Zola Jesus @ Club Monk, Roma, 14/11/2017

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E così si è conclusa la mia personale sessione autunnale dei concerti a Roma. O almeno così credevo, perché invece si è imprevedibilmente aggiunta una piccola coda, all’inizio della settimana prossima. Per il momento, comunque ha chiuso Zola Jesus, che martedì 14 novembre si è esibita al Monk, noto figliastro del Circolo degli Artisti, luogo dove l’avevo vista ed apprezzata sei anni fa.

Alcune considerazioni sulla carriera di Nika Roza Danilova. Nel 2011 venne a Roma come giovane cantautrice proposta da una casa discografica di piccole dimensioni, la Sacred Bones Records, dalle strumentazioni minimali ed elettroniche, dalle ambientazioni dark e con una solida band alle spalle. All’epoca fece più o meno il tutto esaurito. Poi le cose non le sono andate benissimo: provò il lancio in un giro più grande, passando alla Mute Records, tentando di rimanere ancorata al suo tipo di comunicazione, ma con una veste musicale più spendibile: il risultato fu “Taiga”, pubblicato nel 2014, un album francamente modesto, povero di spunti, per giunta di scarso successo. Dopo il mezzo fiasco, Zola Jesus è tornata alla Sacred Bones e ha ripreso il discorso dove lo aveva interrotto. Il suo ultimo album, “Okovi”, è quello che uno si sarebbe aspettato di ascoltare dopo “Conatus”, una sua evoluzione in chiave techno-pop, con strumentazione più presente ed ossessiva ed analoghi richiami scuri e macabri.

Niente di male, non c’è nulla di sbagliato nel tentare di uscire dalla propria zona di conforto, come non c’è nel non riuscirci, mentre c’è molto merito nel rendersene conto e tornare indietro, e ce n’è ancora di più nell’accettare che la propria dimensione è la nicchia. Infatti “Okovi” è un disco bellissimo, con cui Zola Jesus ha ripreso il discorso con cui ci aveva lasciati nel 2011, solo con un 3-4 anni di ritardo.

Al Monk martedì sera c’erano forse 150 persone, parecchie meno che al Circolo sei anni fa, ed è un peccato. Perché il concerto, ancorché breve, è stato bello, intenso e molto caldo. Ecco, se c’è un aspetto in cui Nika Roza non è rimasta indietro è l’esibirsi dal vivo. L’avevo lasciata trascinante ma incerta, potente ma spaesata, l’ho ritrovata consapevole e convinta, affascinante e coinvolgente, molto più a suo agio con l’idea di comunicare quello che ha dentro.

Abbandonata la band ed abbracciata in modo più completo l’elettronica, Zola Jesus è accompagnata da due tizi: un chitarrista, che per la maggior parte del tempo fa più tappeto sonoro che altro, ed una violista. Per il resto, basi ed elettronica digitale che gestisce lei stessa. Più la voce – quella sì, più matura, controllata, professionale. Bella e potente quando ce n’è bisogno, più dimessa e buia, sempre bassa e molto calda.

Ha suonato parecchio del suo ultimo lavoro, iniziando con la splendida “Veka” (grande entrata in scena, anche se forse un pezzo così avrebbe meritato una collocazione più in avanti, con le persone calde e perfettamente dentro al mood del concerto), e chiudendo, prima dei bis, con “Exhumed”, primo brano del disco dopo il breve intro. Bassi potentissimi, un impianto accettabile, un’acustica più che discreta per le condizioni della sala, sporcata tuttavia da qualche vibrazione di troppo, e tanta energia. Pur con i i suoi brani compassati e malinconici, Zola Jesus non canta ferma e a testa bassa: si muove, si agita, chiama il pubblico (a suon di bestemmie in italiano, grosso modo l’unica cosa che sa dire nella nostra lingua), usa il corpo e tutto quello che ha per esprimersi. La sua musica può essere malinconica e triste, ma non è sconfitta.

L’unica pecca del concerto, la scarsa durata: dopo circa un’ora, i tre musicisti hanno lasciato il palco, per rientrarvi dopo un paio di minuti, suonare un solo pezzo e salutare. Con un repertorio di 3 album (più un semidisperso disco d’esordio realizzato in casa) e 2 splendidi EP, si poteva pescare parecchio di più: che fine hanno fatto pezzi come “Seekir”, “Manifest destiny” e “Poor animal” (brano spettacolare pubblicato sull’EP “Valusia” e poi inspiegabilmente trucidato dalla Sacred Bones nel momento di compilare la scaletta di “Stridulum 2”)?

Peccato. Davvero, Zola Jesus poteva fare di più. Meglio, probabilmente no.

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Lamb @ sala Sinopoli, auditorium Parco della Musica, Roma, 10/11/2017

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Il secondo concerto del trittico in una settimana (devo ancora decidere se andrò al terzo, in realtà) è stato quello dei Lamb, nella sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica, di venerdì 10 novembre. Sala da poco più di mille posti, con gallerie laterali chiuse, presenti circa 600/700 persone. Biglietto, 28,50 compresa prevendita, quasi 20 in meno che per andare in piccionaia per Nick Cave, tanto per tornare sulla polemica sui prezzi dei concerti nei luoghi di affluenza di massa, peraltro di solito con problemi di visuale, nel caso del Palaeur anche di acustica.

Il problema dell’Auditorium è che non c’è la possibilità di allestire un banchetto per vendere ed autografare il merchandising degli artisti a fine concerto: nell’area c’è una libreria, quindi se proprio si vuole ci si mette d’accordo con loro. Non lo fa quasi nessuno, presumo ci sia un motivo. Ora, al concerto di Rachael Yamagata, a fine esibizione una ventina di astanti avranno comprato qualcosa: considerando 20 euro a testa di spesa, fanno 400 euro di incasso. Ma a vedere la Yamagata eravamo un centinaio. Anche ammettendo che con qualche presente in più si fermi meno di una persona su 5, uno scherzo del genere costa agli artisti tra i 500 e ben più di 1000 euro. Se ogni singola location si comportasse allo stesso modo, in una tournée di 20 date si parlerebbe di cifre sopra i 10000 o addirittura i 20000 euro – non proprio irrilevanti. Il tutto senza menzionare eventuali spalle.

A proposito di spalle, quella di venerdì era brava: si trattava di tale Hån, 21 anni, italiana, resasi protagonista di un’esibizione elettronica di una ventina di minuti elegante, gradevole, suadente. Bella voce.

Alle 21:40 i Lamb sono entrati in scena: Lou Rhodes e Andrew Barlow in prima linea, un batterista, un contrabbassista elettrico ed una violista (verso la fine ha suonato per la mia gioia anche una sega musicale!), che si alternava come primo strumento di accompagnamento ad un trombettista, comunque parecchio meno presente di lei.

Il duo sta portando in tour il ventunesimo anniversario dell’omonimo album di debutto, eseguendolo per intero (per un’oretta di esibizione) prima di ripercorrere il resto della carriera. Ora, “Lamb” è bellissimo. Ha una personalità molto forte, è uno strano mix di varietà e continuità: non è come se i Lamb ad inizio carriera ancora non avessero trovato una dimensione musicale ed espressiva e quindi sperimentassero per cercarla, quanto come se invece ne avessero un’idea molto chiara e volessero esplorarla tutta in un solo lavoro. Riuscendoci anche abbastanza bene, peraltro.

Dei Lamb dal vivo avevo sempre sentito parlare bene. Ecco, dire che se la cavano è una sottovalutazione. Sono impetuosi. Andy Barlow si esibisce in piena trance, balla, urla, coinvolge il pubblico; Lou Rhodes è meravigliosa: ha una voce calda, morbida, vellutata, eterea, tecnicamente impeccabile ed emotivamente avvolgente, davvero un faro. Gli strumentisti che li accompagnano sono perfetti, puntuali ma mai invasivi, il centro della scena sono due persone e lo rimangono per tutte le due ore di ottimo live.

I Lamb dal vivo sono anche un’altra cosa, però: vagamente paradossali. Appartenenti per la maggior parte della carriera al filone trip-hop, i loro dischi sono tutt’altro che tranquilli o rilassati, ma per lo più basati su ritmi lenti. Dal vivo palesemente prediligono suonare i brani veloci, e comunque aggiungere una ritmica potente anche a quelli più posati. Uno si chiede come mai non accelerino o lascino sciogliere più spesso i brani in studio.

All’inizio dell’esibizione Lou ha invitato il pubblico a lasciare le comode poltroncine della sala e ad assieparsi alla meno peggio dalle parti del palco per avere un contatto più intimo con la band e la sua musica, suggerimento incomprensibilmente seguito solo dalla metà dei presenti. In effetti si è trattato di un consiglio assolutamente giusto – la musica dei Lamb, per come i Lamb la suonano, la interpretano e la lanciano verso il pubblico, non è roba che si può recepire stando tranquillamente seduti.

Bellissima serata. Pare che la data di Manchester della tournée sia stata registrata e che a marzo ne verrà pubblicato un album live. Ottima notizia, ché un concerto come quello di venerdì merita più e più ascolti. Bravi bravi.

Nick Cave And The Bad Seeds @ Palaeur, Roma, 8/11/2017

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Tre concerti in sette giorni: è questo, per il momento, il bottino autunnale da queste parti. L’unico problema è che avrebbero dovuto essere in ordine inverso. Il primo live della serie è stato quello di mercoledì 8 novembre, protagonista Nick Cave And The Bad Seeds al Palaeur (io ci sono cresciuto, coi concerti al Palaeur, e mi rifiuto di chiamarlo in modo diverso), di cui parlo solo con qualche giorno di ritardo perché quando ti succedono certe cose prima di poterne scrivere le devi razionalizzare.

Un paio di considerazioni oggettive. Primo, al Palaeur l’acustica è in buona sintesi un cesso e la visuale è approssimativa: far pagare i biglietti di galleria 46 euro e quelli di tribuna con visibilità limitata 69, in entrambi i casi più commissione (1,50 euro da Orbis), è un furto con scasso, e non mi interessa che oramai questi siano i prezzi o che ci siano posti dove è peggio. Secondo, il fatto che nonostante i prezzi elevati il Palazzetto fosse tutto sommato pieno per uno come Nick Cave (60 anni appena compiuti, oltre 30 di carriera coi Bad Seeds con apici indimenticabili oramai vecchi più di 20 anni), con partecipanti peraltro di età molto diverse, è consolante e dà la sensazione che forse sia rimasta ancora gente che la buona musica la cerca e la ascolta. Forse: poi si vedono in giro i manifesti che pubblicizzano il concerto di Cesare Cremonini allo stadio Olimpico e questo barlume di ottimismo soccombe immediatamente.

Passiamo a parlare di quello che è successo davvero mercoledì sera al Palaeur. Ringrazio prima di tutto chi ha deciso di spegnere le luci alle 21:10, invece che alle 23:30: alle nove e un quarto la band era sul palco. Un primo pezzo per voce e pianoforte, e poi lo show ha preso subito una piega meravigliosa con un singolo estratto da “Skeleton tree”, uscito lo scorso anno, “Jesus alone”: brano di circa sei minuti, scuro, cupo, cavernoso e devastante. Un altro pezzo nuovo e poi “Higgs boson blues”, circa 11 minuti altrettanto dirompenti, con Cave a chiedere ripetutamente al pubblico di ascoltare il suo cuore che batte – “boom, boom, boom!”. Momenti intensi e spaventosi. Non ho capito se perché si sono presentati ad inizio concerto e non ero preparato ad un attacco così violento, o se quello che mi è passato sopra era davvero un treno emotivo carico.

C’è una cosa da dire su Nick Cave: non lo avevo mai visto dal vivo, ed il concerto non è stato quello che mi aspettavo. In effetti, è stato molto meglio. Credevo che avrei assistito ad un concerto dimesso e cupo, di uno con una voce bassa e struggente ed una comunicazione forte ma sottile. Niente di tutto questo: Cave dal vivo è prima di tutto travolgente, in secondo luogo abbagliante e potentissimo. Da tutti i punti di vista, a in particolare da due: primo, la sua empatia è dirompente, quasi violenta; secondo, ha una voce pazzesca, forte, ferma, drammatica.

Una piccola postilla su cosa è significato essere lì, anche se nel sottotetto: Nick Cave ha fatto quasi tutta l’esibizione in piedi su una barra posta dove normalmente sono le transenne, a stretto contatto col pubblico, abbracciando e stringendo mani in continuazione. Nel frattempo, la band che lo accompagnava faceva a botte con un’acustica come al solito non all’altezza, eppure riusciva a farsi valere. Nonostante i soliti rimbombi ed il suono complessivamente confuso, si riuscivano ad apprezzare una raffinatezza sonora, un’eleganza esecutiva, una ricercatezza interpretativa davvero straordinarie. Bravi, bravi, bravi tutti.

Il concerto è proseguito rimanendo su standard pazzescamente alti per quasi due ore di alternanza di brani nuovi e classici selezionati da un repertorio troppo vasto per poter essere esplorato interamente. Niente “Do you love me?”, niente “Henry Lee”, niente “Where the wild roses grow” (eppure, su “Distant sky” ha duettato con una voce incisa, poteva chiedere a PJ Harvey di fare lo stesso, certo poi probabilmente del Palaeur sarebbero rimaste le macerie), niente “Song of joy”; in compenso sontuose “Tupelo”, “Into my arms” (in orchestrazione blues) “The mercy seat” e “The weeping song” con cui Cave ha iniziato i bis – tre brani, quasi mezz’ora ulteriore di esibizione, compresa una passeggiata nel parterre e l’invito a salire sul palco ad un centinaio di persone del pubblico. Chiusura poco dopo le 23:30, con gente esausta ed estasiata da un’esibizione spossante ma abbagliante, dura ma catartica.

Un concerto assolutamente pazzesco. Indimenticabile.

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Todi e Narni

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L’internazionalismo di quartiere

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C’era una volta uno Stato. Si chiamava Cialtronia, era il paese dei nostri incubi ed era fortunatamente molto diverso dalla gran parte dei paesi europei. In questo stato, nella sua parte orientale per essere precisi, c’era una regione che, per ragioni linguistiche e culturali, non riteneva di farne parte, ma per complesse questioni politiche e di storia contemporanea, era politicamente sotto il controllo della capitale.

Ad un certo punto, a seguito di una fase di forte instabilità politica interna, terminata con la presa di potere da parte di un gruppo reazionario, corrotto e con simpatie verso l’estrema destra, i contrasti con la regione orientale a maggioranza non Cialtrona si acuirono. Lo Stato centrale rispose alle pretese della regione autonoma prima con stizza ed arroganza istituzionale, poi proprio con violenza. I media europei fecero inizialmente finta di non vedere, poi presero sistematicamente ad ignorare quello che succedeva nella zona est di Cialtronia, dove la popolazione chiedeva il ripristino dell’ordine democratico, interrotto con la presa del potere del governo in carica, o, in alternativa, la concessione dell’indipendenza.

Le cose degenerarono, e si finì in una vera e propria guerra civile. Le città principali della regione indipendentista di Cialtronia vennero attaccate, mentre su Internet si iniziavano a diffondere video ed immagini che sembravano testimoniare l’uso di bombe a grappolo da parte del governo centrale e le aperte simpatie naziste delle truppe che combattevano per conto dello stato Cialtrone. In tutto questo, i media europei continuavano a non raccontare quello che succedeva veramente, preferendo concentrarsi su supposti crimini perpetrati dagli indipendentisti.

In realtà una cosa del genere in Europa è effettivamente successa: non in Catalogna, ma in Ucraina, a seguito del colpo di stato che ha portato Poroschenko al potere e il Donbass a chiedere la secessione. Non ricordo orde di internazionalisti filorussi contro il potere centrale corrotto e fascista, probabilmente perché con le regioni separatiste si era all’epoca schierato Putin (e, si sa, le brave persone sostengono attivamente l’esatto contrario di quello che dice Putin), ma forse ero distratto.

Adesso invece siamo pieni di indipendentisti alle vongole: questi soggetti, che qualche anno fa erano sulle barricate contro la validità del referendum che ha restituito la Crimea alla Russia, si spellano le mani di fronte ad una votazione, quella catalana dell’1 ottobre scorso, ai limiti del grottesco, con un tasso di partecipazione del 42% e voti multipli documentati, perché “il popolo si è svegliato”. Per una curiosa coincidenza, anche in Lombardia, nell’altrettanto ridicolo referendum a sostegno dello “statuto speciale” indotto dalla Lega e tenutosi la settimana scorsa, ha votato circa il 40% degli aventi diritto, peraltro non mi risulta che Roberto Maroni abbia chiesto alla popolazione di stampare le schede a casa e portarle in qualsiasi seggio aperto. Però i lombardi che hanno votato sono dei pagliacci, i catalani un popolo che si sveglia, il referendum lombardo è stato un fiasco, quello catalano una grande prova di democrazia.

Dice: “ma le violenze della polizia!” A parte che girano articoli che mostrano come alcune foto siano false e risalgano addirittura a scontri tra manifestanti e polizia catalana, qui stiamo parlando di spaccare uno stato con il “mandato popolare” fattivamente espresso del 38% della popolazione.

Trovo poi particolarmente ridicoli quelli che esultano per il contributo dato dai catalani alla disgregazione dello Stato nazionale a vantaggio dell’internazionalismo. Secondo questi soggetti, dunque, il superamento degli Stati nazionali passa per la loro moltiplicazione. I prossimi indipendentismi saranno dei Paesi Baschi e della Galizia, poi si separeranno le regioni vallone da quelle fiamminghe in Belgio, quindi finalmente toccherà alla Scozia e al Galles, successivamente a Veneto e Sicilia, e alla fine chissà, magari riusciremo a spaccare a metà anche il Lussemburgo. Purché Putin non sia favorevole, altrimenti tutti compatti ad opporsi.

Avanti così, verso l’internazionalismo di quartiere, per un ritorno a comuni e signorie (notori esempi di pace e tranquillità per secoli, peraltro), però globali. Ma fatemi il piacere.

Rivelazioni

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Allora, in Italia, nel 2017, pare che grazie al caso Weinstein ed alle denunce di Asia Argento, con tutto quello che ne è seguito, abbiamo scoperto che le persone di potere commettono abusi. Per il 2018 mi aspetto l’incredibile rivelazione che l’acqua è bagnata.

Senza andare troppo indietro, correva l’anno 1994 e negli Stati Uniti un uomo finì sulla graticola: il suo nome era Michael Crichton, era l’autore del romanzo “Jurassic Park” che era appena stato trasposto al cinema per la regia di Steven Spielberg (cosa che ci aveva consentito di vedere dei dinosauri perfettamente credibili su uno schermo!), ed il motivo era la pubblicazione della sua ultima fatica letteraria, “Rivelazioni”. Il libro parlava della vita in un’azienda high-tech americana e il plot principale si snodava attorno ad una vicenda di molestie sessuali: la ragione del rumore fu il fatto che nel romanzo la vittima era un uomo ed il molestatore una donna, sua superiore.

Il libro fu subito accusato di essere antifemminista, ed in parte lo era, infatti Crichton aveva dichiarato più volte di non poterne più di un movimento che stava finendo per considerare la donna una specie protetta – un po’ come quella parte di femminismo nostrano che combatte il patriarcato per sostituirsi ad esso, ad esempio dicendo alle donne come vestirsi e comportarsi per evitare di screditare o creare problemi alla causa. I lettori che non soffrivano di analfabetismo funzionale, però, capirono abbastanza rapidamente che la tematica centrale non erano le molestie sessuali, ma l’abuso di potere. Nel libro, dopotutto, l’avvocato a cui il protagonista si rivolge per tutelarsi e minacciare causa alla sua superiore lo asserisce piuttosto chiaramente: le molestie sessuali non c’entrano niente col sesso, sono una manifestazione violenta di potere.

Qualsiasi persona ricerchi ossessivamente il potere, il successo, i soldi e qualunque altra forma di realizzazione personale che si basa sul sentirsi superiore agli altri, è uno che, in un modo o nell’altro, è propenso all’abuso. Politici arrivisti, arrampicatori sociali, squali della finanza, scalatori di gerarchie aziendali, imprenditori aggressivi e competitivi: tutte tipologie di individui da cui è lecito attendersi un comportamento abusivo nei confronti del prossimo. È quello che fanno le cosiddette personalità alfa.

Lo fa Renzi quando caccia dal partito chi non la pensa come lui e lo fa la Merkel quando impone ai greci di rinunciare alle cure mediche gratuite; lo fa Bezos quando obbliga i dipendenti a ritmi massacranti e condizioni lavorative schiavistiche e lo fa Farinetti quando ricatta i dipendenti e insulta chi lo contesta; lo fa il barone universitario quando chiede all’assegnista di portargli a spasso il cane o quando non gli fa firmare un articolo; lo fa il broker della City quando manda migliaia di persone sul lastrico spostando soldi per speculare o quando si assume il merito di un’operazione brillante condotta interamente dai suoi assistenti sfruttati e sottopagati; lo fa il tizio col Cayenne quando si ferma in doppia fila bloccando un parcheggio per disabili; lo fa il produttore di Hollywood quando fa capire alla giovane attrice (o anche al giovane attore, perché no?) che o si mette a 90 gradi o non lavorerà mai più.

Ovviamente, solo alcuni di questi comportamenti sono penalmente rilevanti, e l’abuso in ambito sessuale è particolarmente odioso, il punto è che però sono tutte facce della stessa questione – la necessità di esercitare ed ostentare il potere, il bisogno di essere riconosciuti come superiori. Il vero problema, però, è che la società attuale è di fatto subalterna alle personalità alfa: chi lotta, compete e fa di tutto per arricchirsi, emergere e conquistare potere, e ci riesce, è considerato un modello, uno da invidiare ed imitare – non parlo solo dei Bill Gates, eh, parlo anche dei Cristiano Ronaldo e delle Lady GaGa. Chi vive la sua vita con un sistema di valori diverso, non basato su ambizione e desiderio di successo, è normalmente visto come un debole.

L’ipocrisia della società, alla fine, è tutta qui: portare sul palmo di mano come esempi persone che sono intrinsecamente propense all’abuso, e poi sorprendersi e scandalizzarsi quando commettono abusi – ma solo (e nemmeno sempre) se gli abusi sono penalmente rilevanti: negli altri casi si tratta di personalità, carattere e abilità di leadership, mentre il povero sottoposto schiavizzato è solo un fallito che a questo mondo non sa farsi valere.

Divorzio

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Notizie da Cialtronia. Nel paese dei nostri incubi, al cui mondo calcistico faceva spesso riferimento Stefano Olivari, una volta c’era una coppia sposata che stava attraversando una crisi: più precisamente, la moglie della coppia, Rambla, voleva lasciare il marito Lavapiés, che non era per niente d’accordo. All’epoca degli avvenimenti che stiamo narrando, Cialtronia non era un paese moderno, ed il divorzio in generale non esisteva: esistevano i tribunali che decidevano caso per caso, a seconda delle motivazioni.

Uno dei problemi principali della questione era che Rambla, grazie al suo percorso di studi ed alla sua gavetta, guadagnava un sacco di soldi, ma la comunione di beni la costringeva a dividerli con Lavapiés, il quale aveva l’obbligo morale di usarne una parte per mantenere la sua famiglia d’origine, che comprendeva anche membri molto poveri come, mentre Rambla per i suoi introiti aveva ben altri progetti, tra i quali, almeno idealmente, aiutare a sua discrezione i bisognosi, che a Cialtronia peraltro non mancano mai. Inoltre, Lavapiés doveva rifondere i debiti contratti con una potente e vendicativa donna straniera, Bicié. E insomma, Rambla voleva diventare padrona del proprio destino, fino a tentare di trattare personalmente con Bicié la sua parte di debito, anche se Bicié non sembrava molto propensa a considerare Rambla un interlocutore valido una volta sciolto il matrimonio.

Il fatto però era che il tribunale di Cialtronia non considerava le motivazioni economiche una giusta causa di divorzio. Un giorno Rambla decise, nonostante le condizioni avverse, di prendere e lasciare Lavapiés in modo unilaterale, senza il consenso dello stesso, né del tribunale del divorzio. Lavapiés, dopo aver passato anni ad ignorare le richieste di soldi ed attenzioni di Rambla, perse completamente la testa e massacrò Rambla di botte. L’aspetto grottesco dell’aggressione è la persona che voleva scappare veniva pestata dalla persona che voleva tenerla al suo fianco – al di là dell’ovvia ed assoluta gravità del pestaggio, davvero una strategia raffinata. Purtroppo a questo punto la storia si interrompe, perché non è ancora stato scoperto che cosa successe in seguito a Rambla: quello che si sa è che, dopo il pestaggio, non solo parecchi amici, ma finanche alcuni famigliari di Lavapiés avevano iniziato a capire le ragioni di Rambla ed iniziarono a farsi qualche domanda sul loro capofamiglia.

Quello che abbiamo capito, al di là di ogni possibile dubbio, è che se Rambla è una donna capricciosa ai limiti dell’avventato, Lavapiés è un idiota, inadeguato, privo di autocontrollo, squadrista e violento, incapace di ascoltare, uno che di fronte ad un problema si chiude e chiama gli sgherri. Uno che, per prima cosa, la sua famiglia deve rimuovere e sostituire immediatamente, non tanto e non solo, oramai, perché è un inetto completo che non è nemmeno capace di evitare le ire di Bicié e le sue conseguenti rappresaglie, ma soprattutto perché la famiglia deve recuperare una credibilità che con i pestaggi ha miseramente e squallidamente perso.

Rambla non ha mai davvero avuto un motivo per andarsene. Pretesti, ne ha cercati tanti: il voler utilizzare i soldi come voleva lei, purché non se ne avvantaggiassero i parenti di Lavapiés, come se Giralda, Mezquita o Alhambra fossero persone indegne; la corruzione del marito, come se lei credesse veramente di esserne immune nei secoli a venire; la subalternità di Lavapiés verso Bicié, come se, volendo restare nello stesso giro, lei pensasse davvero di essere in grado di parlarci da pari a pari; e via dicendo. Ma non era mai stata oppressa, discriminata o maltrattata, almeno prima del mese scorso.

Adesso, grazie al fatto che nel cervello di Lavapiés comanda un cretino, il motivo ce l’ha, perché le botte non possono essere accettabili, e la combinazione tra irrisione e botte è anche peggio, a maggior ragione se poi i parenti più stretti di di Lavapiés fanno finta che non sia successo niente. Questo lo sa Rambla e probabilmente lo sa anche il tribunale del divorzio.

Indipendentismo e comunicazione

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Su Twitter mi è arrivata la richiesta di condividere un video di propaganda degli indipendentisti catalani, che si può trovare in calce a questo post. Lo condivido, ma a modo mio. Premetto che non parlerò delle violenze della polizia spagnola avallate e ad oggi mai nemmeno messe in discussione dal governo spagnolo, alle quali dedicherò una trattazione apposita.

Per prima cosa, un commento sulla comunicazione: chi punta sulle reazioni di pancia, sulle emozioni da poco, ha perso. La voce narrante, di una donna al limite delle lacrime per titillare istinti protettivi, è stucchevole ed irritante e serve a distogliere l’attenzione dal merito. Un inizio davvero pessimo.

L’esposizione è di per sé molto parziale, cosa perfettamente prevedibile in un video di propaganda. Comunque, non ammettere le ragioni altrui e dividere il mondo in bianco e nero, in cui una parte ha tutti i meriti e l’altro tutte le colpe, solitamente indica debolezza. Per chi sostiene di avere fatti e numeri dalla propria, non è male.

Passiamo ad alcuni aspetti di merito.

Il video parla di un popolo pacifista, europeista, socialista, democratico che combatte per i diritti civili e l’uguaglianza. Nel frattempo scorrono immagini di cortei contro la guerra o di solidarietà alla condizione femminile. Ne risulta un’implicita insinuazione che la popolazione spagnola sia isolazionista, guerrafondaia e antifemminista, assieme all’idea che i partecipanti alle manifestazioni rappresentino l’intera popolazione della Catalogna, come se non esistessero movimenti contro l’indipendenza. Non c’è inoltre nessuna spiegazione di cosa significhi, ad esempio, la manifestazione di solidarietà alla popolazione catalana di Puerta del Sol dell’1 ottobre – secondo la stessa logica, quell’adunata dovrebbe rappresentare l’intera popolazione della Castiglia.

Passiamo dell’europeismo. Quello che, ogni volta che uno tra Schaeuble, Draghi e Juncker parla, si piega ed ubbidisce mi risulta essere Mariano Rajoy. Che questo sovente finisca per andare contro gli interessi della Spagna, e quindi della Catalogna, è chiaro e palese a tutti quelli che non vivono con le fette di chorizo sugli occhi – vale lo stesso per Grecia ed Italia, in una UE che ha enormi problemi endemici – ma a questo punto la domanda è: in che senso la Catalogna sarebbe europeista? Secondo quale definizione di europeismo?

Il video parla inoltre della chiusura delle istituzioni spagnole di fronte alle richieste del catalani. Ora, sorvolando sul fatto che la Catalogna gode di un enorme livello di autonomia, la stupidità del governo Rajoy di fronte alle richieste dei catalani è palese. Detto questo, se da un lato è cretino continuare a ripetere ossessivamente che la separazione della Spagna è incostituzionale (con questo criterio, dovremmo restituire gli Stati Uniti all’Impero Britannico e l’indipendenza allo Stato Pontificio), dall’altro la, chiamiamola così, ingenuità dell’indipendentismo catalano, che pretende che il governo centrale del paese da cui vuole separarsi accetti la validità istituzionale di un referendum unilaterale che spacca il paese, è sconfortante – infatti l’idea è che non si tratti affatto di ingenuità.

Infine, parliamo del “referendum”, che i catalani portano sul bavero: per come è stato introdotto e portato avanti, e per le condizioni in cui si è svolto (di cui parlerò in un altro intervento), spagnoli e filo-spagnoli della Catalogna sono stati indotti a considerarlo una carnevalata e a disertarlo; dopo che il governo catalano ha consigliato a chi non poteva votare di stampare la scheda a casa e portarla in un seggio qualsiasi (con conseguenti voti multipli documentati), la sua validità è passata da discutibile a ridicola. La presunta affluenza del 42% (in cui chi ha votato 4 volte conta per 4 elettori) è risibile e il fatto che il 90% dei voti espressi sia per l’indipendenza è semplicemente tautologico. Questo non significa che l’intero blocco degli astenuti, il 60% dell’elettorato, sia interamente favorevole a rimanere nella Spagna, né che in un referendum vero, anche senza nessuna validità legale, si esprimerebbe in tal senso, ma dichiarare nel video il numero di voti espressi e la percentuale di voti per l’indipendenza, senza quindi dare al fruitore la possibilità di ricostruire rapidamente la vera portata dell’appoggio popolare effettivamente incassato dal secessionismo (circa il 38% degli aventi diritto), è prostituzione intellettuale.

Mi piacerebbe sapere cosa succederebbe se un video del genere, con la stessa comunicazione manipolatoria, le stesse mistificazioni, le stesse generalizzazioni infondate lo diffondesse il governo spagnolo.

Il bravo secessionista

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Non capisco tutto questo credito di cui gode in ambienti sinistrorsi il leader indipendentista catalano Carles Puigdemont. Nel corso delle ultime settimane, nell’ordine:

1. Ha varato a tappe forzate dei provvedimenti che consentissero un referendum per l’indipendenza nonostante sapesse che, secondo sondaggi accreditati, grosso modo tra il 38 ed il 42% dei catalani è favorevole ad andarsene dalla Spagna;
2. Di fronte alle reazioni poco concilianti di Spagna ed Unione Europea si è trovato del tutto impreparato – forse pensava che lo avrebbero festeggiato;
3. Di fronte alle inaccettabili violenze della polizia spagnola si è prima di nuovo mostrato inadeguato, poi ha chiesto ai catalani che volevano votare di stamparsi le schede da casa e consegnarle dove potevano, una roba che neanche Trujillo;
4. Dopo un risultato positivo ma certo non eccezionale (anche per via dei prevedibili e documentati voti multipli), ha alzato la voce e avvisato il mondo che avrebbe dichiarato l’indipendenza della Catalogna, salvo non avere la minima idea delle conseguenze del gesto e di come portare avanti il processo;
5. Di fronte alla solidarietà dei giovani di Madrid che la sera dell’1 ottobre cantavano “Viva Catalunya” in Puerta del Sol è rimasto spiazzato, come tutti quelli che vivono in una retorica tipo “io solo contro il mondo” quando si accorgono che le cose non sono così semplici;
6. Messo davanti alle evidenti difficoltà gestionali di un processo di separazione con cui una percentuale rilevante della popolazione che sostiene di rappresentare non è nemmeno troppo d’accordo, se l’è fatta sotto ed è tornato sui suoi passi.

In tutto ciò, se da un lato c’è il lodevole internazionalismo di stampo socialista di una parte degli indipendentisti catalani, dall’altro c’è una tuttora mancante spiegazione su come e dove la Catalogna dovrebbe compensare la perdita economica delle imprese nazionali spagnole che chiuderanno le sedi locali. C’è chi dice che l’apertura verso i mercati internazionali attirerebbe capitali esteri, ma a questo punto sorgono due problemi pratici di difficile soluzione: primo, il fatto che la Catalogna dovrebbe, da paese unilateralmente in fuga da uno Stato membro della CEE dal 1986, negoziare l’ingresso nell’Unione Europea da zero; secondo, il fatto che le multinazionali se ne fregano delle questioni di politica locale, scelgono le loro sedi su basi di convenienza, il che, semplificando un po’, verrebbe a significare che la Catalogna o pensa di diventare una sorta di paradiso fiscale, o ritiene di accettare un livello di sfruttamento dei lavoratori superiore a quello attualmente consentito dalle leggi spagnole. E questo ha molto poco di internazionalismo socialista.

Intendiamoci, io non ritengo Puigdemont peggiore di Rajoy, che, oltre ad essere, come ha mostrato domenica 1 ottobre, uno con tendenze squadriste, violente ed autoritarie, è uno squalo monetarista al servizio dei peggiori deliri contabili della UE ed un imbecille a sua volta completamente impreparato ad affrontare una situazione delicata, al punto da preferire la strada della radicalizzazione dello scontro a quella del ragionamento – e questo è andato avanti per anni, non mi riferisco solo agli ultimi due mesi. Vorrei solo capire, al di là dei suoi discorsi da cappa e spada, dov’è che Puigdemont sarebbe un bravo leader.

Infine, c’è un’altra cosa che mi piacerebbe sapere dai filo-catalani. Abbiamo visto tutti le violenze ed i simpatici saluti fascisti di una parte dei manifestanti contro l’indipendenza – poi siamo sempre tutti bravi a generalizzare con le manifestazioni degli altri ed a fare i distinguo con le nostre, ma non è nemmeno questo il punto. Il punto è: certa gente pensa davvero che, una volta ottenuta la separazione, nello stato autonomo di Catalogna queste cose smetterebbero di verificarsi? In altre parole, secondo questi teorici del bianco e nero il concetto di fondo quale sarebbe? Separatisti buoni e socialisti contro filo-spagnoli cattivi e fascisti?

Ma, anche fosse così, i separatisti catalani, ottenuta l’indipendenza, cosa pensano di fare con gli spagnoli ed i filo-spagnoli brutti e cattivi residenti a Barcellona? Cacciarli a pedate? Così, tanto per capire.

Alice Phoebe Lou @ Lanificio, Roma, 27/9/2017

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Un’amica mi ha inseguito per mesi con la richiesta, molto persistente e motivata, di dare una chance da una giovane musicista sudafricana con base a Berlino di nome Alice Phoebe Lou. Io però a volte sono scemo e l’ho più o meno ignorata, aiutato dal fatto che non è nemmeno molto semplice ascoltare qualcosa di suo su Internet, perché questa tizia è molto meno che poco conosciuta e molto più che indipendente. Poi la mia amica, Teresa, tre settimane fa mi ha comunicato che detta Alice Phoebe Lou avrebbe suonato al Lanificio il 27 settembre, peraltro gratuitamente. Intendiamoci, Teresa ascolta ottima musica, quindi ci sarei andato anche se avessi dovuto pagare una decina di euro, ma così decidere è stato davvero facile.

Attorno alle dieci di sera (perché a Roma cominciare un concerto ad un orario compatibile con la sveglia di chi attacca a lavorare alle otto di mattina è inconcepibile) uno scricciolo biondo e bellissimo si è sistemato sul palco con una chitarra elettrica ed un tizio circondato da tastiera, percussioni elettroniche e laptop, e ha iniziato a cantare. C’era pure un metallofono di lato, ma quello serviva alla Lou quando non usava la chitarra. E per l’appunto: dicevamo che sono scemo.

I primi brani sono stati di impronta decisamente blues, e sentirli accompagnati da una strumentazione sostanzialmente elettronica aveva un che di curioso, ma decisamente piacevole ed originale. Alice Phoebe Lou li ha cantati con una voce cavernosa che ricordava vagamente quella di Lhasa. Tanta malinconia, in una serata in cui la stessa artista ha dichiarato che si sentiva un po’ giù a causa di un brutto periodo a livello personale, e che il suo approccio alla serata ne avrebbe risentito. Poi, via via che la serata è andata avanti, la musica ha mantenuto il suo colore scuro, ma ha anche visto momenti più sciolti e rilassati. Avvicinandosi alla fine del concerto, la bella Alice Phoebe ci ha tenuto a farci sapere che il cantato dilaniato e profondo non è l’unica cosa che sa fare, aumentando volumi ed altezze e segnalandosi per una voce duttile e bellissima e per una capacità comunicativa tenera e potente, pur rimanendo sempre su sonorità complessivamente blues e su un mood malinconico, ma certo meno dimesso. Difficile rimanere impassibili – anzi, difficile non innamorarsene.

La Lou ha ricordato svariate volte agli astanti che il duo con un tizio, tale Matteo, che si fa il mazzo per suonare la qualsiasi mentre normalmente è un bassista, non è esattamente il suo approccio usuale alle esibizioni dal vivo, perché normalmente suona in una band da cinque elementi. Ha inoltre più volte sottolineato come il concerto fosse stato provato poco e si basasse molto su improvvisazione ed umore, fino al punto che verso la fine si è accorta di aver saltato un brano. L’insicurezza, addirittura quasi un senso di inadeguatezza nel dover suonare in un modo diverso pezzi che sono stati concepiti per la band, erano percepibili e, per chi ascoltava rapito un concerto in cui c’era tutto quello che serviva – buona musica ed una che oltre a saperla suonare la suonava con grandissima emozione e partecipazione – risultavano incomprensibili. L’aspetto curioso della faccenda è che al momento lei ha pubblicato tre dischi: un EP ed un un album registrati in studio ed un live, a duo con lo stesso Matteo.

È stato un concerto sensazionale ed adorabile (o forse il concerto è stato sensazionale, Alice Phoebe Lou è stata adorabile), è durato troppo poco e mi ha lasciato con l’amaro in bocca il fatto di non aver dovuto pagare per vederlo e non aver potuto nemmeno pagarla comprandole un disco perché non si era tirata dietro il materiale. In compenso l’ho ringraziata, le ho detto che sicuramente comincerò a seguirla: lei mi ha risposto che tornerà presto a Roma, stavolta con la band; al che le ho risposto che questo continuo quasi scusarsi per la strumentazione minimale era fuori luogo, perché aveva fatto un’esibizione meravigliosa, soffice e intensa.

Davvero una tizia straordinaria. Speriamo torni presto sul serio.