La divulgazione scientifica

Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Per il secondo anno consecutivo, maggio era iniziato come una coda di inverno. L’anno scorso avevamo avuto un mese di maggio incredibilmente piovoso, dominato dai venti occidentali, con temperature simili a quelle di fine marzo, e concluso magnificamente con un ponte del 2 giugno sotto l’acqua e con massime attorno ai 18°. Quest’anno, dopo un febbraio molto mite, abbiamo avuto tempo incerto e venti da Nord per i primi 10 giorni – e, fatta eccezione per brevi periodi, la tramontana non era mai davvero andata via, era proprio la stessa dell’inverno.

A metà novembre, invece, avevamo avuto una decina di giorni incredibilmente caldi (temperature sui 18°, forte umidità che ha comportato temperature percepite anche più alte) ed il 21 dicembre, solstizio d’inverno, era sembrato un giorno di primavera – bel tempo, temperature parecchio sopra i 10°.

Qual è la differenza tra queste due situazioni decisamente insolite? Che nella prima, non succede niente; nella seconda, partono le filippiche sul riscaldamento globale. E sul riscaldamento globale la prostituzione intellettuale dei media è particolarmente evidente.

Se c’è un problema, comunicarlo in modo inefficace, sensazionalistico e scientificamente inattendibile è la cosa più stupida e controproducente che si possa fare. Parlare del riscaldamento globale solo quando fa caldo e dimenticarsene completamente quando fa freddo (cosa che accade regolarmente, e non solo a livello mainstream, da anni) dà a chi segue l’argomento in modo superficiale la sensazione che il problema sia solamente di percezione. A maggior ragione se si fa un titolo, o un discorso in generale, a seguito di una giornata od una settimana eccezionalmente calda. Dire “il 21 dicembre non dovrebbero fare 15°, è colpa del riscaldamento globale” è esattamente la stessa cosa che prendere la notizia di uno scippo effettuato da due algerini per stigmatizzare l’immigrazione: una manipolazione. La realtà è che la singola osservazione fuori schema è semplicemente quello che è: un dato anomalo che rientra nella casistica di un fenomeno aleatorio.

Chi fa comunicazione sul riscaldamento globale sulla base delle giornate calde è un manipolatore, esattamente come chi fa propaganda sulla sicurezza il giorno dopo un evento violento imprevedibile. Nei fatti, rema letteralmente contro chi il problema vorrebbe affrontarlo e risolverlo davvero, perché crea allarmismo e regala spazio a chi vuole trasformare un concetto complesso e delicato in un’emergenza da gestire con metodi approssimativi, poco efficaci ma di grande impatto politico.

Peraltro, dire, come si è sentito, che il 2016 è stato l’anno più caldo mai registrato, è in sé manipolatorio: prima di tutto bisognerebbe definire esattamente cosa sia la temperatura media globale del 2016 – un costrutto talmente complesso e strutturato che anche solo definirlo e delimitarlo è pressoché impossibile (“mondo” e “anno” sono concetti continui, ancorché limitati: quante e quali misurazioni bisognerebbe effettuare nello spazio? E nel tempo? Come essere sicuri della copertura? Come e con quali dati precedenti effettuare le comparazioni?). Anche si fosse in grado di farlo, inoltre, bisognerebbe tenere conto da un lato dell’accuratezza delle misurazioni, che sono valide e sufficientemente diffuse forse da una sessantina d’anni, della variabilità geografica e temporale delle stesse, e soprattutto scontare il tutto con l’attività solare, che da un anno all’altro varia di poco, ma comunque presenta delle variazioni (ad esempio, in questi anni l’attività solare è al minimo per quello che riguarda la presenza di macchie). Senza eliminare fattori che hanno a loro volta un impatto sulle osservazioni, parlare di rapporto di causa ed effetto tra attività dell’uomo e temperature è una manipolazione.

Si può poi considerare manipolatoria qualsiasi notizia che parli del riscaldamento globale presentando dati in serie storica a partire dagli anni ‘50: è vero che la disponibilità di dati a livello mondiale parte da lì, ma è altrettanto vero che si è trattato di un decennio eccezionalmente freddo, al punto che esistono pubblicazioni scientifiche degli anni ‘60 che ventilavano il possibile arrivo di un’era glaciale. Per contro, gli anni ‘20-‘30 sono stati un periodo caldo, infatti le serie che partono da lì ed arrivano ai giorni nostri hanno un andamento crescente, sì, ma meno evidente.

Il surriscaldamento globale è un problema serio e scientificamente delicato: non si può darne comunicazione creando allarmismo per un giorno con 15° a dicembre e poi sparendo quando ne fanno 18 a giugno. Questa è prostituzione intellettuale, non informazione, ed è esattamente ciò che non serve alla scienza.

Confessioni

Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Uno dei tormentoni di Marco Travaglio è che i politici nostrani vanno lasciati parlare, perché anche se non se ne accorgono a volte confessano. Sono abbastanza d’accordo con questa affermazione, anche perché la cosa si verifica con una certa frequenza.

Prendiamo gli ultimi giorni: è stato il turno del PD.

Ha cominciato Dario Franceschini, ministro della Cultura e viceprimatista italiano di salto sul carro del vincitore, dichiarando che il suo partito, se non dovesse ottenere la maggioranza alle elezioni, preferirà allearsi con Berlusconi e la destra che con i vari movimenti politici fondati dai fuoriusciti dal Partito Democratico. In pratica, Franceschini ha detto che il PD preferisce allearsi con la destra piuttosto che con quelli che se ne sono andati perché ritenevano che il PD si stesse spostando troppo a destra. “Thanks for proving my point”, direbbero dall’altra parte della Manica. Siccome nel PD con l’inglese non se la cavano troppo bene, glielo traduciamo in un commestibile “e grazie al cazzo!”

Ha continuato Carlo De Benedetti, dichiarando in diretta televisiva che la sinistra ha come obiettivo la riduzione delle disuguaglianze. Ora, fingendo per il momento di non considerare il fatto che una vera sinistra dovrebbe adoperarsi perché le disuguaglianze oltre un certo limite non si verifichino proprio, facciamo un breve riassunto di quello che ha combinato il Partito Democratico, sotto varie segreterie, negli ultimi anni: ha sostenuto un governo che ha aumentato le accise su carburante e tabacco e l’IVA e ha bloccato le assunzioni nella pubblica amministrazione; ha presieduto un governo che ha abolito i paletti contro il licenziamento arbitrario, tagliato i fondi alla sanità, all’educazione e alla ricerca, ha introdotto un bonus fiscale da cui i più poveri erano esclusi ed è fissato con i tagli ed i finanziamenti a pioggia. Nessuna di queste misure abbatte le disuguaglianze, anzi, più o meno tutte le aumentano o le consolidano. Inoltre, il PD sta attualmente cercando di far passare, in Parlamento come a livello di opinione, una legge che di fatto trasferisce il concetto di legittima difesa dalla reazione nei confronti di una minaccia contro la propria vita alla tutela della proprietà, un altro concetto molto lontano da ideali e concetti di sinistra come pacifismo, lotta alle armi e non violenza.

Ha finito Debora Serracchiani, con un paio di dichiarazioni di grande sensibilità politica: nella prima, lamentava come fosse particolarmente odioso il fatto che un’aggressione sessuale venisse compiuta da un profugo. Cosa volesse dire sembrava abbastanza chiaro, tuttavia qualcuno ha provato ad abbozzare una difesa della presidentessa del Friuli Venezia-Giulia col debole argomento che magari l’idea era che fosse particolarmente sconfortante il fatto che certi comportamenti venissero proprio da chi aveva sperimentato la violenza su sé stesso, ma ci ha pensato la stessa Serracchiani a chiarire per bene che secondo lei, mentre gli stupri sono tutti ugualmente gravi, esistono colpevoli di serie A e di serie B, perché un profugo che delinque rompe un non meglio precisato patto di accoglienza. Poteva direttamente affermare che subire uno stupro da parte di un nero è peggio perché i neri ce l’hanno mediamente più grosso e dunque una penetrazione non consenziente è più dolorosa: razzismo per razzismo, almeno avrebbe fatto una figura memorabile.

A proposito di patti, mi piacerebbe sapere cosa pensino nel PD del patto elettorale tra un partito che sostiene di rivolgersi ad elettori di sinistra e poi, una volta eletto, propone dichiarazioni pubbliche, alleanze politiche, strategie governative e provvedimenti legislativi ispirati alla destra più becera. Credo nulla di rilevante. Anche perché, di fronte ad una confessione firmata, cosa si vuole aggiungere?

Galleria

Un weekend in giro per il Lazio

Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Questa galleria contiene 15 immagini.

Il 10,5% dell’elettorato francese

Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Dunque, la Francia ha scampato il pericolo Le Pen e si è gettata nel pericolo Macron. I francesi, tra un fascismo palese e un subdolo protofascismo economico, hanno scelto di evitare di eleggere una tizia che avrebbe voluto chiudere le frontiere e discriminare le persone sulla base della loro provenienza etnica da stamattina. Hanno preferito affidarsi ad uno che, se verrà lasciato lavorare come vuole, creerà le condizioni per avere una Le Pen ancora più potente alle prossime elezioni. Tra l’erosione immediata dei diritti civili ed il proposito di erosione progressiva dei diritti sociali, hanno scelto quest’ultima, in buona parte pensando di provare a combatterla, ed a fare in modo che il suo proponente non abbia mano libera.

Stamattina, ma in realtà già da ieri sera, è tutto un fiorire di dichiarazioni festanti su una Francia che ha scelto l’Europa, il mercato, l’antifascismo (sempre fingendo di ignorare il pensiero fascistoide dell’economia e della finanza internazionale) contro la paura, l’isolazionismo ed il razzismo. Gioverebbe ricordare che si è trattato di un ballottaggio, non di una votazione aperta, e che tra due estremi uno avrebbe comunque dovuto vincere. Peraltro, vista la mobilitazione a favore del meno pericoloso dei due candidati, almeno nel breve periodo, era del tutto prevedibile che avrebbe vinto Macron. Quello che d’ora in avanti bisognerà ricordargli tutti i giorni, e ricordarlo anche a noi stessi, è che non ha vinto con le sue forze, che non è maggioranza nel paese e che come tale non può godere di libertà assoluta nel portare avanti il suo programma solo perché ha impedito ad una persona dichiaratamente fascista di andare all’Eliseo.

Ecco, già che ci siamo, facciamo due conti in tasca ai francesi ed al nuovo Presidente della Repubblica.

Al ballottaggio ha votato il 74,6% degli aventi diritto: il dato più basso dal 1969, il che dovrebbe già di per sé dare un’idea di quanto poco i candidati siano stati in grado di coinvolgere chi non era già con loro – e ricordiamo che uno dei due era considerato un pericolo da buona parte delle altre forze politiche e della società civile. Dei votanti, l’11,5% ha consegnato scheda nulla o bianca; dei voti validi, il 66,1% è andato a Macron, il 33,9% alla Le Pen. Quindi, la classifica finale, considerata anche l’astensione, vede Macron in testa con il 43,64% dell’elettorato, seguito dall’astensione, con il 33,98%, ed infine la Le Pen, con il 22,38%. Con buona pace di chi sostiene che i non schierati siano irrilevanti.

Secondo un sondaggio riportato dai media francesi, inoltre, il 43% di chi ha votato Macron lo ha fatto per impedire la vittoria della Le Pen, il 33% per un’idea di rinnovamento e solo il 24% perché convinto dalla sua persona o dal suo programma. Quindi, se chi ha votato perché l’alternativa a Macron era impresentabile non si fosse a sua volta recato alle urne (il 18,8% dell’elettorato), i risultati avrebbero visto l’astensione in testa col 52,7% dell’elettorato, seguito da Macron (24,9%) e dalla Le Pen (22,4%); in termini di voti validi, Macron avrebbe vinto col 52,6%: uno scarto davvero misero.

Parlando delle persone convinte di quello che Macron vuole fare o di ciò che rappresenta, si tratta del 24% dei voti ottenuti dal nuovo Presidente della Repubblica francese, quindi del 10,5% dell’elettorato: Macron, davvero, piace a circa un elettore francese su 10 – molto verosimilmente meno di quelli a cui piace in quanto tale la Le Pen.

Conclusione: Macron ha vinto grazie al fallimento dei partiti tradizionali (un Fillon impresentabile, i cosiddetti socialisti molto poco di sinistra con Hollande, con un Melenchon non convincente ed incapaci di trovare un accordo con la sinistra più radicale), che ha portato ad una generica richiesta di rinnovamento, ed all’essere andato al ballottaggio con l’avversario più temuto dai francesi. Ne tenesse conto lui, quando cercherà di attuare il suo programma, e ne tenessero conto gli analisti politici ed economici, quando diranno che ha comunque salvato la Francia dalla presidenza Le Pen. Non è così: a salvare la Francia sono stati i francesi, non certo uno che ha convinto il 10% dell’elettorato.

È questo, forse, l’unico dato confortante di oggi.

Galleria

Una sera, sul Pincio

Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Questa galleria contiene 12 immagini.

2 metri troppo a sud

Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Mi sto facendo un sacco di risate sulla faccenda dello slittamento della Nuvola di Fuksas che andrebbe ad invadere lo spazio dei marciapiede di viale Europa. E le risate non sono legate tanto al pasticcio in sé, che comunque è abbastanza divertente, ma ad alcuni aspetti ad esso strettamente connessi.

Vediamo meglio (le immagini sono tratte da Google Maps). Stando a quello che leggo, il problema sarebbe che la Nuvola sembrerebbe esser stata costruita due metri troppo a sud, il che toglierebbe spazio sia alla cosiddetta Lama, un edificio progettato per diventare un hotel di lusso tuttora in fase di costruzione, ma la cui struttura è stata edificata da anni, sia al traffico pedonale su viale Europa, verso la quale l’intera struttura si affaccia, impedendo contemporaneamente la visuale verso ovest.

Allora, la struttura della Nuvola si trova in un isolato circondato, semplificando, ad ovest da via Cristoforo Colombo, un’arteria fondamentale che unisce il centro di Roma (zona San Giovanni, Terme di Caracalla, porta Ardeatina) all’Eur, il quartiere dove il Roma Convention Center è situato, a nord da viale Asia, ad est da viale Shakespeare ed a sud da detto viale Europa, un viale alberato rettilineo percorso da svariati autobus e da un discreto traffico automobilistico e pedonale che, dal lato ovest, termina sovrastato dalla basilica dei santi Pietro e Paolo. L’ingresso alla Nuvola è sulla Colombo.

La Nuvola occupa, diciamo così, la parte nord dell’isolato, quindi si affaccia su viale Asia, sulla Colombo e su viale Shakespeare. L’affaccio a sud, quello su viale Europa, non è occupato dal centro congressi, ma dal futuro albergo di lusso: la Nuvola non si affaccia su viale Europa. Quindi le possibilità sono due: o la Nuvola è stata costruita 2 metri troppo a sud e toglie spazio alla Lama, o l’intero isolato è stato edificato 2 metri troppo a sud ed invade il marciapiede di viale Europa. Non è possibile che si verifichino entrambe le condizioni.

Passiamo ad un concetto diverso: la tempistica. La Nuvola, nel suo complesso, non è un edificio irregolare all’aria aperta: è costruita all’interno di un parallelepipedo in vetro-cemento, la cui costruzione ha richiesto anni. La Lama è a sua volta un parallelepipedo, ad essa parallelo, anch’esso edificato lungo un periodo di tempo estenuante. Com’è possibile che in oltre 10 anni di lavori di costruzione nessuno si sia mai accorto che le due strutture sarebbero finite troppo vicine? Oppure, se è tutta la struttura che è troppo a sud, com’è possibile che in oltre 10 anni nessuno si sia mai accorto che la Lama si sarebbe trovata troppo a ridosso di viale Europa?

Concludiamo con gli aspetti più ridicoli di tutti: visibilità e viabilità. Da quando sono iniziati i lavori, la carreggiata di viale Europa è ridotta. Provenendo da est, all’incrocio con viale Shakespeare il traffico automobilistico è canalizzato leggermente verso sinistra tramite cartelli e segnaletica orizzontale gialli – quindi provvisori – a causa della presenza del cantiere sul lato destro. Poco prima dell’incrocio con la Colombo, l’intera carreggiata torna a disposizione e le macchine possono spostarsi di nuovo verso destra. Tutto questo avviene non per fare spazio all’edificio della Lama, che è in buona approssimazione alla stessa altezza degli altri palazzi che si affacciano su viale Europa, ma a qualche sorta di servizio posto tra la Lama e la strada.

Da questo discendono due considerazioni. Primo, che la Lama, di per sé, non ostacola la visuale verso la basilica dei santi Pietro e Paolo più di quanto la ostacolino gli altri palazzi, che peraltro al contrario della Lama sono fronteggiati da alberi – la ostacola in altezza, magari, essendo parecchio più alta degli edifici circostanti, ma certo non con un impedimento in orizzontale. Secondo, il restringimento di carreggiata in corrispondenza dei cantieri della Lama è presente da anni; il fatto che, a fine aprile 2017, qualcuno se ne sia improvvisamente accorto è quantomeno bizzarro: nessuno, compresi architetto e direttore dei lavori, è mai transitato su viale Europa negli ultimi 10 anni?

Non è esilarante tutto ciò?

Rachael Yamagata @ Wishlist, Roma

Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Dopo svariati anni di attesa, più precisamente oltre 8, da quando sono entrato in possesso di “Elephants… Teeth sinking into heart”, un disco che ha letteralmente cambiato i miei gusti musicali, venerdì ho finalmente avuto la fortuna di vedere Rachael Yamagata esibirsi live. Nel settembre 2015 l’avevo mancata ad Amsterdam di circa una settimana, ma avevo in compenso avuto la fortuna di potermi innamorare di Lady Lamb. Venerdì 28 aprile si è esibita, da sola sul palco, al Whishlist di Roma – un posto in cui non ero mai stato, piccolo ed intimo con un’acustica davvero eccezionale, almeno per un concerto per voce ed un solo strumento.

Ci sarebbero preliminarmente un paio di cose da dire sulla spalla, il secondo tizio in 3 settimane, dopo Dave Matthews, a domandare perdono per il presidente eletto dai suoi compatrioti, ma si finirebbe a parlare dell’inutilità dello scusarsi nel paese che ha inventato il magnate dei media che fa demagogia e vince le elezioni, quindi sorvoliamo e concentriamoci sul concerto vero e proprio.

Rachael Yamagata è un’artista travolgente. Ha una voce roca, graffiante e molto potente, sa come usarla e non ha paura di farlo – forse perché ha bisogno di farlo. Sul palco è meravigliosa: riesce a cantare brani assolutamente devastanti ed ad introdurli in modo divertente senza che le due cose contrastino – detto in altre parole, sa ironizzare sui propri dolori ed i propri fallimenti e sul processo di razionalizzazione, senza sminuirli né dare l’idea di cazzeggiare. Quando canta in sala c’è il silenzio assoluto, il pubblico (circa 120 persone, a naso poco meno della metà aveva una discreta conoscenza del suo repertorio) è rapito dalla sua forza e dalla sua intensità.

Alcuni momenti deliranti a caso. Dopo aver iniziato il concerto con “Be, be your love”, pezzo dilaniante del suo album di debutto “Happenstance”, Rachael ci ha assicurato che l’esibizione non sarebbe stata proprio tutta così; ha poi proseguito dicendo che di solito, a metà del pezzo, il pubblico si vuole suicidare, ed alla fine vuole uccidere lei. Dopo un altro brano particolarmente duro, ha chiesto ai presenti se ci fosse qualcuno al primo appuntamento; avendo visto zero mani alzate, ha convenuto che sarebbe stato il concerto sbagliato ed ha chiesto se invece ci fosse qualcuno che voleva lasciare il partner ma ancora non aveva trovato il coraggio di dirglielo; poi ha aggiunto che un suo concerto è un buon posto per conoscersi, perché gli uomini che vanno a vederlo sono di solito molto consapevoli dei loro sentimenti, e le donne hanno avuto almeno una volta il cuore spezzato – probabilmente un’ottima fotografia dei suoi fan. Verso la fine del concerto, sedendosi al piano, ha chiesto ai presenti che pezzo volessero sentire; il sondaggio è stato vinto dall’incommensurabile “Sunday afternoon” (che peraltro io sono stato il primo a richiedere), che però doveva essere suonata alla chitarra, quindi Rachael ha chiesto che pezzo volevamo che suonasse al piano: ha vinto “Elephants”, altro pezzo sontuoso.

Un concerto eccezionale. Non sono esattamente un fan degli one (wo)man show, ma Rachael Yamagata ha una capacità superiore di stare sul palco, una voce pazzesca, e l’assoluta motivazione a massacrare le corde di una chitarra acustica, se ha solo quella per accompagnare le sue grida potenti e disperanti – non è un caso che abbia suonato tutti i pezzi più strazianti alla chitarra, mentre il pianoforte era riservato a quelli più riflessivi e malinconici. È una che fa un grosso lavoro di introspezione e di analisi dei suoi sentimenti, per poi buttarli giù senza filtri: in questo modo, una volta trovata la chiave del suo linguaggio musicale, le sue canzoni non ti parlano di lei, ma di te stesso e delle tue emozioni. Un’esibizione di una come Rachael Yamagata, esattamente come i suoi dischi, non comporta l’ascolto di un’artista che racconta e mette a nudo sé stessa, ma che ti scava dentro, ti mostra te stesso, oltretutto in un modo scuro e molto doloroso. È un’esperienza estenuante, da cui si esce più consapevoli, ma anche un po’ rintronati. Da questo punto di vista, la sua autoironia è fondamentale, altrimenti un suo live sarebbe una sequenza di calci in faccia.

Spero di vederla presto anche con la band. Nel frattempo, grazie di tutto!

La chiamata alle armi

Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Il fatto che in Francia il ballottaggio per le elezioni presidenziali sia tra Marine Le Pen e Macron crea un problema. E non è che uno dei due vincerà: è che una come la Le Pen potrebbe vincere, quindi chiunque sia dotato di un’umanità anche solo passabile sarà costretto a votare per Macron. Il quale, nel momento in cui sarà eletto, avrà in mano una cambiale illimitata da riscuotere, perché ogni volta che farà qualcosa di discutibile o che qualcuno protesterà contro le sue scelte, lui potrà sempre replicare che l’alternativa era una xenofoba, razzista, retrograda baciapile come la leader del Front National.

Con questo non voglio nemmeno provare a suggerire che bisognerebbe votare per la Le Pen, né che mi auguro una vittoria della Le Pen anche se voterei personalmente per Macron. Voglio semplicemente suggerire che c’è un problema, e che quando i candidati sconfitti si affrettano ad asserire, ad urne ancora calde, che al secondo turno appoggeranno il candidato, diciamo così, centrista, contribuiscono al consolidamento di una situazione in prospettiva pericolosa.

Peraltro, c’è una seconda questione che non mi piace.

Un personaggio come Marine Le Pen, al pari di tutti i fascisti e affini della storia, ha come strategia politica il vittimismo. Il suo, che personalmente si lamenta di tutto, e quello dei suoi elettori, che coccola utilizzando un gergo da complottista, facendo continuo riferimento a poteri forti, élite finanziarie ed altri bizzarri elementi che vogliono il male del povero francese rurale a vantaggio di finti profughi e migranti, del business dell’accoglienza e del lavoro sottopagato. Ora, è palese che Macron incarna perfettamente l’ideale dell’uomo dei poteri forti agli occhi del lobotomizzato medio. In effetti, sostenere che Macron, col suo feticismo del mercato ed il suo europeismo da burletta, governerà in nome dell’equità e della protezione dello stato sociale e della dignità individuale è quantomeno fantasioso.

Quindi, non vorrei che la chiamata alle armi da parte di tutti i fronti politici contro la Le Pen si trasformi in una chiamata alle armi della popolazione a favore della Le Pen, al grido di “se tutti coloro che hanno un minimo di potere preferiscono l’uomo delle lobby, allora chi vuole affossare le lobby deve votare per lei”. Sembra contorto, ma non lo è: è semplicemente quello che è successo negli Stati Uniti a novembre.

C’è infine un ultimo aspetto che mi spaventa.

Si dice spesso che negli Stati Uniti, se i Democratici avessero puntato sulla politica sociale di Sanders invece che su un manichino di potere come la Clinton, probabilmente avrebbero intercettato meglio il voto popolare. È un discorso interessante, ma tutto da verificare, fermo restando che la Clinton ha perso pur avendo preso parecchi voti più di Trump (quindi il problema non è stato di quantità ma di distribuzione geografica) e che Sanders al suo posto avrebbe usufruito di boicottaggio passivo (nel senso di non dichiarato) da parte dei gruppi di potere che sostenevano la Clinton e che Sanders osteggiava apertamente. Non ci vuole molta immaginazione a pensare che una come la Clinton preferisca questa situazione, in cui ha perso ma può inveire pubblicamente contro un uomo nero grottesco e caricaturale, ad una in cui il suo partito ha vinto ma lei non conta nulla e deve pure abbozzare in silenzio.

In altre parole: bene che gli sconfitti a sinistra chiedano ai proprio elettori di votare per un liberista invece che per una fascista. Ma gli sconfitti a destra, in una situazione simmetrica, cosa farebbero? Un Macron, tra chi vuole ridiscutere da zero i dogmi economici del laissez-faire e chi fa sparate nazionaliste ma ha comunque alle spalle una concezione basata sullo sfruttamento, chi preferirebbe vedere all’Eliseo? Non parlo di chi appoggerebbe pubblicamente, ma di ciò che farebbe dietro le quinte. Siamo sicuri che Macron, tra uno che vuole rafforzare l’intervento dello Stato nell’economia ed una che delira contro negri e musulmani ma fonda le proprie convinzioni ideologiche su concetti fondamentalmente feudali, preferirebbe nei fatti davvero la prima soluzione?

Io no. Per questo dico che va bene turarsi il naso e votare per lui, ma i veri problemi cominciano l’8 maggio. Chiunque venga eletto.

Galleria

Roma in bianco e nero

Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Questa galleria contiene 15 immagini.