in modo autonomo e consapevole la propria vita. In “La signora di Wildfell Hall” abbiamo a che fare di una donna che si ritrova con un marito alcoolizzato, privo di freni ed abusivo e decide di riprendere il controllo della propria vita, che fa delle scelte radicali per l’epoca, con una lucidità, una razionalità ed una capacità di guardare oltre il tornaconto personale e gli effetti immediati delle proprie scelte che la rendono una persona estremamente moderna anche comparata con svariati personaggi letterari contemporanei. Anche le minuziose e realistiche descrizioni degli effetti dell’abuso di alcool nei rapporti sociali ed individuali sono un notevole elemento di innovazione del romanzo.

Parlando dello stile, invece il discorso è un tantino più complicato. La scrittura è in buona sintesi spaccata in due – la narrazione ed i dialoghi. La prima scorre via per lo più piacevolmente ed in modo elegante e misurato; i secondi invece, anche quelli interiori, sono schematici e scolastici, infarciti di esagerazioni e discorsi da stracciamento di vesti che diventano molto rapidamente patetici, melliflui e ripetitivi. Siamo molto lontani dal lirismo di Emily e da Heathcliff che implora lo spettro di Cathy di perseguitarlo.

La parte scritta in prima persona dalla protagonista è molto interessante, anche in presenza di dialoghi assurdi ed imbarazzanti e di gente che si rende ridicola ogni volta che apre bocca, che sia per dichiarare amore imperituro o per dire scemenze in preda all’alcool: un pragmatismo che si confronta molto bene con quello di Charlotte, all’interno di una storia per molti versi più terribile, perché parla di presa di coscienza, responsabilità e cambiamento, non di formazione; la parte riferita dal giovane uomo è invece vagamente patetica nel suo insieme, perché non racconta una serie di situazioni in cui le persone accanto a lui si cacciano in situazioni infelici o patetiche mentre lui cerca di tamponarle, il primo a fare figure misere, oltretutto in continuazione, è proprio il narratore. E, diciamocelo, leggere di un servo della gleba che si rende ridicolo a ripetizione non è esattamente un piacere.

In conclusione, si tratta di una bellissima storia, con una quantità spropositata di elementi di rottura per l’epoca e molto istruttiva nell’ambito dell’origine del femminismo (qui abbinato ad un superbo senso del dovere) oltre che di molte altre cose di importanza ed elevatezza notevoli, che alla buona società dell’epoca devono essere piaciute pochino, ma inserite in un libro che proprio bellissimo non è: è un piacere leggerlo solamente quando a parlare è la signora Graham/Huntingdon, certo non quando parla il piuttosto ridicolo signor Markham – davvero, l’identificazione del lettore è ardua se non impossibile con lui. Peccato, però.

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Astrofili a Guadagnolo

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Jesca Hoop @ Blackmarket, Unplugged in Monti, Roma

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Ieri sera, 25 maggio 2017, Jesca Hoop ha tenuto il suo primo concerto in Italia nella singolare ma terribilmente affascinante atmosfera del Blackmarket, a via Panisperna, Roma, organizzato da Unplugged in Monti. Questo è, di per sé, un elemento di profonda tristezza: è terribile che una come Jesca Hoop, una splendida signora di 42 anni portati meravigliosamente, che ha alle spalle una carriera decennale, 4 album solisti, uno in collaborazione, qualche EP, un paio di dischi di rivisitazioni ed un’attività live che la pone tra quelle che farebbero venire la pelle d’oca ad una lastra di vetro, a Roma non riesca a smuovere un pubblico superiore alle 50-60 persone, di cui diverse più per il richiamo dell’organizzatore (superlativo come sempre, comunque) che dell’artista. Sconcertante che una parte dei presenti, una mezza dozzina di persone chiaramente capitate lì per errore, se ne sia andata prima della fine e non particolarmente incoraggiante che ci fosse chi ogni tanto abbandonava il suo posto per andare a prendere da bere nella sala accanto.

C’è da dire una cosa, comunque: Jesca Hoop non la conosce nessuno perché non è promossa. Non si è nemmeno mai esibita su KEXP, la radio di Seattle che oramai è diventata un faro nella divulgazione della musica indipendente. Ma ieri, alla fine del concerto, quando con la sua mise vaporosa si trovava fuori dal Blackmarket a fare quattro chiacchiere col suo pubblico ed a firmare dischi e poster, quelli entusiasti erano la maggioranza schiacciante.

Il concerto, dicevamo. Siccome al Blackmarket devono smontare tutto entro una certa ora, Jesca Hoop è stata mandata sul palco alle nove e un quarto. Lo ha raggiunto con qualche difficoltà, visti l’ingresso unico per spettatori ed artisti, un vestito ingombrante e le sedie e gli sgabelli per il pubblico sistemati in sala stile Tetris. Erano in due a suonare: Jesca, con voce e chitarra, e Corona, con chitarra, bodhran e voce. La qualità vocali della Hoop sono quelle che sono: discreta estensione, buon controllo, potenza scarsa. Anche le sue virtù come strumentista risultano adeguate ma non molto di più. Ma il punto non è questo.

Il punto è che Jesca Hoop è oltre tutto ciò. Lei compone, scrive, suona, canta e si esibisce perché ha bisogno di farlo e perché lo sa fare. È una delle tante prove viventi che non conta quanto sei capace di fare, ma come lo fai. Jesca Hoop non sa cantare e suonare nel senso che ha i mezzi tecnici di una professionista di livello, ma nel senso che sa creare un’atmosfera e riempirla di sé stessa e delle sue emozioni, sa farlo in modo originale e creativo e sa coinvolgere chi ha davanti in modo immediato e diretto, ma non banale e scontato.

Chi è andato al Blackmarket a cercare la perfezione esecutiva, l’originalità sonora, la complessità compositiva, ieri è rimasto deluso. Chi ci è andato alla ricerca di una serata intensa, elegante, soffice e malinconica, si è trovato a casa. Una dozzina di brani da svariati lavori, alcuni dalla sua ultima pubblicazione, “Memories are now”, ma anche da “Hunting my dress” (una “Tulip” sontuosa), datato 2009, e un paio dal preziosissimo “Snowglobe” (“City bird”, cazzo!), EP del 2011; in qualche modo pezzi unici per ispirazione, umore e scelte di produzione, eppure ieri sera sarebbe stato difficile, per uno che non l’aveva mai sentita, riconoscere un pezzo recente da uno più datato: semplicemente, Jesca Hoop si è calata in un’atmosfera, un sentimento dolce, scuro e carezzevole e lo ha dipinto aggiungendo una pennellata dopo l’altra, cullando e coccolando i suoi ospiti.

Avrebbe potuto continuare a suonare per sei ore, nessuno si sarebbe stancato. Non è una musica che sfinisce, quella di Jesca Hoop, e lei non è il tipo di artista che mette chi la ascolta davanti all’abisso. Rachael Yamagata lo fa, e da un suo live si esce a pezzi. Jesca ti coccola, ti seduce e ti porta in un mondo notturno, vagamente dimesso e bellissimo. E fa lo stesso quando parla – sottovoce, con classe ed eleganza, riesce ad essere fine persino quando ti da indirettamente del “motherfucker”.

Non si esce distrutti da un concerto del genere. Si esce sedotti, riempiti, rilassati, anche se si avrebbe voluto avere di più. Si esce a fare due chiacchiere, tra di noi e con lei, a stringerle la mano ed a ringraziarla per la serata, bellissima e sottile, dolce e memorabile. Un concerto meraviglioso, un’artista meravigliosa.

La divulgazione scientifica

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Per il secondo anno consecutivo, maggio era iniziato come una coda di inverno. L’anno scorso avevamo avuto un mese di maggio incredibilmente piovoso, dominato dai venti occidentali, con temperature simili a quelle di fine marzo, e concluso magnificamente con un ponte del 2 giugno sotto l’acqua e con massime attorno ai 18°. Quest’anno, dopo un febbraio molto mite, abbiamo avuto tempo incerto e venti da Nord per i primi 10 giorni – e, fatta eccezione per brevi periodi, la tramontana non era mai davvero andata via, era proprio la stessa dell’inverno.

A metà novembre, invece, avevamo avuto una decina di giorni incredibilmente caldi (temperature sui 18°, forte umidità che aveva comportato temperature percepite anche più alte) ed il 21 dicembre, solstizio d’inverno, era sembrato un giorno di primavera – bel tempo, temperature parecchio sopra i 10°.

Qual è la differenza tra queste due situazioni decisamente insolite? Che nella prima, non succede niente; nella seconda, partono le filippiche sul riscaldamento globale. E sul riscaldamento globale la prostituzione intellettuale dei media è particolarmente evidente.

Se c’è un problema, comunicarlo in modo inefficace, sensazionalistico e scientificamente inattendibile è la cosa più stupida e controproducente che si possa fare. Parlare del riscaldamento globale solo quando fa caldo e dimenticarsene completamente quando fa freddo (cosa che accade regolarmente, e non solo a livello mainstream, da anni) dà a chi segue l’argomento in modo superficiale la sensazione che il problema sia solamente di percezione. A maggior ragione se si fa un titolo, o un discorso in generale, a seguito di una giornata od una settimana eccezionalmente calda. Dire “il 21 dicembre non dovrebbero fare 15°, è colpa del riscaldamento globale” è esattamente la stessa cosa che prendere la notizia di uno scippo effettuato da due algerini per stigmatizzare l’immigrazione: una manipolazione. La realtà è che la singola osservazione fuori schema è semplicemente quello che è: un dato anomalo che rientra nella casistica di un fenomeno aleatorio.

Chi fa comunicazione sul riscaldamento globale sulla base delle giornate calde è un manipolatore, esattamente come chi fa propaganda sulla sicurezza il giorno dopo un evento violento imprevedibile. Nei fatti, rema letteralmente contro chi il problema vorrebbe affrontarlo e risolverlo davvero, perché crea allarmismo e regala spazio a chi vuole trasformare un concetto complesso e delicato in un’emergenza da gestire con metodi approssimativi, poco efficaci ma di grande impatto politico.

Peraltro, dire, come si è sentito, che il 2016 è stato l’anno più caldo mai registrato, è in sé manipolatorio: prima di tutto bisognerebbe definire esattamente cosa sia la temperatura media globale del 2016 – un costrutto talmente complesso e strutturato che anche solo definirlo e delimitarlo è pressoché impossibile (“mondo” e “anno” sono concetti continui, ancorché limitati: quante e quali misurazioni bisognerebbe effettuare nello spazio? E nel tempo? Come essere sicuri della copertura? Come e con quali dati precedenti effettuare le comparazioni?). Anche si fosse in grado di farlo, inoltre, bisognerebbe tenere conto da un lato dell’accuratezza delle misurazioni, che sono valide e sufficientemente diffuse forse da una sessantina d’anni, della variabilità geografica e temporale delle stesse, e soprattutto scontare il tutto con l’attività solare, che da un anno all’altro varia di poco, ma comunque presenta delle variazioni (ad esempio, in questi anni l’attività solare è al minimo per quello che riguarda la presenza di macchie). Senza eliminare fattori che hanno a loro volta un impatto sulle osservazioni, parlare di rapporto di causa ed effetto tra attività dell’uomo e temperature è una manipolazione.

Si può poi considerare manipolatoria qualsiasi notizia che parli del riscaldamento globale presentando dati in serie storica a partire dagli anni ‘50: è vero che la disponibilità di dati a livello mondiale parte da lì, ma è altrettanto vero che si è trattato di un decennio eccezionalmente freddo, al punto che esistono pubblicazioni scientifiche degli anni ‘60 che ventilavano il possibile arrivo di un’era glaciale. Per contro, gli anni ‘20-‘30 sono stati un periodo caldo, infatti le serie che partono da lì ed arrivano ai giorni nostri hanno un andamento crescente, sì, ma meno evidente.

Il surriscaldamento globale è un problema serio e scientificamente delicato: non si può darne comunicazione creando allarmismo per un giorno con 15° a dicembre e poi sparendo quando ne fanno 18 a giugno. Questa è prostituzione intellettuale, non informazione, ed è esattamente ciò che non serve alla scienza.

Confessioni

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Uno dei tormentoni di Marco Travaglio è che i politici nostrani vanno lasciati parlare, perché anche se non se ne accorgono a volte confessano. Sono abbastanza d’accordo con questa affermazione, anche perché la cosa si verifica con una certa frequenza.

Prendiamo gli ultimi giorni: è stato il turno del PD.

Ha cominciato Dario Franceschini, ministro della Cultura e viceprimatista italiano di salto sul carro del vincitore, dichiarando che il suo partito, se non dovesse ottenere la maggioranza alle elezioni, preferirà allearsi con Berlusconi e la destra che con i vari movimenti politici fondati dai fuoriusciti dal Partito Democratico. In pratica, Franceschini ha detto che il PD preferisce allearsi con la destra piuttosto che con quelli che se ne sono andati perché ritenevano che il PD si stesse spostando troppo a destra. “Thanks for proving my point”, direbbero dall’altra parte della Manica. Siccome nel PD con l’inglese non se la cavano troppo bene, glielo traduciamo in un commestibile “e grazie al cazzo!”

Ha continuato Carlo De Benedetti, dichiarando in diretta televisiva che la sinistra ha come obiettivo la riduzione delle disuguaglianze. Ora, fingendo per il momento di non considerare il fatto che una vera sinistra dovrebbe adoperarsi perché le disuguaglianze oltre un certo limite non si verifichino proprio, facciamo un breve riassunto di quello che ha combinato il Partito Democratico, sotto varie segreterie, negli ultimi anni: ha sostenuto un governo che ha aumentato le accise su carburante e tabacco e l’IVA e ha bloccato le assunzioni nella pubblica amministrazione; ha presieduto un governo che ha abolito i paletti contro il licenziamento arbitrario, tagliato i fondi alla sanità, all’educazione e alla ricerca, ha introdotto un bonus fiscale da cui i più poveri erano esclusi ed è fissato con i tagli ed i finanziamenti a pioggia. Nessuna di queste misure abbatte le disuguaglianze, anzi, più o meno tutte le aumentano o le consolidano. Inoltre, il PD sta attualmente cercando di far passare, in Parlamento come a livello di opinione, una legge che di fatto trasferisce il concetto di legittima difesa dalla reazione nei confronti di una minaccia contro la propria vita alla tutela della proprietà, un altro concetto molto lontano da ideali e concetti di sinistra come pacifismo, lotta alle armi e non violenza.

Ha finito Debora Serracchiani, con un paio di dichiarazioni di grande sensibilità politica: nella prima, lamentava come fosse particolarmente odioso il fatto che un’aggressione sessuale venisse compiuta da un profugo. Cosa volesse dire sembrava abbastanza chiaro, tuttavia qualcuno ha provato ad abbozzare una difesa della presidentessa del Friuli Venezia-Giulia col debole argomento che magari l’idea era che fosse particolarmente sconfortante il fatto che certi comportamenti venissero proprio da chi aveva sperimentato la violenza su sé stesso, ma ci ha pensato la stessa Serracchiani a chiarire per bene che secondo lei, mentre gli stupri sono tutti ugualmente gravi, esistono colpevoli di serie A e di serie B, perché un profugo che delinque rompe un non meglio precisato patto di accoglienza. Poteva direttamente affermare che subire uno stupro da parte di un nero è peggio perché i neri ce l’hanno mediamente più grosso e dunque una penetrazione non consenziente è più dolorosa: razzismo per razzismo, almeno avrebbe fatto una figura memorabile.

A proposito di patti, mi piacerebbe sapere cosa pensino nel PD del patto elettorale tra un partito che sostiene di rivolgersi ad elettori di sinistra e poi, una volta eletto, propone dichiarazioni pubbliche, alleanze politiche, strategie governative e provvedimenti legislativi ispirati alla destra più becera. Credo nulla di rilevante. Anche perché, di fronte ad una confessione firmata, cosa si vuole aggiungere?

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Un weekend in giro per il Lazio

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Il 10,5% dell’elettorato francese

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Dunque, la Francia ha scampato il pericolo Le Pen e si è gettata nel pericolo Macron. I francesi, tra un fascismo palese e un subdolo protofascismo economico, hanno scelto di evitare di eleggere una tizia che avrebbe voluto chiudere le frontiere e discriminare le persone sulla base della loro provenienza etnica da stamattina. Hanno preferito affidarsi ad uno che, se verrà lasciato lavorare come vuole, creerà le condizioni per avere una Le Pen ancora più potente alle prossime elezioni. Tra l’erosione immediata dei diritti civili ed il proposito di erosione progressiva dei diritti sociali, hanno scelto quest’ultima, in buona parte pensando di provare a combatterla, ed a fare in modo che il suo proponente non abbia mano libera.

Stamattina, ma in realtà già da ieri sera, è tutto un fiorire di dichiarazioni festanti su una Francia che ha scelto l’Europa, il mercato, l’antifascismo (sempre fingendo di ignorare il pensiero fascistoide dell’economia e della finanza internazionale) contro la paura, l’isolazionismo ed il razzismo. Gioverebbe ricordare che si è trattato di un ballottaggio, non di una votazione aperta, e che tra due estremi uno avrebbe comunque dovuto vincere. Peraltro, vista la mobilitazione a favore del meno pericoloso dei due candidati, almeno nel breve periodo, era del tutto prevedibile che avrebbe vinto Macron. Quello che d’ora in avanti bisognerà ricordargli tutti i giorni, e ricordarlo anche a noi stessi, è che non ha vinto con le sue forze, che non è maggioranza nel paese e che come tale non può godere di libertà assoluta nel portare avanti il suo programma solo perché ha impedito ad una persona dichiaratamente fascista di andare all’Eliseo.

Ecco, già che ci siamo, facciamo due conti in tasca ai francesi ed al nuovo Presidente della Repubblica.

Al ballottaggio ha votato il 74,6% degli aventi diritto: il dato più basso dal 1969, il che dovrebbe già di per sé dare un’idea di quanto poco i candidati siano stati in grado di coinvolgere chi non era già con loro – e ricordiamo che uno dei due era considerato un pericolo da buona parte delle altre forze politiche e della società civile. Dei votanti, l’11,5% ha consegnato scheda nulla o bianca; dei voti validi, il 66,1% è andato a Macron, il 33,9% alla Le Pen. Quindi, la classifica finale, considerata anche l’astensione, vede Macron in testa con il 43,64% dell’elettorato, seguito dall’astensione, con il 33,98%, ed infine la Le Pen, con il 22,38%. Con buona pace di chi sostiene che i non schierati siano irrilevanti.

Secondo un sondaggio riportato dai media francesi, inoltre, il 43% di chi ha votato Macron lo ha fatto per impedire la vittoria della Le Pen, il 33% per un’idea di rinnovamento e solo il 24% perché convinto dalla sua persona o dal suo programma. Quindi, se chi ha votato perché l’alternativa a Macron era impresentabile non si fosse a sua volta recato alle urne (il 18,8% dell’elettorato), i risultati avrebbero visto l’astensione in testa col 52,7% dell’elettorato, seguito da Macron (24,9%) e dalla Le Pen (22,4%); in termini di voti validi, Macron avrebbe vinto col 52,6%: uno scarto davvero misero.

Parlando delle persone convinte di quello che Macron vuole fare o di ciò che rappresenta, si tratta del 24% dei voti ottenuti dal nuovo Presidente della Repubblica francese, quindi del 10,5% dell’elettorato: Macron, davvero, piace a circa un elettore francese su 10 – molto verosimilmente meno di quelli a cui piace in quanto tale la Le Pen.

Conclusione: Macron ha vinto grazie al fallimento dei partiti tradizionali (un Fillon impresentabile, i cosiddetti socialisti molto poco di sinistra con Hollande, con un Melenchon non convincente ed incapaci di trovare un accordo con la sinistra più radicale), che ha portato ad una generica richiesta di rinnovamento, ed all’essere andato al ballottaggio con l’avversario più temuto dai francesi. Ne tenesse conto lui, quando cercherà di attuare il suo programma, e ne tenessero conto gli analisti politici ed economici, quando diranno che ha comunque salvato la Francia dalla presidenza Le Pen. Non è così: a salvare la Francia sono stati i francesi, non certo uno che ha convinto il 10% dell’elettorato.

È questo, forse, l’unico dato confortante di oggi.