Cinque

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Ecco un esempio di come adattamento e doppiaggio in italiano non funzionino.

Il film è “Iron Man”, la scena è quella in cui Tony Stark si presenta ad una serata di gala ed invita miss Potts a ballare. Mentre ballano, miss Potts si sente a disagio perché sta ballando col capo davanti ai colleghi, tra l’altro in un abito con scollatura vertiginosa; Stark minaccia scherzosamente di licenziarla per tirarla fuori dall’imbarazzo, e lei gli replica che lui non è in grado di curare i suoi affari senza di lei. Stark risponde che senza miss Potts durerebbe una settimana. Miss Potts lo guarda con fare condiscendente. Il dialogo, in versione originale, prosegue con questo scambio di battute.

“What’s your social security number?”
“Five!”

Miss Potts risponde che cinque è giusto, mancano solo un paio di cifre. Nell’adattamento italiano il medesimo scambio è:

“Qual è il suo numero di codice fiscale?”
“Cinque!”

Vediamo meglio.

Ricordo che miss Potts è interpretata da Gwyneth Paltrow, una che parla spesso nervosamente e freneticamente. Non è il suo modo di interpretare il personaggio, è proprio il suo modo di recitare, se non proprio di essere.

Ovviamente la traduzione letterale di “social security number” è “numero di previdenza sociale”, non “numero di codice fiscale”. Però l’adattamento è lecito, anche perché c’è la necessità di far dire alla doppiatrice di miss Potts qualcosa di più breve e meno intricato per seguire il parlato velocissimo della Paltrow; faccio comunque notare che alla fine della fiera si risparmia solo una sillaba, e comunque sono due in più che in inglese: se si fosse voluto accorciare la battuta sarebbe stato sufficiente far dire al doppiatore “qual è il suo codice fiscale?”.

Tutto questo risponde all’esigenza di avere doppiatori che scandiscono le parole, oltretutto con una dizione scolastica ed innaturale, invece di parlare come se stessero veramente conversando. Ad ogni modo, non essendo il numero di previdenza sociale il vero argomento della scena, né in qualche modo rilevante nel prosieguo del film, va benissimo tradurre in modo non letterale.

Ma allora perché far rispondere a Stark “cinque”? La sincronizzazione con il labiale di Robert Downey Jr sarebbe stata molto migliore se si fosse adattato con “sei”. La traduzione di “social security number” in “numero di codice fiscale” dimostra che l’adattamento non passa necessariamente per la traduzione pedissequa dei singoli concetti, quindi perché poi tradurre letteralmente un numero che non ha nessuna rilevanza né nella scena né nel prosieguo del film?

I dubbi sulla qualità di adattamento e doppiaggio in italiano di film e telefilm stanno tutti in questa semplice domanda.

Astrologia

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La nostra società si basa sull’oroscopo. Non in senso letterale, ma di approccio all’esistenza.

Prendiamo l’economia. La Lehman Brothers è fallita quasi 8 anni fa. Quando è fallita, erano mesi che giravano avvoltoi sulla finanza internazionale, quindi possiamo dire che l’economia europea ha vissuto quasi 9 anni di difficoltà, che nei paesi del sud sono stati devastanti sotto tutti i punti di vista ed in quelli del centro-nord hanno avuto comunque gravi conseguenze, soprattutto in termini di aumento delle diseguaglianze e di un movimento generale volto alla riduzione dei diritti civili per facilitare la produzione di reddito.

In questi otto anni, pletore di economisti e statisti spalleggiati da sedicenti guru dell’analisi economica hanno proposto interventi e soluzioni, fatto previsioni ottimistiche e dato del disfattista a chiunque fosse anche solo perplesso, sulla base di calcoli e modelli matematici complicatissimi, basati su ipotesi come minimo discutibili. Gli interventi e le soluzioni sono sempre risultati inutili se non dannosi, le previsioni ottimistiche sono sempre prima state riviste al ribasso, poi smentite dai fatti, ma gli economisti hanno sempre trovato il capro espiatorio, sono sempre stati capaci di dire cosa ha impedito ai loro modelli di funzionare – di solito il fatto che le loro ricette non sono state applicate con la dovuta attenzione.

Gli astrologi fanno esattamente lo stesso, solo che costano molto di meno. Se invece di rimuovere il dannoso, populitsta, ipocrita e per giunta autoritario, Matteo Renzi per mettere su un altro fantoccio di Unione Europea, BCE e Germania coi suoi modellini giocattolo che non servono a niente, mettessimo su uno nato sotto il segno del Leone in un momento in cui Giove si trova nella medesima costellazione, l’effetto sarebbe esattamente lo stesso: nessuno. Ma almeno saremmo consapevoli dell’inutilità della manovra, non ci aspetteremmo il deus ex machina e non avremmo Schaeuble che sponsorizza soddisfatto la macelleria sociale e la migrazione di manodopera qualificata da sfruttare a basso costo in Baviera dicendo che così l’economia si rimetterà sicuramente in moto.

Prendiamo il mio ambito professionale, quello che si chiama “data science” anche se quasi nessuno di quelli che ci lavorano ha la minima idea di cosa sia e come funzioni una scienza. Le aziende hanno a disposizione quantità sconfinate di informazioni, che la potenza computazionale attualmente disponibile permette di analizzare. Il problema è che nessuno è davvero in grado di produrre una procedura scientifica su dati del genere e nessuno è davvero in grado di dare una lettura ad output incoerenti e complicatissimi, ma questo in ambito business è inaccettabile, come è inaccettabile che la scienza richieda tempo, sia fallibile ed a volte non consenta di giungere a dei risultati utili e spendibili.

Quindi si procede ad usare quantità sconfinate di codici informatici e procedure di calcolo strutturate prive di qualunque replicabilità al di fuori dell’ambito specifico (e talvolta inutili anche al suo interno a causa delle pessime caratteristiche dei dati) per tirare fuori risultati che non hanno nessuna validità pratica, e li si presenta con visualizzazioni accattivanti per suggerire soluzioni semplici a problemi di complessità inaudita e previsioni di processi intricati ed interdipendenti in due semplici valori. Soluzioni che invariabilmente si rivelano inefficaci e previsioni che vengono prontamente disattese, e anche qui il bravo data scientist è sempre in grado di trovare una giustificazione validissima per i miseri fallimenti del suo lavoro. E a volte no, a volte sostiene di averci preso contro qualsiasi evidenza, tanto oramai tenere il punto contro l’universo fenomenico è diventata una prassi comune.

Per quelle che sono la validità e la vita media delle proiezioni “statistiche” fatte da pletore di analisti senza nessuna conoscenza scientifica, tanto varrebbe fregarsene e dire che l’azienda l’anno prossimo crescerà perché Saturno sarà nel Sagittario e il suo fondatore è nato ad inizio gennaio, e che il prossimo autunno sarà il momento ideale per una fusione societaria, perché nel Sagittario ci transiterà Venere. Scientificamente parlando, si tratta di previsioni di nessun supporto analitico e di ancor minore utilità. Quindi non vedo la differenza.

Che amarezza.

Il vocalist

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Un mio amico ha deciso di iniziare a prendere lezioni di canto: è intonato e ha tanta voce, quindi faccio da ora le condoglianze ai suoi vicini. Ieri mi ha comunicato che la tizia che cercherà di educare la sua ugola gli ha chiesto di portare due canzoni, in modo che possa capire che cosa intende imparare, cosa vorrebbe cantare.

Chiunque abbia avuto la fortuna di passare su queste pagine potrebbe avere il vago sospetto che adoro le voci femminili. Anneke Van Giersbergen, Victoria Lloyd, Marcela Bovio probabilmente su tutte, ma tante, tante altre (recentemente ho scoperto Lhasa. Marie Fisker e Rosalie Cunningham dei Purson). Amo le voci malinconiche, scure, tristi, non tollero il cantato accademico, i gorgheggi e l’ostentazione. Ovviamente non mi piacciono gli uomini che cantano nello stesso modo delle donne – un uomo che canta come Victoria Lloyd mi risulterebbe insopportabile.

Quando mi sono chiesto quali canzoni segnalerei a qualcuno che mi chiedesse cosa vorrei cantare, mi sono subito venuti in mente Bono e Mick Jagger: nessuno dei due è tecnicamente impeccabile (anzi…), ma tutti e due mi piacciono molto come interpreti. Brani come “New year’s day“, “The unforgettable fire“, “Bullet the blue sky“, “Hawkmoon 269“, “Until the end of the world” per il primo, “Gimme shelter“, “Lady Jane“, “Ventilator blues“, “Love is strong“, “Start me up“… Adoro come usano la voce, il loro piglio graffiante ed aggressivo, terribilmente di pancia, e come lo sposano alla loro musica, alla musica che chiedono alla band.

Ho poi pensato a due personaggi meno scontati: Brendan Perry dei Dead Can Dance e Nick Cave. Voci basse, cupe, dimesse, drammatiche, bellissime. “Enigma of the absolute” e “The mercy seat“, “In the wake of adversity” e “Henry Lee” (con P.J. Harvey, cazzo!). Che meraviglia! Due uomini che riescono ad emozionarmi in registri e stili che di solito considero esclusivamente femminili.

Infine mi sono ricordato di uno con una voce, una maniera di usarla, ed in generale una capacità di esprimersi che ucciderei per poter pareggiare: Lindsey Buckingham. Chitarrista e vocalist dei Fleetwood Mac, autore principale e vocalist su pezzi come “Tusk“, “Go your own way“, “Big love“, ma soprattutto “I’m so afraid“. Nella versione dal vivo nel tour di reunion del 1997, sette minuti pazzeschi, da standing ovation – infatti buona parte del pubblico alla fine si alza in piedi ad applaudirlo. Pazzesco, mostruoso.

Ecco, se potessi scegliere (e no, non posso, con la mia voce ed il mio orecchio decisamente non posso) direi che voglio cantare ed esprimermi esattamente come lui.

Je suis Salvini

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La notizia più o meno è nota: ieri il collettivo bolognese Hobo ha fatto irruzione in una libreria ed ha distrutto le copie del libro di Matteo Salvini (o di chiunque lo abbia scritto a suo nome). Ne è seguito il solito coro di indignazione unanime, che ha più o meno fatto leva sui soliti due concetti: i libri sono sacri e chiunque ha diritto di esprimere la propria opinione.

Ora, l’atto in sé è stato evidentemente un gesto eclatante, su cui si può essere d’accordo o meno – io francamente non lo so da che parte sto, so solo abbastanza bene da quale parte non sto – e che da un punto prettamente economico è stato sostanzialmente, ed in diversi modi, un vantaggio per autore ed editore. Le reazioni invece sono state quantomeno affrettate e singolari. Premetto che non ho letto il libro (né ho minimamente intenzione di farlo), quindi le mie riflessioni non si basano sui contenuti.

Cominciamo con la solita catalanata: una stronzata eversiva, un concetto razzista, un incitamento all’odio restano tali anche se vengono stampati su carta e poi rilegati. Questa faccenda che i libri, tutti i libri, siano oggetti sacri, è una fesseria. Un libro non è un paio di scarpe – un oggetto che ha il suo valore in quanto tale. Un libro non è un oggetto di arredamento, è ciò che contiene. Non è che il “Mein Kampf” è sacro perché è un libro. E soprattutto non è che le opinioni espresse nel “Mein Kampf” sono più accettabili delle deliranti dichiarazioni di Hitler perché sono riportate in un libro. Come ha scritto uno su Twitter stamattina, allora cosa dovremmo dire di tutti i libri mandati al macero ogni giorno perché invenduti?

Mi piacerebbe sapere quale sarebbe la reazione di tromboni tipo Michele Serra se ieri il collettivo Hobo avesse distrutto copie dei libri di Federico Moccia o Fabio Volo – tanto per citare due persone che non ho letto, e non voglio leggere, ma che godono di un certo livello di dileggio negli ambienti che se la tirano da intellettuali (tra l’altro non so Moccia, ma Fabio Volo mi risulta essere schierato a sinistra, e tempo fa è stato protagonista di una memorabile rissa verbale con Adinolfi, uscendone peraltro come quello più ragionevole e preparato dei due). Probabilmente buona parte di chi oggi parla di sacralità della parola scritta starebbe ridendo sotto i baffi. L’ipocrisia dei benpensanti politicamente corretti è nota.

Passiamo alla catalanata numero due: ovviamente nessuno può pensare di impedire a Salvini di avere ed esternare le sue deliranti opinioni. Il problema qui non è che Salvini pubblichi un libro, il problema è che quel libro abbia un mercato (al di fuori dell’umorismo trash, intendo).

Una società libera e democratica deve possedere gli anticorpi contro chi la vuole fare a pezzi. Gli anticorpi non sono le leggi, come il reato di apologia di fascismo o di vilipendio contro le istituzioni: sono l’educazione, l’informazione e la cultura. Una società evoluta emargina e combatte autonomamente ideologie razziste od omofobe, integralismi religiosi, istigazioni all’odio e pulsioni dittatoriali, perché le riconosce come un pericolo. Nessuno può proibire a Salvini ed Adinolfi di pensare che gli immigrati siano tutti delinquenti o che i gay siano malati, è anche difficile pensare di impedire loro di esprimere questi concetti. Un mondo appena passabile riconosce queste posizioni come false, antidemocratiche e pericolose e le isola, come isolerebbe un musulmano che predica la necessità del martirio, uno stalinista radicale, un cattolico che propone una cura per gli omosessuali o un movimento politico che ostenta saluti romani e croci celtiche.

In un mondo decente uno come Salvini sarebbe al bar con la bava alla bocca a farfugliare con la voce impastata contro negri, comunisti e froci e verrebbe trattato con divertita ed imbarazzata condiscendenza dagli avventori. Se volesse pubblicare un libro non troverebbe un editore, non tanto perché il libro è inaccettabile, ma perché è pieno di falsità ed è senza mercato.

Solo che questo mondo decente è educato, consapevole ed informato. Pare che sia più conveniente disinvestire nell’educazione pubblica e vietare per legge l’apologia di fascismo.

Nel frattempo ricordo a chi paragona il gesto del collettivo Hobo ai roghi nazisti che i nazisti quando bruciavano i libri erano al potere. Suggerisco di verificare chi, tra Hobo e la Lega, siede in Parlamento, è alleato di movimenti che ritengono l’omofobia un valore e ha il leader ospite in televisione con cadenza quasi quotidiana.

Lhasa

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Lhasa De Sela - LhasaQualche giorno fa, passando dalla libreria in via Nazionale a Roma, fu Mel Bookstore, fu IBS, attualmente IBS Libraccio (con relative tessere fedeltà passate sequenzialmente a miglior vita), andai a dare una scorsa al reparto dei cd usati e la mia attenzione fu attirata da un CD: copertina color cartone, con l’immagine stilizzata di una donna che sorride, una sola parola di cinque lettere scritta in maiuscolo con carattere da macchina da scrivere – “Lhasa”, il nome della capitale del Tibet. L’avevo già visto da qualche parte, ma non ricordavo dove e a cosa lo associavo, quindi non azzardai l’acquisto a scatola chiusa, nonostante il prezzo irrisorio (7 euro), anche perché l’acquisto dei CD è per me oramai un problema di spazio molto più che di prezzo.

Lhasa, ovviamente, oltre che una città, è una persona. O più precisamente era, visto che la povera Lhasa De Sela, cantante blues-folk americana di origini messicane e basata in Canada, è morta di cancro al seno il primo gennaio 2010 all’età di 37 anni, dopo una vita da hippy vera – rimasta senza nome fino ai cinque mesi, educata a casa da una famiglia in continuo spostamento, raminga tra Stati Uniti, Canada e Francia, autrice di tre dischi pubblicati uno ogni sei anni, in mezzo tournée ed altro compresi lavori nel circo con le sorelle.

Il disco che porta il suo nome è datato aprile 2009, otto mesi prima che se ne andasse. Dalle informazioni biografiche trovate su internet, non si capisce bene se si tratti di un disco di addio (si parla di una battaglia di 21 mesi contro la malattia, che suggerirebbe di sì, e di una diagnosi ricevuta dopo aver chiuso le registrazioni dell’album, ma prima di pubblicarlo, che suggerirebbe di no), certo è che lo sembra. I colori della copertina, la grafica scelta per il suo ritratto, l’espressione sorridente e pacifica, il suo nome stampato in alto a destra, tutto pare concorrere a dipingere una specie di de profundis, un ricordo “in loving memory”.

Per non parlare della musica. Lhasa ha (aveva) una voce bassa, profonda, intensa, liquida e triste, ed in questo disco l’ha usata per brani lenti, a volte minimali, spesso dimessi e mai comunque pieni e travolgenti. Dodici pezzi, una cinquantina di minuti, nessuna concessione alla masturbazione strumentale, né a quella vocale, il cui demone ogni tanto si impossessa di chi fa blues. Intensità, malinconia, bellezza. Un disco un po’ da taglio delle vene, ma non come quelli di Nick Cave, quelli da metter su alle tre del mattino, cadere in depressione e suicidarsi (citazione da “E morì con un felafel in mano”), quelli del dolore straziante e finanche glorioso, no: di quelli che ti fanno guardare nell’abisso, lentamente, inesorabilmente, che ti spogliano, ti mettono di fronte a te stesso e ti fanno pensare che in fondo si potrebbe scivolare via silenziosamente, in silenzio, in pace.

O forse no. Forse non ne vale la pena, non fosse altro che per continuare ad essere cullati dalla voce di Lhasa, dal suo cantato, dalla sua musica, dalle sue melodie malinconiche, disperate e bellissime, affascinanti, profonde.

Dopotutto sono proprio questo, la tristezza, la malinconia, ed è questa la loro bellezza e la loro importanza. Qualcosa che ti lega alle tue emozioni, anche le più dure, e ti permette di viverci, di viaggiarci assieme senza essere sopraffatto dal dolore, dalla paura, dall’ansia e senza seppellirle, fuggirle, rifiutarle furiosamente fino a quando non presentano il conto. A questo servono, artisti come Lhasa De Sela, opere come il suo disco eponimo: ad accarezzarti mentre guardi nell’oscurità, a farti vedere che c’è una luce, finanche ad essere quella luce, che ti accompagna, ti accarezza e ti guida. Un album sensazionale, meraviglioso.

Un album che, ovviamente, ora fa parte della nutrita schiera di CD che non so dove mettere.

Massimo Catalano, il referendum e le trivelle

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Partiamo dalla premessa, che come al solito è una catalanata, ma abbiamo già osservato, e spiegato, che oramai Massimo Catalano è arrivato al posto di cui faceva squisitamente la parodia in “Quelli Della Notte” – quello del fine pensatore: in un referendum abrogativo, che richiede il raggiungimento della soglia del quorum per essere considerato valido, l’astensione è una scelta politica precisa, lecita e legittima, non significa rinunciare al diritto di voto.

Un’altra cosa del tutto ovvia, ma leggermente più raffinata per le menti semplici che popolano l’Italia odierna, è che non recarsi alle urne e votare No, non sono la medesima scelta. Votare No significa essere contrari al quesito posto nel referendum: non voglio che la legge venga abrogata, quindi mi esprimo di conseguenza; non andare alle urne significa essere contrari al quesito, non ritenersi in grado di esprimere un parere: non so nulla della questione, non ritengo rilevante la risposta, non ritengo che il popolo italiano debba essere chiamato a legiferare su questo argomento, quindi non voto.

Non è vero che chi è contrario al quesito ha due risultati su tre: chi la pensa così o è un parassita che si appoggia sull’ignoranza e sull’indolenza di una parte della popolazione, o è uno che non sa fare politica e non sa perdere. Se l’astensione contasse come No, perché una volta recatomi al seggio mi viene data la scheda e mi viene chiesto di votare? Se l’astensione contasse come No, non basterebbe recarsi al seggio per esprimere automaticamente il consenso col quesito? Non sarebbe semplicemente una gara tra chi va a votare e chi va alla sagra della tagliatella col ragù di cinghiale di Sacrofano?

Giorgio Napolitano, Matteo Renzi e tutti gli altri tromboni di sistema che invitano la popolazione a non votare sanno benissimo che se si raggiunge il quorum il risultato non è in discussione. Questo è una conseguenza dei molteplici anni in cui ignoranti costituzionali arroganti, autoritari e politicamente del tutto incapaci hanno strategicamente utilizzato l’arma dell’astensione per far fallire le consultazioni popolari. Quindi, essendo contrari (in questa sede facciamo finta che non ci importi perché) alla domanda posta dal quesito, invece di fare campagna per il No, invitano la gente ad esprimersi contro il quesito invece che contro la domanda. Non sanno fare politica, non sono in grado di convincere nessuno con le loro argomentazioni, quindi sperano di essere premiati dall’indolenza e dal menefreghismo. E si danno anche le pacche sulle spalle a vicenda con ridicoli ed irritanti endorsement reciprochi.

Riguardo la barzelletta che il referendum non riguarderebbe nuove trivellazioni, il quesito chiede alla popolazione italiana se abrogare una legge che elimina la scadenza delle concessioni per lo sfruttamento di giacimenti in mare. Si parla dunque di concessioni già stipulate, quindi, apparentemente, di trivellazioni già in atto. Il problema è che ci sono dei giacimenti considerati poveri o per qualche altro motivo poco remunerativi, per i quali la concessione esiste, ma il concessionario, in virtù dello scarso guadagno atteso, non ha proceduto ad iniziare l’estrazione. Senza il vincolo temporale della scadenza della concessione che lo costringerebbe ad investire tempo e risorse nel rinnovo, tuttavia, il concessionario potrebbe vedere invertirsi il rapporto costi-benefici dell’estrazione ed agire di conseguenza. Altro che non si parla di nuove trivelle.

Il tutto senza nemmeno iniziare a considerare il problema che, in Italia, chi sfrutta i giacimenti versa allo Stato una royalty ridicola se comparata col resto d’Europa, il che si tramuta in un privato che arriva, spolpa, guadagna, paga poco (quando paga) e se ne va: questo non c’entra col referendum. Il referendum chiede soltanto se siamo d’accordo a concedergli anche concessioni a tempo indeterminato.

Io no: non sono d’accordo. Gli altri facciano quello che credono; ma se sono d’accordo, invece di masturbarsi sui deliri di Renzi e Napolitano, vadano a votare No, come è esplicitamente richiesto nel quesito referendario.

Casualties Of Cool live alla Union Chapel, Londra

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Prima che giustamente lo rimuovano per violazione del copyright (soprattutto essendo facilmente reperibile in commercio l’edizione originale del disco contenente il DVD), consiglio a chiunque passi su queste pagine di dare un’occhiata al concerto integrale di Casualties Of Cool riportato qua sotto.

Casualties Of Cool è un progetto nato dalla mente di Devin Townsend, vulcanico genio del caos, membro di band di metal estremo come gli Strapping Young Lad, signore dei grunts e dei growl che utilizza diffusamente ed in modo quantomeno originale, autore di opere metal-progressive incentrate su uno strano tizio alieno, Ziltoid l’onnisciente, vocalist su “The human equation” di Ayreon nella parte della rabbia per la quale Lucassen gli ha fatto scrivere le partiture ed il testo, animale da palcoscenico fortemente emozionato nel suonare le sue composizioni, fan, come chiunque dotato di orecchie funzionanti, della voce di Anneke Van Giersbergen.

Solo che Casualties Of Cool non è un progetto metal, non è un progetto caotico, grunts e growl non c’entrano quasi niente. Townsend l’ha descritto come “Johnny Cash infestato dai fantasmi”: sarebbe un ottimo motivo per tenersene alla larga, solo che lui è un genio che sa scrivere e soprattutto sa interpretare musica, ed in più c’è una vocalist ospite sostanzialmente sconosciuta, tale Ché Aimee Dorval, che ha una voce da pelle d’oca, calda, elegante, suadente e meravigliosa, è capace di usarla e Townsend è consapevole di quello che vuole da lei.

Su youtube di Casualties Of Cool c’è anche il disco in versione integrale – da tempo, e non è mai stato rimosso. C’è addirittura il secondo disco dell’edizione speciale, che di fatto è un altro album, con le medesime atmosfere. Ma se uno deve investire del tempo a scoprire un progetto davvero molto strano, evocativo, misterioso e terribilmente scuro, tanto vale che se ne veda l’edizione dal vivo. L’album è eseguito sostanzialmente in forma integrale, con qualche avvicendamento e qualche variazione nella scaletta (il che per un concept album è singolare) e, come dicevo, Townsend sul palco ci sa stare e sceglie strumentisti preparatissimi che lo completano senza fargli ombra; inoltre, in questo caso, ha al suo fianco una ninfa meravigliosa, a cui lascia spesso il centro dell’attenzione e che a volte prende letteralmente il volo, come ad esempio sul finale di “Moon” (attorno al quarantesimo minuto), sovrastando tutto quello che ha attorno, davanti, dietro, sopra, sotto e chissà in quale altro posto. Pazzesca, incredibile.

Veramente, il concerto va visto, va ascoltato e va assaporato. Anche se le riprese video sono quello che sono (in effetti bisognerebbe ridurre la luminosità ed aumentare saturazione e contrasto). È davvero necessario ascoltare le atmosfere create da Townsend e sviluppate sul palco da una grande band, lasciarsi trasportare nel suo mondo mai come in quest’opera desolato e malinconico, nella sua musica per una volta suadente, notturna, evocativa, ma soprattutto è necessario innamorarsi perdutamente di Ché Dorval, rimanere imbambolati a chiederle di andare avanti, di non fermarsi mai, di continuare ad entrarci dentro ed a scuotere, rivoltarci l’ anima.

Guardatelo.

 

L’oboista

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Yes Symphonic liveQualche giorno fa, tanto per continuare in questo bellissimo 2016 iniziato con la scomparsa di David Bowie, è morto Keith Emerson, tra l’altro apparentemente suicidandosi perché un danno neurologico lo aveva privato della possibilità di suonare. Per ricordarlo mi sono messo ad ascoltare alcuni dei pezzi degli ELP a cui sono più legato – in particolare “Tarkus”, “Abaddon’s bolero” e “Lucky man”, nella versione dal vivo alla Royal Albert Hall del 1992. In piena immersione nel progressive, ho deciso di rispolverare un concerto spettacolare, “Symphonic live” degli Yes: oltre due ore e quaranta di esibizione dei giganti del prog accompagnati da una giovane orchestra sinfonica ad organico completo.

Per quello che mi riguarda, è un live sensazionale, soprattutto per il ruolo dell’orchestra, anche con un tastierista supplente (sul disco precedente la tournée l’orchestra sostituiva le tastiere, che di fatto non c’erano, a volte anche in modo molto originale, ad esempio su “Dreamtime”) che ha comunque una parte molto definita, non sta lì solo a fare i rumori – gli assoli di hammond e di organo a canne su “Close to the edge” li fa, ed anche bene. L’orchestra è decisamente la star del concerto, nelle canzoni specificatamente scritte per averla e, ancora di più, nelle suite storiche della band, che hanno una struttura da musica sinfonica nella quali archi, ottoni, legni e via dicendo sono stati inseriti con una scrittura delle partiture complessa, teatrale ed originale – praticamente perfetta. Dopotutto, non si capisce per quale motivo geni come Jon Anderson, Chris Squire e Steve Howe avrebbero dovuto avere a disposizione un’intera orchestra sinfonica e farsi accompagnare come una pop band qualsiasi.

È uno dei primi DVD che ho comprato, oltre una dozzina di anni fa, ci sono dei brani che ho letteralmente consumato, in particolare “Close to the edge”, “Magnification”, “And you and I”, ma soprattutto la mostruosa esecuzione di “The gates of delirium”, suite da circa 23 minuti che sembra essere stata scritta apposta per avere un’orchestra con cui fraseggiare.

L'oboistaDell’aspetto visivo del concerto, che non vedevo da anni, ricordavo perfettamente tre cose: la prima, il contrasto tra Howe e Squire, tra l’intellettuale hippie concentrato ed impeccabile e il truzzo coi leggins impegnato a fare casino non solo col suo strumento; la seconda, la singolare presenza scenica del giovane tastierista che accompagnava la band, tale Tom Brislin, tecnicamente ineccepibile, grande coinvolgimento emotivo, ed atteggiamento scattoso e teatrale; la terza, alcuni elementi orchestrali, in particolare due bellissime percussioniste e due tizie impegnate coi legni, una clarinettista ed un’oboista, chiaramente entusiaste di quel che suonavano, coinvolte molto oltre la professionalità o un generico apprezzamento, che ballavano sulle rispettive sedie e canticchiavano i brani quando non erano impegnate a suonare. In particolare l’oboista, mora, capello corto, minuta, molto carina.

Visto che stavo guardando il DVD sul computer, mentre ascoltavo (anche perché, diciamocelo, oboista a parte non è uno di quei concerti in cui la parte visiva fa la differenza) sono stato colto dalla curiosità di sapere cosa ne pensassero i fan storici del progressive rock e sono andato a cercare informazioni, opinioni, pareri sulla tournée da cui è tratto. Navigando tra qualche forum e qualche recensione non professionale ho fatto due scoperte.

La prima, che le due tizie in piena esaltazione le avevano notate tutti – e questo è abbastanza ovvio. La seconda, che dell’oboista si erano innamorati tutti. Tutti. C’era anche chi faceva notare che il primo della lista è probabilmente il regista delle riprese, visto lo spropositato numero di primi piani che le aveva dedicato, cosa che io personalmente imputo soprattutto all’entusiasmo suo e della clarinettista – che, molto meno attraente, gode a sua volta di un gran numero di inquadrature.

Non credevo ci sarebbe stata la fila anche per l’oboista del “Symphonic live”. Adesso che lo so, in effetti, mi chiedo per quale motivo non avrebbe dovuto esserci: musicista di professione (anche lo strumento che suona, che ha un timbro che trovo magnifico, per quel che mi riguarda ci mette del suo), carina, atteggiamento simpatico, fan degli Yes. C’è qualcosa di meglio?

Meglio che faccia la mamma

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Fatemi capire meglio questa storia.

Mentre si discuteva la legge sulle unioni civili, in particolare per le coppie omosessuali, con opportunità di adozione del figlio del partner, i gruppi che si battono per discriminare le persone sulla base del loro orientamento sessuale hanno imperversato dappertutto. Siccome, salvo qualche eccezione, non avevano il coraggio di presentarsi apertamente come omofobi e di convocare una manifestazione dichiaratamente contro le unioni omosessuali, hanno tentato di mascherare la loro omofobia da difesa dei bambini, delle tradizioni e dell’impianto di società basato sulla famiglia intesa come padre, madre e figli, ed hanno quindi almeno superficialmente evitato l’obiezione ponendosi su una linea a favore di qualcosa – ancorché di un concetto conservatore, retrogrado e passatista.

C’è stato dunque il Family Day. Sul palco abbiamo apprezzato personaggi di vari livelli di squallore sdottorare sull’inferiorità e sulla necessità di sottomissione della donna, sui fini meramente riproduttivi del matrimonio, sulla necessità di fare sesso solo per fare figli, per giustificare l’opinione che qualunque altra formazione sociale non è una famiglia e dunque non può ad essa essere paragonata, si può accontentare di un riconoscimento di serie B e deve anche ringraziare. In occasione di quest’ignobile carnevalata, la destra è ovviamente accorsa in massa; in particolare, una personalità politica di second’ordine ma fortemente convinta di essere una grande statista, Giorgia Meloni, ha pensato bene di annunciare al mondo di essere incinta.

Ora, non essendo la Meloni sposata ed avendo dato notizia della gravidanza al Family Day, nei giorni successivi è stata oggetto di ironie di ogni sorta, che organi di stampa compiacenti e una manica di cialtroni persuasi di essere dei paladini dei diritti delle donne hanno classificato come sessisti. Adesso, circa un mese e mezzo dopo, mentre a Roma il cosiddetto centro-destra è alla canna del gas e si sta scannando su un possibile candidato al ruolo di sindaco, la Meloni ha avanzato la propria candidatura. Prontamente i suoi alleati le hanno replicato che, ora che è incinta, è il caso che pensi a fare la mamma. Giorgia Meloni ha risposto stizzita che una donna può fare entrambe le cose, ma la destra nel suo insieme ha ribadito impassibile: meglio che faccia la mamma.

Ora, è assolutamente ovvio che un discorso di questo tipo è scandalosamente sessista. Quello che mi chiedo è cosa facesse Giorgia Meloni quando, al Family Day a cui lei si trovava, veniva incensato il modello di famiglia in cui la donna sta a casa con i figli e si prende cura del marito. Quando l’Italia che una settimana prima aveva partecipato al flash-mob a favore delle unioni civili sosteneva che il Family Day proponeva una visione medievale della società, Giorgia Meloni era troppo impegnata ad attaccare i bambini con due papà per accorgersi di essersi alleata con sciovinisti che la vorrebbero a casa a fare la calzetta. Qualcuno ha provato a farglielo notare, ma lei ha preferito continuare con slogan ed insulti, se ben ricordo.

Arrivo dunque finalmente ad enunciare quello che non ho capito, quello che vorrei qualcuno mi aiutasse a comprendere. La mia domanda è: Giorgia Meloni, dopo aver passato mesi a tuonare contro i diritti civili, contro una visione della vita diversa dalla sua, contro situazioni familiari irrilevanti perché riguardanti un numero di casi infinitesimo, che cazzo vuole di preciso?

In realtà poi di dubbio ne ho un altro: Giorgia Meloni fa il possibile per sbandierare che la sua gente è quella secondo la quale il modello ideale di famiglia è composto da un uomo e una donna sposati in chiesa, con la moglie sottomessa al marito. Lei è incinta e non è sposata, e da incinta vorrebbe fare carriera. Perché la sua gente dovrebbe votarla? E quindi, perché si vuole candidare?

Anna Von Hausswolff @ Club Monk, Roma, 9/3/2016

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Qualche settimana fa stavo facendo il solito aggiornamento su Youtube sui video dei mini-live pubblicati dalla radio indipendente americana KEXP. Dopo la liquida e lasciva malinconia dei Lemolo e la psichedelia moderna dei Quilt, la mia attenzione è stata attratta da una tizia bionda coi capelli stile Morticia Addams ed un nome impronunciabile, di chiara origine tedesca, che ha suonato negli studi della radio poco più di 2 anni fa. Ho provato a sentire di cosa si trattasse ed un mondo completamente diverso si è aperto davanti a me.

Anna Von Hausswolff non gioca lo stesso campionato degli altri. Lei fa sperimentazione vera: è un’organista che va in giro portandosi appresso due chitarristi che fanno un gran casino con gli effetti, un tastierista che più che altro crea rumori ed atmosfera ed un batterista impegnato in parecchi compiti anche molto diversi dal tenere il tempo. Il primo pezzo suonato nel mini-live è una botta potentissima di adrenalina: 10 minuti di cui quasi 5 di climax strumentale, lento, teatrale, drammatico e ben oltre i limiti del macabro (un misto di barocco, hard rock e l’intro di “Shine on you crazy diamond”), a cui ad un certo punto si aggiunge un cantato isterico, straziante che si esaurisce in poco più di un minuto, per cedere di nuovo il passo alla dilaniante potenza strumentale. Si chiama “Deathbed”, per la cronaca, ed è il secondo pezzo di “Ceremony”, un disco maestoso.

Prima della fine del brano ero già su google a cercare informazioni su questa strana artista: risultava un appuntamento live a Roma per il 9 marzo al club Monk in zona Portonaccio. Perfetto!

Il 9 marzo sera ero dunque al Monk, dopo aver pagato 8 euro l’ingresso e 5 la tessera del club affiliato Arci, a godermi un concerto a suo modo unico, in cui tuttavia parecchie cose sono andate storte. Purtroppo il Monk Club è tecnicamente approssimativo: l’impianto e le casse non sono in grado di sostenere i volumi e la varietà sonora di un concerto come quello della Von Hausswolff. Per buona parte dell’esibizione la musica è risultata satura, confusa, era difficile distinguere i singoli suoni ed anche le singole note. A volte sembrava di essere semplicemente travolti da una vagonata di rumore, poi andando a sentire gli stessi pezzi incisi in studio o suonati in altri locali si capisce che non solo l’effetto è completamente diverso, ma gioca proprio sullo scontro tra diverse fonti di caos lucidamente bilanciate tra loro per ottenere un risultato storto ma equilibrato, che al Monk proprio non si riusciva ad apprezzare.

Il concerto è stato dunque molto strano, talvolta quasi disorientante. Insolita è stata anche la scelta di lasciare il palco quasi completamente al buio e di utilizzare solo un’illuminazione dal retro, che rendeva tutto molto misterioso ed evocativo ma indistinto, sfocato. Forse il Monk non era il luogo ideale, ma di possibili location non me ne vengono in mente altre. Con un pubblico di un centinaio persone, tra cui poche profonde conoscitrici del materiale dell’artista, tutto ciò si è rivelato una discreta barriera: perdersi e considerare puro rumore quello che succedeva in alcuni momenti era un attimo. la stessa Anna, dopo un pezzo particolarmente rumoroso in cui la faccenda è chiaramente sfuggita di mano ai tecnici ha detto che avrebbe suonato un pezzo più tranquillo per farci riposare le orecchie.

Peccato, perché quando il messaggio arrivava, era una roba da far tremare le gambe. Ad esempio, “Deathbed” l’ha suonata – anche con un finale più dinamico e più potente: una cosa magnifica, da togliere il fiato, 10 minuti di pelle d’oca e farfalle nello stomaco. Avessi capito e seguito allo stesso modo, con la stessa profondità, l’intero concerto mi sarei piegato in due dal dolore, tanta era l’intensità tragica, e, invece di restare perplesso, avrei acclamato un’artista geniale che compone e suona a modo suo, veramente, senza filtri e senza sovrastrutture, e che si esibisce con una forza emotiva e con una consapevolezza strabilianti. Fenomenale.

A livello personale, devo aggiungere che il concerto mi ha lasciato esausto ed emotivamente molto scosso: tornato a casa, faticato a prendere sonno, poi nel corso della notte mi sono svegliato diverse di volte, sempre piuttosto agitato, sempre con in mente impressioni, colori e suoni che venivano dritti dalla serata. Anna, nonostante i problemi e la mia scarsa comprensione, ha colpito davvero in profondità.

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