Il piano economico

Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Quando nel mese di giugno PD e M5S si sono trovati al ballottaggio per l’elezione del Sindaco di Roma, il candidato del Partito Democratico ha adottato una strategia comunicativa geniale: non ha parlato di altro che di Olimpiadi. Non di quelle che si preparavano a Rio De Janeiro, no, di quelle del 2024 per cui Roma potrebbe ipoteticamente candidarsi. E, si noti, Giachetti non ha presentato un piano economico-industriale per sponsorizzarle, si è limitato a ripetere per una dozzina di giorni come un invasato che la Raggi non capiva niente ad osteggiare la candidatura, che era antistorica e voleva buttare dalla finestra un’occasione ghiotta per le casse e la cittadinanza romana.

Perché, su quali basi, lui ritenesse che le Olimpiadi sarebbero un’occasione per Roma, non è dato saperlo.

Ora, potrei parlare dell’enorme sequela di cialtronerie che sta accompagnando l’ipotesi di candidatura per i Giochi del 2024: potrei parlare di esponenti del PD e giornalisti di area che, dopo aver ringraziato con la lingua per terra Mario Monti per aver stoppato tali velleità quando era capo del governo, ora attaccano la Raggi con la bava alla bocca perché fa lo stesso; potrei parlare del commissario del PD romano che fa più o meno la stessa cosa, dimenticando che un tizio del suo partito governava la sua città ed era favorevole ai Giochi prima che lui lo facesse sfiduciare; potrei parlare del segretario nazionale del medesimo partito che fa passare il messaggio che se la Raggi ritira la candidatura i fondi per la città diminuiranno sensibilmente.

Il punto però è un altro ed è duplice. Da un lato, nel momento in cui un candidato sindaco punta tutta la sua campagna elettorale sulla volontà di portare avanti la candidatura della Capitale ai Giochi del 2024 e prende il 30% alle urne, l’orientamento dei cittadini romani mi sembra piuttosto chiaro – con buona pace di chi continua a parlare di referendum, per il quale peraltro nessuno ha seriamente pensato di provare a raccogliere le firme. Dall’altro, vogliamo discutere di Olimpiadi? Benissimo: chi vuole candidare Roma, presenti un piano economico e vediamo cosa ne viene fuori.

Ora, è notorio che i Giochi olimpici degli ultimi anni sono stati un problema finanziario per tutte le città che li hanno ospitati, con un rapporto medio tra costi effettivamente sostenuti e costi preventivati pari al 180%. Atene è quella che ha fatto la figura peggiore, finendo in un rosso spaventoso, presentandosi al mondo con gli impianti incompleti e dando il La a problemi di cui non si vede la fine. A Rio De Janeiro non è andata molto meglio, persino a Londra le cose non  sono andate un granché.

Nel frattempo, in Italia ci sono state le Olimpiadi invernali del 2006, che hanno lasciato Torino con uno Stadio Olimpico virtualmente inutilizzato e poco altro, visto che il Sestriere aveva infrastrutture più che discrete e per quasi tutto il resto si sono utilizzati impianti provvisori. Roma invece è una città che andrebbe quasi interamente rifatta: c’è il problema dell’immondizia, l’asfalto è un disastro in una percentuale sconfortante delle strade, le direttrici di traffico sono inadeguate ed intasate a qualsiasi ora del giorno, i trasporti pubblici sono inefficienti ed avrebbero bisogno di investimenti massicci visto che quasi metà del parco autobus è inutilizzabile, gli impianti sportivi se va bene sono vecchi (stadio Olimpico), altrimenti sono dismessi e vanno ricostruiti da zero. L’ultima volta che Roma ha ospitato un evento sportivo, i Mondiali di nuoto del 2009, ha dovuto dirottare le gare in strutture posticce perché quelle che si intendeva realizzare erano molto lontane dal completamento anche anni dopo. Inoltre in Italia l’anno scorso è stato organizzato Expo, che ha sicuramente chiuso in perdita, anche se non si sa di quanto visto che ad un anno dalla chiusura i bilanci sono top secret, con un indotto turistico ridicolo e con qualche bella inchiesta per mazzette e associazione mafiosa aperta dalla Magistratura.

Per queste ragioni, se vogliamo discutere di un piano economico legato alle Olimpiadi, e discuterne seriamente, il piano deve essere realistico. Non voglio vedere il solito diario dei sogni: voglio vedere un progetto in cui sono chiaramente indicate le realistiche ipotesi di cifre che finiranno in corruzione e in mano alla mafia, di persone che finiranno sotto inchiesta, di blocchi ai lavori per le infrastrutture, di ritardi effettivi rispetto ai piani iniziali. Senza un piano del genere, la discussione non inizia neanche. Con un progetto che dimostri come anche con tutti questi problemi si può ristrutturare una parte di Roma senza andare a gambe all’aria, forse possiamo almeno sederci a discutere. Per favore, non pigliamoci per il culo.

Le chiavi nel cruscotto

Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Quindi, pochi giorni dopo il suicidio di Tiziana Cantone, abbiamo una nuova vittima di leak informatici riguardante materiale sensibile, nel caso specifico foto senza veli. Si tratta stavolta di un personaggio pubblico, tale Diletta Leotta, giornalista di Sky – sarà che vivo in un mondo parallelo, ma non l’avevo mai sentita nominare prima di ieri – a cui le foto sarebbero state trafugate tramite incursione nell’account associato al suo iPhone.

C’è ovviamente la solita e sempre più nutrita pletora di persone, secondo le quali la colpa è sempre di qualcun altro, che è tutta intenta a spiegare al mondo come mai la Leotta è vittima degli uomini cattivi, perché una persona dev’essere libera di lasciare roba personale incustodita dove crede, semplicemente perché appropriarsene sarebbe un reato. Certo, il danno lo subisce la vittima e il colpevole non è nemmeno detto che lo si trovi, ma questi sono dettagli per chi vive nel mondo di Peter Pan.

Vorrei a questo punto ricordare un mantra ricorrente con cui una quantità enorme di persone risponde a chi manifesta preoccupazione riguardo l’intercettazione delle comunicazioni telematiche e l’utilizzo dei dati di navigazione per la profilazione: “mi intercettino pure, io non ho niente da nascondere”. Un tizio di nome Edward Snowden risponde a questa argomentazione ricordando che la privacy non riguarda l’avere qualcosa da nascondere, ma qualcosa da proteggere. Ecco, la Leotta qualcosa da proteggere ce lo aveva.

Vorrei anche ricordare che molta gente, in pieno delirio dovuto al panico da terrorismo, è favorevole, o quantomeno non contraria, alla richiesta operata dalle forze di polizia di creare su dispositivi come tablet e smartphone degli ingressi di servizio, delle cosiddette backdoor, per permettere ai “buoni” di spiare i “cattivi”. Ora, mi piacerebbe capire, secondo queste persone, chi dovrebbe sfruttare queste backdoor se non degli hacker, i quali, purtroppo, non sono tutti “buoni”. Anzi, i freelance e i “cattivi” di solito sono migliori perché a stare da quella parte ci si guadagna di più.

Infine vorrei ricordare a tutti che quando si installa una app sul telefono o sul tablet, prima che inizi il download, bisogna dare l’ok alle autorizzazioni che questa richiede per poter funzionare. Moltissime app fanno richiesta di accesso alla rubrica, alla posizione, alla galleria di immagini, pur non essendo questi dettagli necessari al loro funzionamento. Acconsentire significa dare allo sviluppatore dell’app le chiavi di accesso a dati sensibili. Comodissimo, pensa l’utente medio, così se cambio telefono mi basta riattivare il mio account per avere di nuovo tutte le mie foto. Cosa che ovviamente avviene per magia, le foto non sono immagazzinate in un server localizzato chissà dove che può subire un attacco di hacker, e che di solito è di proprietà di una società con sede in qualche paradiso fiscale, per cui nemmeno risponde alle leggi italiane.

C’è da dire che un server di società come Facebook e Telegram è solitamente più sicuro del singolo telefono di una persona, esattamente come una banca è solitamente più difficile da rapinare di un tizio per strada. C’è anche da dire che si presume e si spera che gli sviluppatori di app proteggano e criptino i dati degli utenti in modo serio. Sfortunatamente queste considerazioni si scontrano con una realtà in cui per rapinare me devono prendere di mira proprio il mio telefono, mentre il cosiddetto “cloud”, parola che Paolo Attivissimo ricorda essere la traduzione dal linguaggio di marketing di “computer di qualcun altro”, è costantemente sotto attacco ed è gestito con una faciloneria ed un’approssimazione a volte spaventose.

Per citare un esempio celebre ed una società non certo disattenta, qualche anno fa eBay chiese a tutti i suoi utenti di cambiare la password del loro account perché c’era la possibilità concreta che un numero ingente di password fosse stato trafugato in un attacco informatico. Questa è la vera sicurezza del cloud – figuriamoci poi quella dei clienti che la password non la modificarono o la cambiarono in “password”. Lecito fregarsene, lecito dire “io non ho niente da nascondere” o “profilatemi pure, è comodo”, lecito tenere su un cellulare con sincronizzazione attiva e password ridicole materiale sensibile, meno lecito fare il moralozzo se detto materiale sensibile finisce su internet.

È più o meno come avere l’abitudine di lasciare le chiavi della macchina nel cruscotto e vantarsene al pub.

Il meme di Willy Wonka, la pornostar e l’aggressione a Mike Tyson

Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Sono già intervenuto qualche giorno fa sulla faccenda della tragica morte di Tiziana Cantone, cercando di porre al centro della questione argomenti apparentemente dimenticati come la responsabilità individuale e l’ignoranza digitale di persone che non hanno la minima idea né di quali conseguenze hanno le loro azioni, né del fatto che di queste in teoria bisogna rispondere, se non proprio in sede penale almeno con la propria coscienza e la propria vita. Vedo che l’escalation di j’accuse nei confronti della rete, di chiunque abbia contribuito alla depressione di Tiziana Cantone anche solo con una risata, continua, ragione per la quale mi pare il caso di ricordare alcune cose.

La maggior parte dei fruitori del video incriminato lo ha ricevuto ed al più condiviso, come si fa con una quantità innumerevole di stimoli, digitali e non, nel corso di una giornata. Ne ha riso, come si ride di un’immagine divertente o di un’esternazione di Salvini e Di Maio. Quasi nessuno è andato a cercarlo e quasi nessuno si è preoccupato di andare a cercare la fonte, come non si cerca la fonte dei meme con il Keep Calm o la faccia di Willy Wonka che ironizza sulle notizie del giorno.

A tutta questa schiera di benpensanti e schiavi del politicamente corretto solo quando ci scappa il morto vorrei chiedere: qualcuno di voi ha mai verificato le attuali condizioni di salute delle attrici porno i cui video in passato avete scaricato da internet e con cui vi siete divertiti? Avete mai verificato se qualcuna di queste è finita in overdose o ha contratto qualche malattia venerea? Avete controllato che nessuna di esse soffrisse di depressione o fosse vittima di slut shaming? Lo sapete che fino a qualche anno fa l’aspettativa di vita di una pornostar non arrivava ai 50 anni? Avete mai difeso apertamente le starlette che fingono di farsi rubare video hard per farsi pubblicità? Avete mai risposto male a chi faceva slut shaming su Paris Hilton, Pamela Anderson e Belén Rodriguez?

Chiunque risponda di no a queste domande (e ne no un’altra: visto che l’interprete di Willy Wonka, Gene Wilder, è morto da qualche settimana, qualcuno ha pensato di richiedere, per sensibilità verso i suoi cari, la rimozione istantanea di tutte le immagini scherzose che usano la sua faccia?) può gentilmente accomodarsi nel girone degli ipocriti e farla finita.

Questo modo di pensare, di vittimizzare tutto e tutti, di pensare sempre che ci sia un colpevole, che ci sia della malizia dietro a qualunque cosa, ha come ideale una società asettica ed ovattata ai limiti dell’orwelliano. Qualsiasi argomento può essere un tasto dolente per qualcuno: la conseguenza è che non si dovrebbe più nemmeno fare una battuta per strada, perché un passante potrebbe prenderla come un’offesa personale e soffrirne. Cerchiamo di non far ridere i polli.

Per quello che riguarda il comportamento di Tiziana Cantone, e di tante altre persone come lei che condividono on line le proprie esperienze private e poi rimangono scottate dal fatto che diventano di dominio pubblico, con tutte le conseguenze del caso, utilizzo un’elegante metafora.

Se io cerco di aggredire Mike Tyson, lui non può reagire riempiendomi di botte: è più grosso e forte di me, e sa come si danno i pugni, se non ci sta attento mi ammazza. Se lo fa, lo fa a suo rischio e pericolo, nel senso che poi arriva la magistratura e lo processa per (tentato) omicidio. Questo non rende i pugili una categoria da stigmatizzare, perché la responsabilità penale è e resta individuale e non è possibile né giusto generalizzare solo perché si tratta di persone letteralmente in grado di uccidere un uomo a cazzotti. Non è giusto nemmeno generalizzare e stigmatizzare chiunque dica che mi avrebbe picchiato a sua volta, perché in generale si tratta di persone che al massimo mi avrebbero procurato qualche livido, e le conseguenze effettivamente scatenate da una singola persona e dai suoi comportamenti sono determinanti quando si tratta di responsabilità.

Nel frattempo, siamo sicuri che io, cercando di colpire un ex pugile professionista da 100 chili, abbia fatto quello che potevo per uscirne indenne? Me la sono cercata? No, io al massimo mi sono cercato un cazzotto memorabile. Per amore di integrità fisica, potevo risparmiarmelo?

La ragione dei fessi

Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Fatemi capire meglio questa storia.

Una tizia tradisce il fidanzato con un altro uomo. Questo altro uomo, nel bel mezzo di un pompino, inizia a riprendere la scena con lo smartphone. Segue dialogo da film porno amatoriale in salsa napoletana in cui, tra l’altro, il fidanzato ufficiale della donna viene più volte preso in giro ed umiliato, e la tizia dice all’amante che fa bene a fare il filmino.

Il filmato, se ho ben capito anche per mano della protagonista, arriva tra le mani di alcune persone, si presume amici. Da lì a finire on line il passo è ovviamente breve, infatti ci finisce. A causa principalmente dei dialoghi da macchietta, diventa anche virale e fa il giro d’Italia a velocità che Vincenzo Nibali se le sogna.

A questo punto entra in scena la stampa, che riporta la notizia di un porno amatoriale di fonte imprecisata che spopola on line. Ci si interroga sulla fonte e sulla motivazione della pubblicazione; tra le teorie si dibatte anche quella di una strana forma di autopromozione di una che vuole entrare nel giro professionale dell’hard (giro che peraltro è pieno di sceneggiature in cui ragazze tradiscono il supposto fidanzato col primo che passa). L’aspetto cialtrone è che della donna si sanno, ed i giornali non si preoccupano di occultare, nome e cognome – il che, per uno spettatore accidentale e non attento, avvalora l’ipotesi dell’aspirante pornostar, perché i video porno veramente amatoriali solitamente sono anonimi.

Un anno dopo questi fatti la tizia si è suicidata, dopo aver lasciato la città dove viveva ed aver tentato di cambiare vita e persino nome. Su internet si è scatenato un putiferio di accuse di maschilismo, sessismo e quant’altro nei confronti di chi abbia anche solo sorriso nel vedere un video che in Italia hanno visto veramente in tanti. È poi partita una caccia all’assassino degna di miglior causa, al grido di “l’avete uccisa voi”.

La prima cosa che non ho capito è dove sarebbero maschilismo e sessismo. Si è parlato della critica alla promiscuità della donna. Al di là del fatto che la promiscuità è una scelta che si può criticare esattamente come qualsiasi altra (stiamo sempre parlando di un mondo in cui un abbinamento cromatico sbagliato porta alla crocifissione), quello di cui si è riso è stata l’infedeltà ostentata fino al ridicolo: avrei voluto vedere cosa sarebbe successo se a suicidarsi per l’umiliazione fosse stato il fidanzato, o magari la ragazza dell’amante. Dice, ma non sono affari tuoi: vero, tuttavia a me il video è arrivato, non ho fatto nulla per andarlo a cercare.

La seconda cosa che non ho capito è dove esattamente cominci la responsabilità personale. Se ci fossero delle foto di me nudo che girano tra i miei contatti, non mi sorprenderei molto una volta che mi ritornassero indietro passando da internet. Me la potrei prendere con la tizia che me le ha fatte per averle condivise, e, ammesso che lo trovi, con chi le ha messe on line (cosa che potrebbe essere avvenuta anche solo per imprudenza). Sicuramente, nel caso le pubblicassero i giornali, potrei infuriarmi con chiunque le abbia corredate di nome e cognome – l’unico comportamento davvero inqualificabile di tutta la vicenda è quello di una stampa che in presenza di fonte incerta non ha anonimizzato i video. Prendermela con internet o con la gente sarebbe un ottimo sfogo, ma assurdo.

La terza ed ultima cosa che mi sfugge è come mai nessuno orienta la propria ira verso l’unico vero responsabile: l’analfabetismo digitale. La gente deve imparare ad usare quel giocattolo, che non è per niente un giocattolo e si chiama smartphone; ed anche quell’altro giocattolo, che a sua volta non è un giocattolo e si chiama internet. Un video di me che faccio sesso memorizzato sullo smartphone della mia partner si trova nel posto meno sicuro del mondo. Filmare qualcosa di privato con un oggetto che è sempre connesso ad internet implica un’esposizione al rischio costante di intrusione. Utilizzare i social media per condividere esperienze intime significa di fatto renderle pubbliche. Non serve, e non può servire, un esperto di sicurezza informatica o di privacy per capirlo, e soprattutto non può servire un suicidio perché se ne discuta.

Perché, parliamoci chiaro, chi parla di privacy on line, per 364 giorni all’anno è un luddista, uno che ha qualcosa da nascondere, un potenziale terrorista o, nella migliore delle ipotesi, uno di quei fessi a cui non resta altro che avere ragione.

Cinque

Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , ,

Ecco un esempio di come adattamento e doppiaggio in italiano non funzionino.

Il film è “Iron Man”, la scena è quella in cui Tony Stark si presenta ad una serata di gala ed invita miss Potts a ballare. Mentre ballano, miss Potts si sente a disagio perché sta ballando col capo davanti ai colleghi, tra l’altro in un abito con scollatura vertiginosa; Stark minaccia scherzosamente di licenziarla per tirarla fuori dall’imbarazzo, e lei gli replica che lui non è in grado di curare i suoi affari senza di lei. Stark risponde che senza miss Potts durerebbe una settimana. Miss Potts lo guarda con fare condiscendente. Il dialogo, in versione originale, prosegue con questo scambio di battute.

“What’s your social security number?”
“Five!”

Miss Potts risponde che cinque è giusto, mancano solo un paio di cifre. Nell’adattamento italiano il medesimo scambio è:

“Qual è il suo numero di codice fiscale?”
“Cinque!”

Vediamo meglio.

Ricordo che miss Potts è interpretata da Gwyneth Paltrow, una che parla spesso nervosamente e freneticamente. Non è il suo modo di interpretare il personaggio, è proprio il suo modo di recitare, se non proprio di essere.

Ovviamente la traduzione letterale di “social security number” è “numero di previdenza sociale”, non “numero di codice fiscale”. Però l’adattamento è lecito, anche perché c’è la necessità di far dire alla doppiatrice di miss Potts qualcosa di più breve e meno intricato per seguire il parlato velocissimo della Paltrow; faccio comunque notare che alla fine della fiera si risparmia solo una sillaba, e comunque sono due in più che in inglese: se si fosse voluto accorciare la battuta sarebbe stato sufficiente far dire al doppiatore “qual è il suo codice fiscale?”.

Tutto questo risponde all’esigenza di avere doppiatori che scandiscono le parole, oltretutto con una dizione scolastica ed innaturale, invece di parlare come se stessero veramente conversando. Ad ogni modo, non essendo il numero di previdenza sociale il vero argomento della scena, né in qualche modo rilevante nel prosieguo del film, va benissimo tradurre in modo non letterale.

Ma allora perché far rispondere a Stark “cinque”? La sincronizzazione con il labiale di Robert Downey Jr sarebbe stata molto migliore se si fosse adattato con “sei”. La traduzione di “social security number” in “numero di codice fiscale” dimostra che l’adattamento non passa necessariamente per la traduzione pedissequa dei singoli concetti, quindi perché poi tradurre letteralmente un numero che non ha nessuna rilevanza né nella scena né nel prosieguo del film?

I dubbi sulla qualità di adattamento e doppiaggio in italiano di film e telefilm stanno tutti in questa semplice domanda.

Astrologia

Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

La nostra società si basa sull’oroscopo. Non in senso letterale, ma di approccio all’esistenza.

Prendiamo l’economia. La Lehman Brothers è fallita quasi 8 anni fa. Quando è fallita, erano mesi che giravano avvoltoi sulla finanza internazionale, quindi possiamo dire che l’economia europea ha vissuto quasi 9 anni di difficoltà, che nei paesi del sud sono stati devastanti sotto tutti i punti di vista ed in quelli del centro-nord hanno avuto comunque gravi conseguenze, soprattutto in termini di aumento delle diseguaglianze e di un movimento generale volto alla riduzione dei diritti civili per facilitare la produzione di reddito.

In questi otto anni, pletore di economisti e statisti spalleggiati da sedicenti guru dell’analisi economica hanno proposto interventi e soluzioni, fatto previsioni ottimistiche e dato del disfattista a chiunque fosse anche solo perplesso, sulla base di calcoli e modelli matematici complicatissimi, basati su ipotesi come minimo discutibili. Gli interventi e le soluzioni sono sempre risultati inutili se non dannosi, le previsioni ottimistiche sono sempre prima state riviste al ribasso, poi smentite dai fatti, ma gli economisti hanno sempre trovato il capro espiatorio, sono sempre stati capaci di dire cosa ha impedito ai loro modelli di funzionare – di solito il fatto che le loro ricette non sono state applicate con la dovuta attenzione.

Gli astrologi fanno esattamente lo stesso, solo che costano molto di meno. Se invece di rimuovere il dannoso, populitsta, ipocrita e per giunta autoritario, Matteo Renzi per mettere su un altro fantoccio di Unione Europea, BCE e Germania coi suoi modellini giocattolo che non servono a niente, mettessimo su uno nato sotto il segno del Leone in un momento in cui Giove si trova nella medesima costellazione, l’effetto sarebbe esattamente lo stesso: nessuno. Ma almeno saremmo consapevoli dell’inutilità della manovra, non ci aspetteremmo il deus ex machina e non avremmo Schaeuble che sponsorizza soddisfatto la macelleria sociale e la migrazione di manodopera qualificata da sfruttare a basso costo in Baviera dicendo che così l’economia si rimetterà sicuramente in moto.

Prendiamo il mio ambito professionale, quello che si chiama “data science” anche se quasi nessuno di quelli che ci lavorano ha la minima idea di cosa sia e come funzioni una scienza. Le aziende hanno a disposizione quantità sconfinate di informazioni, che la potenza computazionale attualmente disponibile permette di analizzare. Il problema è che nessuno è davvero in grado di produrre una procedura scientifica su dati del genere e nessuno è davvero in grado di dare una lettura ad output incoerenti e complicatissimi, ma questo in ambito business è inaccettabile, come è inaccettabile che la scienza richieda tempo, sia fallibile ed a volte non consenta di giungere a dei risultati utili e spendibili.

Quindi si procede ad usare quantità sconfinate di codici informatici e procedure di calcolo strutturate prive di qualunque replicabilità al di fuori dell’ambito specifico (e talvolta inutili anche al suo interno a causa delle pessime caratteristiche dei dati) per tirare fuori risultati che non hanno nessuna validità pratica, e li si presenta con visualizzazioni accattivanti per suggerire soluzioni semplici a problemi di complessità inaudita e previsioni di processi intricati ed interdipendenti in due semplici valori. Soluzioni che invariabilmente si rivelano inefficaci e previsioni che vengono prontamente disattese, e anche qui il bravo data scientist è sempre in grado di trovare una giustificazione validissima per i miseri fallimenti del suo lavoro. E a volte no, a volte sostiene di averci preso contro qualsiasi evidenza, tanto oramai tenere il punto contro l’universo fenomenico è diventata una prassi comune.

Per quelle che sono la validità e la vita media delle proiezioni “statistiche” fatte da pletore di analisti senza nessuna conoscenza scientifica, tanto varrebbe fregarsene e dire che l’azienda l’anno prossimo crescerà perché Saturno sarà nel Sagittario e il suo fondatore è nato ad inizio gennaio, e che il prossimo autunno sarà il momento ideale per una fusione societaria, perché nel Sagittario ci transiterà Venere. Scientificamente parlando, si tratta di previsioni di nessun supporto analitico e di ancor minore utilità. Quindi non vedo la differenza.

Che amarezza.

Il vocalist

Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Un mio amico ha deciso di iniziare a prendere lezioni di canto: è intonato e ha tanta voce, quindi faccio da ora le condoglianze ai suoi vicini. Ieri mi ha comunicato che la tizia che cercherà di educare la sua ugola gli ha chiesto di portare due canzoni, in modo che possa capire che cosa intende imparare, cosa vorrebbe cantare.

Chiunque abbia avuto la fortuna di passare su queste pagine potrebbe avere il vago sospetto che adoro le voci femminili. Anneke Van Giersbergen, Victoria Lloyd, Marcela Bovio probabilmente su tutte, ma tante, tante altre (recentemente ho scoperto Lhasa. Marie Fisker e Rosalie Cunningham dei Purson). Amo le voci malinconiche, scure, tristi, non tollero il cantato accademico, i gorgheggi e l’ostentazione. Ovviamente non mi piacciono gli uomini che cantano nello stesso modo delle donne – un uomo che canta come Victoria Lloyd mi risulterebbe insopportabile.

Quando mi sono chiesto quali canzoni segnalerei a qualcuno che mi chiedesse cosa vorrei cantare, mi sono subito venuti in mente Bono e Mick Jagger: nessuno dei due è tecnicamente impeccabile (anzi…), ma tutti e due mi piacciono molto come interpreti. Brani come “New year’s day“, “The unforgettable fire“, “Bullet the blue sky“, “Hawkmoon 269“, “Until the end of the world” per il primo, “Gimme shelter“, “Lady Jane“, “Ventilator blues“, “Love is strong“, “Start me up“… Adoro come usano la voce, il loro piglio graffiante ed aggressivo, terribilmente di pancia, e come lo sposano alla loro musica, alla musica che chiedono alla band.

Ho poi pensato a due personaggi meno scontati: Brendan Perry dei Dead Can Dance e Nick Cave. Voci basse, cupe, dimesse, drammatiche, bellissime. “Enigma of the absolute” e “The mercy seat“, “In the wake of adversity” e “Henry Lee” (con P.J. Harvey, cazzo!). Che meraviglia! Due uomini che riescono ad emozionarmi in registri e stili che di solito considero esclusivamente femminili.

Infine mi sono ricordato di uno con una voce, una maniera di usarla, ed in generale una capacità di esprimersi che ucciderei per poter pareggiare: Lindsey Buckingham. Chitarrista e vocalist dei Fleetwood Mac, autore principale e vocalist su pezzi come “Tusk“, “Go your own way“, “Big love“, ma soprattutto “I’m so afraid“. Nella versione dal vivo nel tour di reunion del 1997, sette minuti pazzeschi, da standing ovation – infatti buona parte del pubblico alla fine si alza in piedi ad applaudirlo. Pazzesco, mostruoso.

Ecco, se potessi scegliere (e no, non posso, con la mia voce ed il mio orecchio decisamente non posso) direi che voglio cantare ed esprimermi esattamente come lui.

Je suis Salvini

Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

La notizia più o meno è nota: ieri il collettivo bolognese Hobo ha fatto irruzione in una libreria ed ha distrutto le copie del libro di Matteo Salvini (o di chiunque lo abbia scritto a suo nome). Ne è seguito il solito coro di indignazione unanime, che ha più o meno fatto leva sui soliti due concetti: i libri sono sacri e chiunque ha diritto di esprimere la propria opinione.

Ora, l’atto in sé è stato evidentemente un gesto eclatante, su cui si può essere d’accordo o meno – io francamente non lo so da che parte sto, so solo abbastanza bene da quale parte non sto – e che da un punto prettamente economico è stato sostanzialmente, ed in diversi modi, un vantaggio per autore ed editore. Le reazioni invece sono state quantomeno affrettate e singolari. Premetto che non ho letto il libro (né ho minimamente intenzione di farlo), quindi le mie riflessioni non si basano sui contenuti.

Cominciamo con la solita catalanata: una stronzata eversiva, un concetto razzista, un incitamento all’odio restano tali anche se vengono stampati su carta e poi rilegati. Questa faccenda che i libri, tutti i libri, siano oggetti sacri, è una fesseria. Un libro non è un paio di scarpe – un oggetto che ha il suo valore in quanto tale. Un libro non è un oggetto di arredamento, è ciò che contiene. Non è che il “Mein Kampf” è sacro perché è un libro. E soprattutto non è che le opinioni espresse nel “Mein Kampf” sono più accettabili delle deliranti dichiarazioni di Hitler perché sono riportate in un libro. Come ha scritto uno su Twitter stamattina, allora cosa dovremmo dire di tutti i libri mandati al macero ogni giorno perché invenduti?

Mi piacerebbe sapere quale sarebbe la reazione di tromboni tipo Michele Serra se ieri il collettivo Hobo avesse distrutto copie dei libri di Federico Moccia o Fabio Volo – tanto per citare due persone che non ho letto, e non voglio leggere, ma che godono di un certo livello di dileggio negli ambienti che se la tirano da intellettuali (tra l’altro non so Moccia, ma Fabio Volo mi risulta essere schierato a sinistra, e tempo fa è stato protagonista di una memorabile rissa verbale con Adinolfi, uscendone peraltro come quello più ragionevole e preparato dei due). Probabilmente buona parte di chi oggi parla di sacralità della parola scritta starebbe ridendo sotto i baffi. L’ipocrisia dei benpensanti politicamente corretti è nota.

Passiamo alla catalanata numero due: ovviamente nessuno può pensare di impedire a Salvini di avere ed esternare le sue deliranti opinioni. Il problema qui non è che Salvini pubblichi un libro, il problema è che quel libro abbia un mercato (al di fuori dell’umorismo trash, intendo).

Una società libera e democratica deve possedere gli anticorpi contro chi la vuole fare a pezzi. Gli anticorpi non sono le leggi, come il reato di apologia di fascismo o di vilipendio contro le istituzioni: sono l’educazione, l’informazione e la cultura. Una società evoluta emargina e combatte autonomamente ideologie razziste od omofobe, integralismi religiosi, istigazioni all’odio e pulsioni dittatoriali, perché le riconosce come un pericolo. Nessuno può proibire a Salvini ed Adinolfi di pensare che gli immigrati siano tutti delinquenti o che i gay siano malati, è anche difficile pensare di impedire loro di esprimere questi concetti. Un mondo appena passabile riconosce queste posizioni come false, antidemocratiche e pericolose e le isola, come isolerebbe un musulmano che predica la necessità del martirio, uno stalinista radicale, un cattolico che propone una cura per gli omosessuali o un movimento politico che ostenta saluti romani e croci celtiche.

In un mondo decente uno come Salvini sarebbe al bar con la bava alla bocca a farfugliare con la voce impastata contro negri, comunisti e froci e verrebbe trattato con divertita ed imbarazzata condiscendenza dagli avventori. Se volesse pubblicare un libro non troverebbe un editore, non tanto perché il libro è inaccettabile, ma perché è pieno di falsità ed è senza mercato.

Solo che questo mondo decente è educato, consapevole ed informato. Pare che sia più conveniente disinvestire nell’educazione pubblica e vietare per legge l’apologia di fascismo.

Nel frattempo ricordo a chi paragona il gesto del collettivo Hobo ai roghi nazisti che i nazisti quando bruciavano i libri erano al potere. Suggerisco di verificare chi, tra Hobo e la Lega, siede in Parlamento, è alleato di movimenti che ritengono l’omofobia un valore e ha il leader ospite in televisione con cadenza quasi quotidiana.