Granato @ Wishlist, Roma, 18/01/2018

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Dice, “a Roma non c’è una cultura underground”. Non è vero, a Roma la cultura underground c’è, il problema casomai è che nessuno se la fila. Di conseguenza, gli artisti underground, dopo averci provato per un po’, a fronte di una desolazione sconfortante nei riscontri, lasciano perdere e si dedicano ad altro.

Giovedì sera mi è capitato di andare al Wishlist, il locale dove nella primavera scorsa ho visto nientemeno che Rachael Yamagata, a vedere un gruppo esordiente della scena romana (ancorché capitanati da un cilentano) che ha appena pubblicato il suo primo album: i Granato – originariamente un duo formato da un tizio che gestisce la considerevole mole di elettronica ed ogni tanto suona la chitarra e canta ed un chitarrista, dal vivo c’è anche un batterista. All’ingresso della band sul palco, poco prima delle undici di sera, perché a Roma certi eventi sono preclusi per scelta consapevole a chi deve lavorare la mattina dopo, in sala c’erano meno di 30 persone. Ed eravamo in zona San Lorenzo, un quartiere centrale che si presume vitale soprattutto in termini di presenza giovanile un minimo curiosa, non sulla Boccea o a San Saba. Oltretutto, la folla si è persino assottigliata durante il concerto.

Ora, che i Granato possano legittimamente non piacere, non si discute: non fanno una musica esattamente accessibile od immediata, ed in una città in cui gente come Tiziano Ferro riempie uno stadio aspettarsi una cultura musicale passabile dall’ascoltatore medio rasenta l’ingenuità. Ma se parliamo di originalità, capacità tecniche ed espressive, allora il discorso non comincia nemmeno. Anche chi se ne è andato per questione di gusti non può negare che i tre musicisti sul palco e la loro produzione siano di un livello elevatissimo, sotto tutti i punti di vista.

Il disco di debutto dei Granato, “Corrente”, può essere ascoltato ed acquistato (in formato digitale a 4 euro) su Bandcamp. Personalmente, consiglio come minimo l’ascolto, perché si tratta di un prodotto raffinato ed insolito: per quello che mi riguarda, non ne amo troppo le parti vocali (notoriamente, per me certe atmosfere devono essere accompagnate voci femminili, possibilmente malinconiche), in compenso i testi, spesso politici e piuttosto radicali, sono interessanti e parecchio condivisibili.

Una volta ascoltato l’album, ponendo una certa attenzione alla terza traccia, “T.T.T.”, suggerisco di andare sul sito ufficiale della band. All’apertura parte un video con una spettacolare esecuzione live in studio di “T.T.T.”: rispetto alla versione incisa, c’è in più il batterista. Ecco, come si dice spesso dei musicisti bravi sul serio, i Granato risultano molto migliori dal vivo che su disco.

Quando poi uno se li ritrova davanti davvero, su un palco, che ricostruiscono i brani del loro al momento unico lavoro, alternandoli con vecchie composizioni, tutte strumentali, il discorso cambia ulteriormente.

Un mesetto fa ero andato a vedere due piccole ninfe della musica elettronica all’italiana al Largo Venue: due tizie davvero deliziose, eleganti, originali, una davvero molto espressiva, l’altra più ricercata e meno immediata. I Granato sono diversi: sicuramente nel complesso più insoliti, decisamente meno digeribili ad un primo approccio, vanno seguiti con attenzione e cura. In questo specifico aspetto, la differenza tra i pezzi del disco e la produzione precedente è palese: se le cose vecchie sono complesse e strutturate, ma comunque godibilissime anche per un ascoltatore distratto, i brani di “Corrente” richiedono attenzione assoluta. Il bello è che la ottengono: i Granato dal vivo sono espressivi ed ipnotici. L’aspetto che nel disco è per lo più assente ed in concerto brilla di più è una gradevolissima psichedelia di fondo, che si accompagna perfettamente agli sviluppi creativi ed a volta pindarici dei pezzi e che permette di andare molto oltre un ascolto cerebrale: coinvolge e talvolta travolge.

Dopo un’ora e venti, i Granato lasciano il palco, curiosamente omettendo di menzionare che il loro cd poteva essere acquistato in loco ed i prossimi appuntamenti, che sono anche molto ravvicinati: li risentiremo a Roma il 2 ed il 10 febbraio (stavolta nei weekend, dunque), rispettivamente a Centocelle e di nuovo a San Lorenzo. Speriamo con un successo di pubblico un po’ più consistente, perché gente così se lo merita.

A presto, quindi!

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Irlanda

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Era un po’ che pensavo di scrivere questo articolo: mi ritrovo a farlo oggi, per commemorare la povera Dolores O’Riordan e ricordare perché una come lei è stata una presenza fondamentale per la mia generazione.

Per chi c’era e se lo ricorda o per chi se lo è fatto raccontare, verso la metà degli anni Novanta improvvisamente ha cominciato ad andare di moda l’Irlanda. Dublino e le coste atlantiche dell’Eire hanno iniziato di colpo ad esercitare un fascino enorme su tutta Europa e tutti volevano, dovevano andarci. Ovviamente non era sempre stato così. L’Irlanda, fino a pochi anni prima, veniva vista da un lato come un paese povero, dall’altro come un luogo pieno di problemi, con l’Ulster e l’IRA, con la gente armata per strada ed i combattenti cattolici che mettevano le bombe nei locali di Londra.

Gli irlandesi più famosi del mondo, all’epoca, erano ovviamente gli U2: una band al culmine della fama, che veniva dritta dal capolavoro berlinese “Achtung baby” e dallo Zoo TV, da due anni di tournée trionfale e magnificente negli stadi di tutto il mondo, incarnati dal personaggio di The Fly, quasi un extraterrestre, che negli ultimi anni si era messo metaforicamente sulle barricate contro la guerra nella ex Jugoslavia e che in passato aveva celebrato personaggi come Martin Luther King e cantato la povertà negli Stati Uniti sotto Reagan.

Per il resto, l’Irlanda era una provincia dell’impero, dove si parlava più o meno la stessa lingua dell’impero, ma per il resto non diversa dall’Italia o dalla Spagna. Gli stessi U2 erano emersi in realtà dalla narrazione dell’Irlanda problematica, con brani anagraficamente vecchi più di un decennio ma spesso riproposti come “Sunday bloddy sunday” e “New year’s day”.

A contribuire al successo dell’Irlanda, allo svecchiamento della sua immagine di paese povero e violento, per dipingerlo come luogo attraente e pieno di opportunità, era stato in primo luogo, a livello vagamente elitario, “The Commitments” – parlo del film, tanti di quelli che lo magnificavano nemmeno sapevano che era stato tratto da un romanzo di Roddy Doyle – in cui gli irlandesi si identificavano come “i neri d’Europa” e come tali suonavano la musica delle classi lavoratrici, il soul, e si ponevano come dei giovani alla ricerca di uno sbocco in una realtà complessivamente povera, ma umanamente molto vivace. Poi era arrivata la musica: prima di tutto il folk – negli anni Novanta la musica celtica andava per la maggiore ovunque – e con esso la sua sacerdotessa indiscussa, Enya. Infine arrivò qualcun altro a cambiare tutto.

Originari di Limerick, quindi della provincia della provincia, un posto raffigurato fino a poco prima come un paese rurale ed in guerra che aveva dato l’origine di una musica evocativa e misteriosa, ecco quattro ragazzi con le facce normali ed un look ripulito che suonano un rock moderno e gradevole, con le influenze di Bono e soprattutto The Edge perfettamente identificabili, ma diversi, personali, attuali. Era normale che il rock-pop parlasse inglese, era normale che venisse dall’Inghilterra, da Londra, da Manchester, da Liverpool; molto meno, che una musica da tutti i giorni venisse dalle campagne irlandesi, per bocca e strumenti di quattro tizi che non si ponevano come divi o come portatori di chissà quali istanze e pretese, ma come gente che cantava la propria vita, che non c’entrava niente coi Celti e con l’IRA: la stessa vita di tutti. Una vita in cui la canzone simbolo della band era un brano che parlava della tragedia dei bambini nelle zone di guerra, ma non specificatamente nella guerra dell’Ulster. Una vita come la nostra, insomma.

Per cui ecco che improvvisamente l’Irlanda non era più il paese delle bombe e dei Celti, di una ninfa irraggiungibile e di un alieno infallibile: era un paese come tutti, in cui si poteva partire da una pagina bianca per parlare e dire qualsiasi cosa, in cui quattro tizi dall’aria timida capitanati da una giovane donna coi capelli biondo platino ed una voce potente ed incredibilmente espressiva potevano aprire la bocca per cantare ed emozionare mezzo mondo con canzoni semplici, dirette, oneste.

I Cranberries di Dolores O’Riordan, per l’appunto: una band che ha cambiato l’immagine di un intero paese praticamente da sola. E pensare che c’è chi dice che la musica non ha nessuna vera valenza politica.

Come i leghisti con i profughi

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Nutrivo da un po’ il dubbio che certa gente che straparla di femminismo, sessismo, molestie sessuali, stupri ed in generale di questioni di genere avesse le idee un po’ confuse, che quando dice “so distinguere perfettamente tra un’avance ed una molestia sessuale” si sopravvaluti sensibilmente. Grazie alla lettera di Catherine Deneuve firmata da 100 intellettuali francesi che ricorda come uno che ci prova, magari in maniera un po’ goffa, insistita o anche importuna, che introduce argomenti privati o un po’ espliciti fuori contesto, o che sfiora il ginocchio di una donna non è un molestatore e che portare avanti una mostruosità del genere finirà per intaccare le libertà sessuali, ne ho avuto la certezza. In quattro giorni su Internet si sono lette assurdità di ogni tipo e livello, ma alla fine due cose sono emerse in modo chiaro: primo, buona parte dei commentatori è formata da gente che interviene per sentito dire e da analfabeti funzionali che la lettera l’hanno letta ma non l’hanno capita; secondo, la differenza tra un comportamento inopportuno ed uno penalmente perseguibile, di fatto tra persona molesta e molestatore, non è chiara per niente.

La prima cosa abbastanza ovvia da sottolineare è che manipolare, banalizzare o fingere di fraintendere le parole altrui per criticarle indica assenza di argomenti: Sostenere che Catherine Deneuve avrebbe scritto che le donne devono farsi molestare, che quelle che non se lo fanno appoggiare in metropolitana sono delle puritane, è una pura e semplice invenzione: chi polemizza su questo polemizza sul nulla, ed in un certo senso le dà ragione. La seconda, altrettanto scontata, è che attaccare il ragionatore invece del ragionamento, come se il fatto che la Deneuve si sia in passato spogliata al cinema la inibisca a discutere di diritti delle donne e la renda una sostenitrice del patriarcato, è ridicolo ed inutile se non dannoso alla discussione.

Passiamo al merito della questione, con un breve esempio: qualche tempo fa fece più o meno il giro di Internet un video in cui una donna avrebbe subito 108 “molestie sessuali” nel corso di 10 ore trascorse per strada. Praticamente tutte suddette “molestie sessuali” consistevano in saluti o commenti, nient’altro. Comportamenti certo non graditi, magari anche molesti, ma se parliamo di “molestie sessuali” parliamo di un reato che prevederebbe una pena detentiva. Davvero vogliamo invocare il codice penale per uno che dice “ciao bella” per strada?

Dice, “ma sono fastidiosi”. Certo che sono fastidiosi, ma il punto è esattamente quello: c’è differenza tra un comportamento fastidioso ed uno penalmente perseguibile, e, esattamente come rileva Catherine Deneuve, non sembra che questa differenza sia chiara. Anche il camion della nettezza urbana che passa alle tre di notte sotto le finestre di chi cerca di dormire perché si deve svegliare alle sei è fastidioso, ma nessuno parla di denunciarlo.

Oltretutto, il “fastidio” è una reazione soggettiva, e io ho letto esempi allucinanti: da quella che “se ti dico no è no, se insisti è violenza e io ti cicco in un occhio” (non c’è nessuna violenza nel fare un secondo tentativo, nel ‘ciccare’ in un occhio sì) a quella che dopo aver ricevuto dei fiori senza biglietto nel negozio in cui lavorava si è fatta andare a prendere dal padre perché temeva per la sua incolumità. Sarebbe ora di rendersi conto che in questi casi il problema non sono gli uomini, nemmeno quelli molesti, ma certe donne che vivono in uno stato di terrore autoindotto degli uomini, come i leghisti coi profughi.

Il fine ideale di certe integraliste che hanno o cavalcano certe paure irrazionali ed ingiustificate, il loro scopo recondito, è molto semplice: poter arrivare ad agitare lo spettro della denuncia per molestie a chi gira loro attorno e non è gradito. Donne che, peraltro, messe alle strette, non possono altro che suggerire una maggiore presenza delle forze dell’ordine a cui rivolgersi ogni volta che si sentono minacciate – forze dell’ordine i cui membri sono o sono stati processati per la macelleria della scuola Diaz, l’omicidio Cucchi e, guarda un po’, un doppio stupro a Firenze: tipiche persone che vorrei incontrare mentre cammino da solo in un vicolo di notte.

Viviamo in una società in cui la stragrande maggioranza dei comportamenti violenti contro le donne avviene tra le mura di casa; degli altri, nella maggioranza dei casi si tratta di violenze perpetrate da congiunti; dei rimanenti, la stragrande maggioranza degli episodi è riconducibile a situazioni di abuso di potere (il capo che molesta le sottoposte, il produttore che molesta la provinante, il poliziotto che violenta la turista alticcia). Non mi pare si sentano spesso, in relazione ad uno stupro, commenti tipo “ce lo aspettavamo: le fischiava quando passava”, mentre “sembrava una brava persona” e “salutava sempre” vanno per la maggiore.

Le molestie sessuali non hanno nulla a che vedere col sesso: sono un’espressione di potere. Forse anche certe cosiddette femministe (spesso a loro volta un po’ troppo attratte dal potere) prima o poi ci arriveranno.

Stipendio

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“Lo stipendio compra il lavoro, non la persona che lo svolge”.

Questa frase è contenuta in un romanzo italiano scritto alla fine degli anni Cinquanta ed ambientato per la maggior parte nella seconda metà degli anni Trenta. Non è una sentenza emessa dal narratore, bensì parte di un dialogo tra i protagonisti dell’opera, dei ragazzi attorno ai 25 anni di elevata istruzione (tre su quattro sono laureati, il quarto è fermo alla tesi) e discreto benessere. All’interno della conversazione, la frase non è pronunciata dal personaggio politicamente più attivo dei quattro, un comunista dichiarato, nonché l’unico non ebreo, e come tale l’unico non direttamente vittima dei provvedimenti discriminatori del fascismo, ma dalla figlia minore di una famiglia ricca – una famiglia che, contrariamente ad altre, anche prima delle discriminazioni aveva sempre mostrato ostilità nei confronti di Mussolini ed ostentato un atteggiamento progressista, ma pur sempre lontano dall’antifascismo da barricate e dalle istanze della classe operaia.

Oggi, nel 2018, nella società in cui un’azienda verifica il comportamento di un candidato sui social media prima di sottoporlo ad un colloquio di lavoro senza che nessuno lo consideri inappropriato, nel mondo in cui si può essere multati o licenziati per un commento imprudente nei confronti del capo o della compagnia per cui si lavora, in Italia, con la benedizione di un governo guidato da un partito che si dice di sinistra ed ha avallato il licenziamento arbitrario, la medesima frase sarebbe probabilmente vista come estremista, proveniente da quella sinistra che vuole regalare il paese alle destre ed ostacola il grande rinnovamento portato avanti da chi vuole rendere precaria la società in tutti i suoi aspetti ed immagina un mondo in cui siano tutti clienti felici di Amazon e Booking – a proposito di chi fa maliziosamente confusione tra ciò che le persone, non solo i dipendenti, fanno, ciò che hanno e ciò che sono.

Insomma, lavori al Centro di Incubazione e di Condizionamento: ringrazia che un lavoro ce l’hai e tieni un comportamento appropriato alla tua posizione anche fuori dall’ufficio!

Ecco, in una sessantina d’anni siamo passati dal considerare una sostanziale catalanata, fatta dire da Giorgio Bassani al personaggio complessivamente più equilibrato del suo libro più famoso, un’opinione bizzarra, anacronistica e, diciamocelo, un po’ anti-sistema. In una sessantina d’anni siamo arrivati a considerare un’estremista dei diritti dei lavoratori una come Micòl Finzi-Contini.

Con i sentiti complimenti dei grandi capitani d’industria contemporanei, da Jeff Bezos ad Oscar Farinetti.

Lourdes

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Avevo questo film sul computer da mesi e non l’avevo mai guardato. Avevo due paure: primo, che fosse un film a sfondo religioso, e come tale non mi sarebbe piaciuto; secondo, che fosse un film di pura critica alla fede, di quelli aggressivi ed irridenti, e come tale non mi sarebbe piaciuto. L’avevo scaricato per stima nei confronti di un paio di attori, lo svizzero Bruno Todeschini e, molto più importante, la meravigliosa Léa Seydoux, la donna più bella della storia dell’universo, che fortunatamente non soffre di particolari problemi di pudicizia, tanto che credo “Lourdes” sia la prima pellicola che ho visto in cui lei appare completamente vestita dall’inizio alla fine. Alla fine ho deciso di vederlo perché ieri volevo guardare un film in francese per ragioni di studio e ha vinto lui.

Cominciamo da questo: il film non parla di fede, e parla anche poco di religione. Quello di cui parla sono gli uomini, le persone, e diciamolo fin dall’inizio, non ne parla molto bene.

La protagonista dell’opera è Sylvie Testud, che interpreta una donna affetta da sclerosi multipla, che per disperazione, ed anche per fare qualcosa di nuovo, tenta la carta del pellegrinaggio a Lourdes. Durante la sua permanenza si sente palesemente fuori posto ed esterna opinioni e commenti su realtà inconfutabili senza curarsi delle conseguenze; è assistita da Maria, la volontaria interpretata dalla Seydoux, coadiuvata dalla coordinatrice del viaggio. Le sue interazioni principali avvengono con la compagna di stanza, che non si capisce bene cosa abbia, ma è devota all’immagine della Madonna ai livelli della superstizione, con un paio di altre beghine presenti in loco non si sa a che titolo, un sacerdote che parla per frasi fatte e risponde alle domande, talvolta apertamente provocatorie, che gli vengono poste con frasi da prontuario del cattolico dilettante, e con un tizio in uniforme con cui sembra esserci un interesse, ostacolato dalle condizioni della donna.

Quello che viene evidenziato per tutta la durata della pellicola è la palese, finanche ostentata mercificazione del miracolo, con relativa sottintesa presa in giro dei pellegrini. L’idea che la struttura sfrutti la fede di pochi e la disperazione di molti per campare con viaggi organizzati tra il grottesco ed il distopico non è solo suggerita, è espressa in termini piuttosto chiari. Poi, a due terzi del film, Christine improvvisamente è in grado di alzarsi, e dunque si grida al miracolo: persino i medici da cui viene portata (e da cui c’è la fila, perché i sospetti miracoli sono tutt’altro che rari, laggiù), per quanto prudenti nel ricordare che la sclerosi multipla può conoscere fasi di apparente remissione, sono sorpresi dall’entità del recupero.

A questo punto il film, per così dire, parte all’attacco. Le reazioni dei pellegrini all’apparente guarigione sono sintetizzabili nelle seguenti tre parole: “perché a lei?” Il sacerdote è ovviamente preso in contropiede e reagisce alla sorpresa tirando fuori le migliori frasi di circostanza del prontuario, in sequenza; gli altri malati la guardano con invidia e sospetto, apertamente delusi dal fatto che non sia toccato a loro; le beghine ne hanno un po’ per tutti, ogni volta che aprono bocca è una sentenza, solitamente di uno squallore indecente. Le uniche che non ne escono a pezzi sono la compagna di stanza di Christine, che assiste in silenzio agli eventi, e Maria, che è tutto sommato il personaggio di contorno più umano. Il tutto fino ad un finale amarissimo, che mette ancora più a nudo rancori, meschinità e povertà umana delle persone.

“Lourdes” è un’opera di un cinismo spettacolare. La cosa interessante è che non c’è un attacco diretto alla fede o alla disperazione, né in generale alla situazione che vivono i pellegrini, di cui invece il santuario di fatto si prende gioco. Forse avrebbe potuto essere più aggressiva in alcuni momenti, ma davvero anche così ce n’è abbastanza.

Una riflessione sull’attrice protagonista del film, Sylvie Testud: per tutti i 95 minuti di visione avrei voluto abbracciarla fortissimo; poi ho visto una sua intervista a proposito della pellicola, ed avrei voluto abbracciarla ancora di più. È bionda, mette a nudo realtà assurde, ha gli occhi chiari e lo sguardo sognante: Luna Lovegood esiste davvero, ma è un’attrice francese. Un’attrice francese che nel 2003 ha recitato in “Stupeur et tremblements”. In altre parole, Luna Lovegood ha interpretato i grotteschi e fantozziani tentativi della giovane Amélie Nothomb di farsi strada in una grande azienda giapponese: voglio vedere quel film!

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Piazze di Roma in estate

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Villa D’Este e Villa Adriana, Tivoli

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Hån e L I M @ Largo Venue, Roma, 16/12/2017

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Sabato scorso, per la prima volta, sono andato ad un concerto per vedere le spalle invece dell’artista principale. Era il concerto di tali Coma Cose, duo di ambiente hip-hop che propone testi imbarazzanti basati per lo più su giochini di parole scontati e vagamente avvilenti; le due musiciste chiamate ad aprire il concerto erano invece tutta un’altra cosa.

La serata si è tenuta in una struttura a me fino ad allora sconosciuta, il Largo Venue, a via Prenestina (tecnicamente, in una traversa della Prenestina) poco prima di largo Preneste: davvero interessante, con una sala moderna da circa 400 posti, dotata di un palco di dimensioni adeguate soprattutto in profondità, un fondo su cui è possibile proiettare dei video, ma soprattutto di un impianto decente, che non viene saturato troppo facilmente nemmeno con suoni elettronici ai limiti dello stridulo e con volumi considerevoli, ed una buona acustica. Tra tre mesi ospiterà l’ottima e musicalmente molto raffinata Dillon, che nel marzo scorso ha suonato nella sala Petrassi dell’Auditorium: dopo questo piccolo sopralluogo, direi che la location è promossa.

Le spalle dei Coma Cose, dicevamo. Per prima è stata spedita sul palco la giovanissima Hån. Volendo semplificare, io ero lì per lei: l’avevo vista il 10 novembre aprire il concerto dei Lamb al Parco della Musica con un mini live elegante ed emotivamente molto onesto, dopodiché mi ero documentato sul suo conto ed avevo scoperto che si sarebbe nuovamente esibita a Roma il 16 dicembre. Quindi, eccomi, di nuovo di fronte a lei ed al tizio che si tira dietro per alternarsi con lui alla chitarra ed alla gestione dell’elettronica; ed ecco di nuovo lei, con una breve esibizione per presentare il suo EP appena uscito. In 5 settimane le cose cambiano poco: Hån si è confermata timida ed elegante, molto schietta ed onesta nella sua comunicazione semplice ed efficace. Belle canzoni, elettroniche, calde e un po’ malinconiche, il suo concerto davvero un gioiellino bonsai tenero e prezioso.

Dopo circa 25 minuti, Hån ha lasciato il palco ad un’altra tizia molto intrigante: si firma L I M, anche lei suona a duo con un tizio che le dà una mano a produrre la notevole quantità di suoni elettronici che formano la sua musica, anche lei la arricchisce con uno strumento elettrico a corde (nel suo caso il basso). La differenza è stata piuttosto forte nel tipo di esibizione.

Come Hån è onesta ed empatica, con una voce calda ed emozionante, che diventa improvvisamente piccola ed insicura quando smette di cantare e si presenta al pubblico, al punto di farmi dubitare che la sua produzione in studio possa essere dello stesso livello di quella dal vivo, così L I M è un’artista completa, sicura e professionale; la sua musica è creativa e pindarica, più moderna di quella della collega. L’amico con cui ero al Largo Venue, diplomato al conservatorio in musica elettronica, ha ammesso di aver trovato difficile capire dove i suoi pezzi andassero a parare, il che può letto come una critica (brani cervellotici e strutturati approssimativamente), ma denota una ricerca di originalità comunque apprezzabile; il concerto è stato efficace sotto ogni punto di vista, da quello sonoro a quello visivo, comprendente un’esibizione quasi al buio mentre sul fondo del palco venivano riprodotti dei video che accompagnavano la musica in modo straordinariamente efficace, mentre chi la eseguiva restava come una specie di ombra in primo piano. L’unica pecca, la voce: affascinante e molto ben utilizzata, ma poco potente.

Anche con L I M, tanta elettronica e parecchia malinconia, ma più complessa e meno diretta. Dal punto di vista puramente emotivo, Hån ha vinto la serata: quando ha smesso di suonare l’istinto più forte era quello di andare ad abbracciarla. Come musicista nel suo complesso e come artista dal vivo, L I M, con la sua ora scarsa di live stentoreo e potente, si è rivelata qualche gradino più in alto: magari è solo una questione di esperienza, ma le idee chiare, e soprattutto la grande consapevolezza su come portarle a casa, si sono viste benissimo.

Due artiste della scena underground italiana, simili per genere ed area musicale di appartenenza, diversissime per approccio alla comunicazione ed all’espressione di sé. Due gioielli da tenere assolutamente d’occhio. Non vedo l’ora che ripassino da Roma.

Elle Mary And The Bad Men @ Blackmarket Hall, Roma, 22/11/2017

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Con difficoltà, un annullamento improvviso e successivo miracoloso recupero, abbiamo dunque chiuso la stagione novembrina dei concerti: 4 in circa due settimane, l’ultimo mercoledì 22 sera, quello di Elle Mary And The Bad Men, che presentava il suo primo album in un concerto gratuito molto intimo.

Parlando di concerti che sono andato a vedere volontariamente (cioè, non di gente che mi sono trovato ad ascoltare per caso mentre mi trovavo in un posto che offriva musica dal vivo), probabilmente questo è stato quello con la minore affluenza di pubblico: anche meno delle circa 35 persone che sono con me state travolte da Lady Lamb al Bitterzoet di Amsterdam nel settembre 2015 e delle certamente meno di 50 accorse al Blackmarket a vedere Jesca Hoop nel maggio scorso. D’altra parte, è stato un concerto sofferto, nel senso che era originariamente stato previsto allo stesso Blackmarket da Unplugged in Monti per lunedì 20, poi qualcosa è andato storto ed è stato annullato, e solo mercoledì in tarda mattinata si è saputo che sarebbe stato recuperato con ingresso gratuito al Blackmarket Hall la sera stessa.

Elle Mary, all’anagrafe Elin Rossiter, è una giovane tizia che suona chitarra e tastiere e fa musica con un batterista ed un bassista. La sua discografia consta di un album 9 pezzi erratici dallo sviluppo creativo ed imprevedibile, ma sempre pervasi da un’atmosfera complessivamente malinconica, un cantato liquido e un sound tra l’indie-rock ed il blues-rock. Ricorda vagamente, per sensazioni e timbro vocale, l’ottima Alice Phoebe Lou, transitata per Roma nel settembre scorso, anche lei per un live gratuito con pubblico selezionato, ma un po’ meno di quello di mercoledì sera.

Il Blackmarket Hall è un pub su più piani, con una bellissima sala adibita a micro-live, nella quale sono apparecchiati alcuni tavoli, un bancone ed un enorme divano ad angolo che occupa una quantità inusitata di spazio, e che confina con uno spazio all’aperto ed un’altra sala laterale. Questo per dire che di per sé il luogo dove il concerto si è tenuto è quanto di peggio gestito in termini di spazio, eravamo forse in 25-30 e stavamo scomodi.

Elle Mary sostiene di non scrivere musica con fini di catarsi, ma che lo fa in modo molto consapevole, lentamente; riferisce che le sue canzoni prendono forma dopo processi di razionalizzazione, tanto è vero che il processo di composizione e registrazione del suo disco di debutto è durato tre anni, e che sono molto più una narrazione del suo rapporto con quello che le succede e con la vita in genere che una reazione a mente calda. Niente dilaniamenti alla Lady Lamb, ma consapevolezza e ragionamento.

Elin Rossiter è dunque davvero una persona scura e malinconica, o almeno questo è il suo rapporto col mondo. È anche una persona che per raccontarsi sceglie forme compositive pindariche e creative, con musicisti di livello che le sanno stare dietro e le offrono un accompagnamento all’altezza dei suoi cambi ritmici. Sembrerebbe in questo avere un punto di somiglianza con miss Aly Spaltro, ma ad un ascolto più attento si riconosce che l’umore dei suoi pezzi è costruito molto più razionalmente rispetto alle violente montagne russe del piccolo genio del Maine.

Dal vivo, Elle Mary ha fatto un’ottima, ma davvero ottima, figura. Sicura, capace sia di mantenere elevati standard tecnici vocali ed esecutivi che di esprimere il contenuto emotivo dei suoi brani in modo tranquillo ed intenso. Nonostante il rumoroso bancone del pub a pochi metri da me, dove lo shaker è stato utilizzato con una frequenza sconfortante, ho visto un concerto caldo e coinvolgente da parte di un’artista capace, elegante e tutt’altro che grezza. Non che una comunicazione grezza ed aggressiva sia un male, ma il calore triste e malinconico di mercoledì sera è stato soffice, elegante ed ammaliante. Un concerto molto breve, circa 40 minuti compreso un rapidissimo bis, e davvero peccato, anche se eravamo in pochi avremmo apprezzato e meritato un concerto più lungo e strutturato, magari con qualche inedito. Ma Elle Mary non è il tipo da suonare nulla se non ci ha lavorato sopra a lungo, e dopotutto ha appena pubblicato il suo primo disco.

Bella serata.

Zola Jesus @ Club Monk, Roma, 14/11/2017

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E così si è conclusa la mia personale sessione autunnale dei concerti a Roma. O almeno così credevo, perché invece si è imprevedibilmente aggiunta una piccola coda, all’inizio della settimana prossima. Per il momento, comunque ha chiuso Zola Jesus, che martedì 14 novembre si è esibita al Monk, noto figliastro del Circolo degli Artisti, luogo dove l’avevo vista ed apprezzata sei anni fa.

Alcune considerazioni sulla carriera di Nika Roza Danilova. Nel 2011 venne a Roma come giovane cantautrice proposta da una casa discografica di piccole dimensioni, la Sacred Bones Records, dalle strumentazioni minimali ed elettroniche, dalle ambientazioni dark e con una solida band alle spalle. All’epoca fece più o meno il tutto esaurito. Poi le cose non le sono andate benissimo: provò il lancio in un giro più grande, passando alla Mute Records, tentando di rimanere ancorata al suo tipo di comunicazione, ma con una veste musicale più spendibile: il risultato fu “Taiga”, pubblicato nel 2014, un album francamente modesto, povero di spunti, per giunta di scarso successo. Dopo il mezzo fiasco, Zola Jesus è tornata alla Sacred Bones e ha ripreso il discorso dove lo aveva interrotto. Il suo ultimo album, “Okovi”, è quello che uno si sarebbe aspettato di ascoltare dopo “Conatus”, una sua evoluzione in chiave techno-pop, con strumentazione più presente ed ossessiva ed analoghi richiami scuri e macabri.

Niente di male, non c’è nulla di sbagliato nel tentare di uscire dalla propria zona di conforto, come non c’è nel non riuscirci, mentre c’è molto merito nel rendersene conto e tornare indietro, e ce n’è ancora di più nell’accettare che la propria dimensione è la nicchia. Infatti “Okovi” è un disco bellissimo, con cui Zola Jesus ha ripreso il discorso con cui ci aveva lasciati nel 2011, solo con un 3-4 anni di ritardo.

Al Monk martedì sera c’erano forse 150 persone, parecchie meno che al Circolo sei anni fa, ed è un peccato. Perché il concerto, ancorché breve, è stato bello, intenso e molto caldo. Ecco, se c’è un aspetto in cui Nika Roza non è rimasta indietro è l’esibirsi dal vivo. L’avevo lasciata trascinante ma incerta, potente ma spaesata, l’ho ritrovata consapevole e convinta, affascinante e coinvolgente, molto più a suo agio con l’idea di comunicare quello che ha dentro.

Abbandonata la band ed abbracciata in modo più completo l’elettronica, Zola Jesus è accompagnata da due tizi: un chitarrista, che per la maggior parte del tempo fa più tappeto sonoro che altro, ed una violista. Per il resto, basi ed elettronica digitale che gestisce lei stessa. Più la voce – quella sì, più matura, controllata, professionale. Bella e potente quando ce n’è bisogno, più dimessa e buia, sempre bassa e molto calda.

Ha suonato parecchio del suo ultimo lavoro, iniziando con la splendida “Veka” (grande entrata in scena, anche se forse un pezzo così avrebbe meritato una collocazione più in avanti, con le persone calde e perfettamente dentro al mood del concerto), e chiudendo, prima dei bis, con “Exhumed”, primo brano del disco dopo il breve intro. Bassi potentissimi, un impianto accettabile, un’acustica più che discreta per le condizioni della sala, sporcata tuttavia da qualche vibrazione di troppo, e tanta energia. Pur con i i suoi brani compassati e malinconici, Zola Jesus non canta ferma e a testa bassa: si muove, si agita, chiama il pubblico (a suon di bestemmie in italiano, grosso modo l’unica cosa che sa dire nella nostra lingua), usa il corpo e tutto quello che ha per esprimersi. La sua musica può essere malinconica e triste, ma non è sconfitta.

L’unica pecca del concerto, la scarsa durata: dopo circa un’ora, i tre musicisti hanno lasciato il palco, per rientrarvi dopo un paio di minuti, suonare un solo pezzo e salutare. Con un repertorio di 3 album (più un semidisperso disco d’esordio realizzato in casa) e 2 splendidi EP, si poteva pescare parecchio di più: che fine hanno fatto pezzi come “Seekir”, “Manifest destiny” e “Poor animal” (brano spettacolare pubblicato sull’EP “Valusia” e poi inspiegabilmente trucidato dalla Sacred Bones nel momento di compilare la scaletta di “Stridulum 2”)?

Peccato. Davvero, Zola Jesus poteva fare di più. Meglio, probabilmente no.