Tassisti fascisti

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Premessa: i tassisti sono una categoria generalmente antipatica. Non a me, proprio all’universo mondo, in particolare in Italia, figuriamoci poi a Roma. I tassisti sono coinvolti in una lotta di categoria contro Uber, un concorrente che si pone come il nuovo che avanza e come un po’ di sana concorrenza, ma che in realtà è a tutti gli effetti un abuso: non è soggetto a licenza né a nessun tipo di regolamentazione e si basa sul concetto che basta avere un mezzo privato per offrire il servizio di trasporto pubblico.

Ci sarebbero da affrontare decine di argomenti in modo serio ed approfondito per analizzare davvero il problema, a cominciare dalla madre di tutti i pasticci, ossia la vendita delle licenze da parte dei tassisti che vanno in pensione, acquistate da tassisti che entrano in questo modo nel giro pagando l’equivalente di un piccolo appartamento – soldi che poi possono essere recuperati solo rivendendo la licenza in futuro. Un’amministrazione pubblica che voglia liberalizzare il mercato deve prima di tutto affrontare questo aspetto, altrimenti qualunque tentativo di immettere nuove licenze o permettere a persone in più di entrare nel mercato è comunque difficile. Ci provò Bersani una decina d’anni fa, in un modo talmente maldestro da rasentare l’auto-sabotaggio, al che venne il dubbio che o non era competente o voleva che il ddl fallisse.

Si potrebbe poi spiegare ai tassisti che pretendere la protezione pubblica (quindi la tutela della categoria tramite emissione e controllo di licenze e lotta agli abusi) implica anche degli obblighi: uno che lavora privatamente vive in mezzo agli squali e può scioperare ad oltranza, uno che offre un servizio pubblico (o di pubblica utilità) tutelato dallo Stato lavora in un mercato calmierato, ma deve sottostare ad una serie di restrizioni e può essere precettato.

Fare certi discorsi però è difficile, perché prevederebbe non solo e non tanto di informarsi, ma soprattutto di prescindere dalle dinamiche di tifo secondo cui c’è il cattivo che ha sempre torto a prescindere, e chiunque gli si opponga ha ragione. Non credo ci siano le basi.

Il punto però è che ieri, martedì 21 febbraio, durante un sit-in di protesta, un gruppo di manifestanti si è recato sotto la sede del PD e ha fatto sfoggio di saluti romani, ha tirato qualche bomba carta ed ha avuto alterchi con la polizia, ragione per la quale l’intera protesta è stata etichettata come fascista, aggiungendo poi l’accusa di evasione fiscale nei confronti della categoria.

A pensarci bene, in effetti, è giusto così: nelle normali manifestazioni di protesta, ad esempio quelle sindacali, quelle studentesche e quelle dei movimenti No-Tav e per la casa, non capita mai che un gruppo di facinorosi faccia vandalismo e litighi con le forze dell’ordine; non succede mai che ci siano degli infiltrati che non c’entrano niente con il corteo e sono lì solo per creare disordini e cercare scontri; non accade mai che partecipino anche furbetti, fannulloni e paraculi che si nascondono dietro le rivendicazioni sindacali per continuare a fare il comodo loro. E soprattutto, mai e poi mai intere manifestazioni vengono etichettate come violente o pretestuose per colpa di queste situazioni. Proprio mai, mai, mai.

Peraltro, manifestazioni di protesta indette da sindacati o da movimenti specifici di solito hanno una connotazione politica precisa – è difficile che ci siano fascisti ad un corteo della FIOM. Una protesta di categoria è diversa. Abbiamo più volte avuto esempi lampanti che persone con tendenze fasciste siano presenti e diffuse un po’ ovunque in Italia: immaginare che i tassisti ne siano immuni è quantomeno singolare.

Ma non preoccupiamoci, adesso arriva Uber, i cui dipendenti ed autisti notoriamente tutte le mattine prima di prendere servizio cantano l’Internazionale. E la cui politica societaria prevede, esattamente come imposto per legge ad i tassisti, di non fare crumiraggio o sciacallaggio: ad esempio Uber non può aumentare le tariffe mentre i tassisti scioperano, esattamente come i taxi non possono aumentare il prezzo di una corsa fino all’aeroporto di Fiumicino quando scioperano le ferrovie.

O forse le cose non stanno proprio così.

Rinascita

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Adesso Beppe Grillo ha deciso e comunicato urbi et orbi che, grazie all’amministrazione Raggi, Roma sta rinascendo. Non ho capito molto bene cosa intenda con questa affermazione: l’unica spiegazione che riesco a darmi è che Roma ha iniziato un progetto di rinascita dalle proprie ceneri, grazie al fatto che la giunta Raggi la sta definitivamente ammazzando. E nemmeno perché la città sia governata male in senso stretto: perché non è governata.

Lasciando perdere la surreale faccenda delle torri di Libeskind, che probabilmente finirà con un altro speculatore edilizio che mette le mani sulla città, regalandole una struttura che potrebbe rimanere parzialmente invenduta, una biforcazione della linea B della metropolitana che servirà solo a congestionarla, una colata di cemento in una zona a rischio idrogeologico, un pasticcio di viabilità sulla via del Mare ed uno stadio di proprietà del proprietario temporaneo della Roma che poi la Roma dovrà comprarsi a peso d’oro, e sorvolando anche sul fatto che discreta parte dei successi millantati dai grillini a Roma, come l’acquisto di nuovi autobus, sono da imputarsi alla giunta Marino, io vorrei invitare qualsiasi membro del M5S a fare un piccolo esperimento: prendere una macchina col lettore cd in ore serali, mettere un disco che gli piace, farsi un giro per le principali direttrici di traffico a velocità di crociera e segnarsi tutte le volte che il cd salta o si blocca a causa delle vibrazioni causate dal dissesto del manto stradale; poi andare in campidoglio e presentare alla giunta Raggi la lista, che, garantisco, non sarà breve, e spiegarle che si tratta di interventi di manutenzione assolutamente non differibili.

Se un buca o una serie di buche sono in grado di bloccare la riproduzione di un cd, sono anche in grado di usurare la meccanica di un’automobile, con i conseguenti aggravi di spesa per i cittadini romani, che non sarebbero costretti a revisionare sospensioni ed ammortizzatori tanto spesso se l’asfalto fosse in condizioni decenti; faccio notare che lo stesso varrebbe per gli autobus, che magari avrebbero una vita più lunga e non sarebbero continuamente in assistenza. Inoltre, una macchina che non ha contatto stabile a terra a causa delle buche è meno sicura in termini di spazi di frenata e di possibilità di controllo da parte del conducente. E non ho nemmeno iniziato a parlare di motorini, moto e biciclette, per i quali i problemi di aderenza su fondo dissestato comportano difficoltà a rimanere in piedi, che oltretutto peggiorano in caso di pioggia ed asfalto bagnato. Quindi stiamo parlando di problemi economici e di sicurezza, per gli individui e per la collettività.

Ora, forse non tutti sanno che su via Nazionale il limite di velocità è di 30 km/h: il cartello campeggia all’altezza del primo semaforo, a pochi metri da piazza della Repubblica. Per chi non la conoscesse, via Nazionale è una strada rettilinea che le auto possono percorrere solo in un verso, in direzione piazza Venezia, con una corsia preferenziale e tre corsie per il traffico ordinario; in quel verso il percorso è per un lungo tratto in discesa: mantenere la velocità sotto i 30 all’ora è solo una pia speranza.

Il problema è che la pavimentazione di via Nazionale è in pavé (i cosiddetti sampietrini), dissestato ma neanche troppo a confronto con capolavori tipo piazza Vittorio e dintorni o la zona di piazza Lodi. A che serve quindi il limite di 30 km/h? Semplice: a sollevare il Comune da responsabilità in caso di incidente quando una moto cade a causa delle buche e il conducente (magari urtato da una macchina con spazio di arresto triplicato dalla scarsa aderenza) si fa male. Perché la priorità del Comune è pararsi il culo: la sicurezza e la salute dei cittadini vengono dopo. Altro che Roma sta rinascendo.

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Villa Farnese a Caprarola

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San Valentino

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San Valentino è la festività più irritante dell’anno ed oggi, oltre alla solita irritazione per il vedere coppiette dappertutto, c’è anche un altro motivo di pessimismo cosmico che mi fa affrontare la giornata con un atteggiamento poco conciliante. Per questa ragione, dedico la festa degli innamorati ad una serie di persone, personaggi ed affini, tutti rigorosamente di sesso femminile, che hanno rivestito o rivestono un ruolo importante nel determinare la persona che sono.

  • Smilla Qaavigaaq Jaspersen – per il suo cinismo ed il suo amore per la verità, venuti molto prima dei suoi emuli mainstream tipo il dottor House;
  • Jennifer Ellison – per le tette;
  • Grimes – ho un amico che mi dice che sono un hipster perché la ascolto, ma non mi interessa perché lei è la migliore;
  • Luna Lovegood – perché se fossi stato a Hogwarts mi avrebbe fatto perdere la testa;
  • Victoria Lloyd – perché il paradiso è un luogo dove lei canta per me;
  • Chiara Gamberale – perché “Le luci nelle case degli altri” è un capolavoro e domani pomeriggio me lo farò autografare alla libreria IBS Libraccio a via Nazionale;
  • Ani DiFranco – per avermi spiegato cosa sono la lotta, gli ideali e la libertà, anche se io ci ho messo un po’ troppo a capire;
  • Idgie Threadgood – perché è stata uno dei primi amori veri della mia vita e mi fa ancora male lo stomaco quando rivedo “Pomodori verdi fritti alla fermata del treno”;
  • Sarah McLachlan – per avermi insegnato che si può essere dolci senza essere sdolcinati, anche se ci riescono in pochi;
  • Simona Halep – perché è una tennista irritante, mentalmente fragile e tatticamente incomprensibile, ma la sbatterei contro qualsiasi superficie adatta all’uopo;
  • Kate Bush, Elizabeth Fraser, Lisa Gerrard – perché senza di loro non ci sarebbero i tre quarti delle vocalist e delle cantautrici che amo;
  • Bjork – perché fa parte di questi tre quarti, ma è talmente brava da assorbire qualunque qualità e cancellare tutti i difetti;
  • Amélie Poulain – perché dopo aver restituito la scatola di ricordi scappa invece di compiacersene;
  • Lucy Liu – perché, quando compare sullo schermo, identificazione e sospensione dell’incredulità spariscono di colpo ed ho occhi solo per lei;
  • Yuja Wang – perché è capace di rendere l’ascolto di una sonata di Chopin o di un concerto di Rachmaninov un’esperienza erotica;
  • Isabel Allende – perché ha scritto “Eva Luna”;
  • Eva Luna – perché è la donna più affascinante, pazzesca e profonda della letteratura contemporanea;
  • Helen Marnie – per un amore artistico che oramai ha più di 15 anni ed è un sovrappensiero che mi accompagna stabilmente;
  • Léa Seydoux – perché è la donna più bella dell’umanità, e perché non si è mai tirata indietro quando c’era da mostrare il corpo alla macchina da presa;
  • Lady Lamb – perché ho ancora le cicatrici nei posti dove mi ha colpito quando ad Amsterdam ha passato un’ora a strapparsi l’anima dal petto e a lanciarla al pubblico;
  • Charlotte Gainsbourg – perché il suo nome dovrebbe essere inserito nel vocabolario come sinonimo di fascino;
  • Nathalie (Le Invasioni Barbariche) – perché è splendida, infelice, sconfitta ed autodistruttiva;
  • Hiromi Uehara – perché non c’è nessuno al mondo suona il pianoforte come lei, e se c’è non mi interessa;
  • Daria Gavrilova – perché riesce ad essere sexy mentre gioca a tennis, e perché è “good from behind”;
  • Nathalie Giannitrapani – perché è una gran figa, ha vinto X-Factor, è andata a Sanremo, ma fa musica indie come dice lei: una speranza per l’umanità.

Utili idioti

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Ieri, su Twitter, mi è capitato di avventurarmi nel vilipendio: leggendo qua e là delle notizie, degli approfondimenti e degli spunti di dibattito, avevo appreso alcuni aspetti che ritenevo piuttosto discutibili del cosiddetto “Stadio della Roma”; pertanto, ho osato pubblicare un tweet contro la sua costruzione; più precisamente, mi sono espresso contro l’edificazione di tre torri che, secondo il piano regolatore del 2008, superano di percentuali abbondantemente maggiori del 500% il quantitativo di cemento massimo per l’area interessata e prevedono la presenza di un’idrovora perché la zona è a rischio esondazione: di tutto ciò lo stadio sarebbe una simpatica, spendibile in termini di immagine ed economicamente svantaggiosa appendice – in italiano si dice “pretesto”. Sottolineo che non ho utilizzato l’hashtag principe della faccenda, quello apparentemente introdotto dal social media manager di Francesco Totti, “#FamoStoStadio”: mi sono limitato ad utilizzare l’espressione “lo stadio da’a #Roma” ed a citare Berdini, dunque i tag presenti nel tweet erano “Roma” ed il nome dell’assessore capitolino.

Mi piacerebbe dire che quanto è successo dopo, ed alcune delle valutazioni accessorie che tutto ciò mi ha suggerito, siano una pagina avvilente della storia dei social media: temo tuttavia che si tratti di qualcosa di più radicalmente e profondamente cialtrone legato all’essere umano.

La prima reazione che ho suscitato è stata una serie di tweet in replica, tutti favorevolissimi al progetto, all’inizio argomentativi, ancorché arroganti e tendenti a suggerire che l’interlocutore fosse un ignorante che non capisce niente. Ho provato ad interagire, poi sono arrivate le truppe cammellate, che hanno iniziato ad insultare, chi più velatamente chi in modo più esplicito, ed a retwittarsi a vicenda, per cui ho lasciato perdere. Dopo un po’ ho contato una decina forse scarsa di account che avevano cominciato a prescindere completamente da cosa scrivessi e letteralmente a spompinarsi a vicenda, offendendo chiunque non la pensasse come loro – anche su aspetti perfettamente documentabili, come il plateale abbandono di Unicredit ed il conseguente rischio che le torri restino invendute, senza nemmeno iniziare ad addentrarsi sulla poco chiara figura di Parnasi e sui 450 milioni di esposizione. Tutti questi account avevano il prospetto dello stadio e l’hashtag #FamoStoStadio perfettamente visibili nelle loro foto del profilo. Una reazione molto spontanea, non c’è che dire.

Gli aspetti più interessanti, tuttavia, risiedono in quello che accade in account non coinvolti in prima persona, ma altrettanto bizzarri nel loro atteggiamento: i romanisti. Tra i quali, persino persone di solito apertamente anticapitalisti, pronte all’attacco frontale quando si tratta di discutere cementificazione e grandi opere come la stazione del deserto di Reggio Emilia, il ponte sullo stretto di Messina o la Torino-Lione, diventano improvvisamente favorevoli alla contestualizzazione nel caso dello stadio della Roma e del quasi milione di metri cubi di cemento che si tirerebbe dietro.

Peraltro, pur risultando del tutto assodato che uno stadio di proprietà favorisce l’aumento del fatturato (anche se dovremmo preliminarmente discutere del paradiso della contraffazione del merchandising calcistico che è l’Italia), resterebbe il problema di come farlo fruttare, in una situazione, esplicitamente ed insistentemente denunciata dalla tifoseria giallorossa, in cui la Juventus ruba per non far vincere altre squadre, in particolare proprio la Roma. In altre parole, se tanto di vincere campionati non se ne parla perché c’è l’onnipresente complotto antiromanista, per cui (salvo pensare davvero di vincere la Champions senza prima costruire una mentalità vincente a livello nazionale) l’unica cosa davvero in palio è qualche coppa Italia ogni tanto, a cosa serve lo stadio di proprietà? A garantirsi la supremazia cittadina?

Cioè, stiamo parlando di un milione di metri cubi di cemento per battere la Lazio nei derby? Sul serio?

Mi è immediatamente tornato in mente un film: “Wag the dog”, in italiano noto come “Sesso e potere”; in particolare la scena in cui, durante una partita di basket, tutti i presenti lanciano una scarpa sul parquet per manifestare la loro solidarietà a “Vecchia Scarpa” Schumann, prigioniero in Albania dietro le linee nemiche – solo che Schumann nella pellicola non esiste, è un personaggio costruito ad arte per catalizzare l’attenzione della gente; non esiste neanche la guerra, se è per questo. Credo che l’espressione che sto cercando sia “utili idioti”.

Un film profetico come pochi altri.

Analfabetismo digitale

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Mi segnalano una pagina molto interessante: secondo quanto riportato, se qualcuno ferma o mette in sosta la macchina lasciando le chiavi nel cruscotto, va incontro alle seguenti conseguenze spiacevoli: 1) gliela possono rubare; 2) se gliela rubano, l’assicurazione può essere esonerata dalla responsabilità del rimborso; 3) può ricevere una multa da 80 a 318 euro perché “durante la sosta e la fermata, il conducente deve adottare le opportune cautele atte a impedire l’uso del veicolo senza il suo consenso”, da parte di terzi.

In pratica, lo Stato sta affermando due cose: che se una persona non ha cura di un oggetto che possiede, un privato tenuto a tutelarlo cessa di esserne responsabile; che lo Stato non può sostituirsi al proprietario in caso di omissione di tutela. Può perseguire l’eventuale illecito, che illecito resta perché il furto è e rimane un reato (e lo Stato non asserisce che se qualcuno lascia le chiavi nell’auto il furto diventa lecito o meno grave, né suggerisce un concorso di colpa), ma non può garantire la prevenzione. Nel caso specifico, ovviamente, per lo Stato ci sono due problemi di ordine pratico: il primo è legato al fatto che l’auto è un bene registrato, per il quale possesso non vale titolo; il secondo è che una macchina rubata potrebbe essere usata per arrecare danni a cose e persone. Quindi, che lo Stato richieda attenzione ai suoi cittadini è naturale. Il concetto sottostante, tuttavia, è che lo Stato scoraggia, fino al punto di sanzionarla, l’omissione di tutela della proprietà privata.

Ora, mi piacerebbe capire cosa pensa lo Stato italiano di un privato cittadino che affida i suoi dati personali ad una società estera che non offre tutela adeguata sulla loro protezione. Detto altrimenti, mi piacerebbe sapere qual è la posizione dello Stato italiano di fronte ad un privato cittadino che carica un archivio di immagini personali, tra cui alcuni nudi, su un server situato in Islanda, di proprietà di una società con sede a La Valletta, che rispetta le norme di sicurezza informatica e tutela della privacy dell’isola di Malta (che, sì, probabilmente sono più serie e meno barocche di quelle italiane, ma non è questo il punto), senza proteggerle con una password, e poi si lamenta perché dette foto sono finite su PornHub, la cui proprietà sembrerebbe avere sede a Londra.

Quando una persona usa uno smartphone per farsi delle foto senza veli, le tiene in memoria per un tempo indeterminato, non le protegge in nessun modo con password o altri accorgimenti e poi scarica ed installa una mezza dozzina di app consentendo esplicitamente l’accesso alle foto immagazzinate sul telefono come preliminarmente richiesto dalle medesime per l’installazione, lascia letteralmente le chiavi nel cruscotto della macchina. Forse le consegna direttamente al ladro. Il fatto che non ne abbia la minima idea e non sia nemmeno tenuto ad averla può essere una scusante, ma disgraziatamente non modifica il finale della storia – le sue foto sono finite su PornHub.

Il bello è che poi, quando questa persona cambia cellulare, lo attiva utilizzando il vecchio numero di telefono ed il vecchio account di posta elettronica e, dopo l’attivazione, si ritrova tutti i suoi dati personali, foto intime e documenti sensibili compresi, sul nuovo smartphone senza doversi ricordare una password che le proteggeva, è tutta contenta e decanta le meraviglie della tecnologia e del cloud computing. Vedi alla voce analfabetismo digitale.

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Siena, agosto 2016

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Il cosiddetto Muslim Ban e le generalizzazioni

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Dal momento dell’approvazione della norma che vieta l’ingresso negli Stati Uniti a persone nate in 7 paesi compresi tra l’Africa nord-orientale ed il Medio Oriente, gira, in diverse declinazioni, un concetto sconfortante ai limiti del razzismo: l’idea che il cosiddetto Muslim Ban (lo chiamo così per semplificare e farmi capire, ben sapendo che è un’espressione ipocrita e razzista, che il divieto di ingresso non ha niente a che fare con la religione musulmana e che una generalizzazione di questo tipo serve soltanto a demagoghi xenofobi come Trump e Salvini) avrebbe come effetto la radicalizzazione dei musulmani contro gli Stati Uniti.

Io sono un cittadino italiano perfettamente consapevole che Donald Trump è uno stronzo razzista, ignorante, violento e pericoloso, l’uomo sbagliato al posto sbagliato; sono anche perfettamente consapevole che, con tutti i limiti della scarsa affluenza e del fatto che ha preso meno voti di Hillary Clinton, è stato votato da una larga fetta della popolazione degli Stati Uniti, che pertanto tratto con diffidenza – pur consapevole che l’alternativa era una donna delle lobby che, in quanto opposta ad un imbecille di tale caratura, sarebbe poi stato impossibile criticare. Se domattina l’amministrazione americana dovesse chiudere le frontiere a turisti e migranti italiani, non radicalizzerei il mio sentimento nazionalista anti-americano: la troverei una trovata bislacca, offensiva, anacronistica e profondamente cretina, ma non diventerei un fascistello con il tricolore sulla manica e non inizierei a predicare la distruzione dell’America.

L’idea che i musulmani dovrebbero radicalizzarsi contro gli Stati Uniti perché un deficiente, eletto da una porzione della popolazione composta da semianalfabeti edonisti, chiude le frontiere nei confronti di sette paesi a maggioranza musulmana, sottintende una concezione del musulmano tipo che rasenta il cavernicolo: disinformato, manipolato, sempre pronto ad odiare qualcuno, che muove le proprie percezioni all’interno di una massa compatta, uniforme, intrinsecamente violenta ed acritica. Il che somiglia molto di più alla definizione di “elettore di Trump” (e di Salvini), che di “musulmano”.

Se io fossi un musulmano, come prima cosa mi aspetterei che si contestasse l’utilizzo dell’espressione “Muslim Ban” per il provvedimento, perché si tratta di una paraculata demagogica inutile che finge di prendere a cuore il problema del fondamentalismo islamico, di cui i musulmani sono le prime vittime, prendendo per il culo qualche miliardo di individui e creando problemi kafkiani a qualche migliaio di poveracci in larga parte musulmani, non di una misura contro i musulmani. In secondo luogo, mi augurerei che il mio ipotetico paese di origine, che fosse l’Iran, la Somalia o la Siria, prenda le opportune contromisure, a livello diplomatico ed economico, ad esempio rispedendo a casa gli ambasciatori USA, rifiutandosi di vendere ad aziende americane il petrolio nazionale e chiedendo salatissime imposte alle potentissime multinazionali statunitensi, sia per vendere i loro prodotti che per produrli in loco con manodopera a basso costo.

Se fossi un musulmano, però, mi aspetterei anche un’altra cosa: che a soffiare sul fuoco dell’odio anti-islam dell’amministrazione americana siano prima di tutto proprio i fondamentalisti islamici, utilizzando il cosiddetto Muslim Ban come prova che l’America, e tutto l’Occidente per estensione, ce l’ha con i musulmani, alimentando desideri di vendetta e di distruzione in chi è abbastanza disperato e disinformato da starli a sentire. In realtà me lo aspetto anche da italiano, ed il fatto che in Occidente giri la preoccupazione che tutto ciò porti a radicalizzare miliardi di musulmani è offensivo, razzista e piuttosto squallido.

Non c’è niente da fare: anche quelli che si ritengono più evoluti, quando si tratta di parlare di musulmani, cedono alla tentazione di generalizzare, banalizzare e soprattutto considerarli alla stregua di un gregge di pecore.

Il cosiddetto Muslim Ban fa un favore a fondamentalisti ed amenità contigue? Certo che sì, dà un supporto oggettivo alla teoria della persecuzione contro di loro. Radicalizza i musulmani presenti in America, Stati Uniti, e finanche quelli nei paesi colpiti dal blocco? Cerchiamo di non essere ridicoli.

Il ritorno del Re

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Quando l’estate scorsa Roger Federer, dopo l’eliminazione in semifinale a Wimbledon, dichiarò che si sarebbe preso un periodo di pausa per rimettersi a posto fisicamente, perché doveva pensare al prosieguo della sua carriera, l’abbiamo pensato tutti: “quale prosieguo?”

Aveva appena perso sulla sua erba londinese, quella dei 7 titoli, di cui 5 consecutivi, dell’ultima vittoria Slam (nel 2012) e dell’ultima finale (nel 2015, persa con Djokovic dopo aver giocato alla pari due set su quattro), contro un tizio che aveva avuto come unico merito quello di tirare più forte di lui e di essere più giovane di 9 anni. Aveva quasi 35 anni, una carriera di record avviata verso il tramonto, era costretto a rinunciare alle Olimpiadi, uno dei pochissimi trofei (individuali) che mancano nella sua bacheca, poi agli US Open ed al finale di stagione, con conseguente caduta fino al numero 17 del ranking ATP. L’idea che sarebbe rientrato a livelli anche soltanto medio-alti era poco più che una pia speranza, anche per i tifosi più convinti.

L’annuncio del rientro ad inizio 2017, l’anno dei suoi 36 anni, con la partecipazione alla Hopman Cup, sapeva a sua volta di mani avanti – un torneo amichevole per divertirsi e saggiare il proprio livello, affrontato con qualche grandissimo sprazzo ma una continuità di gioco molto approssimativa. Poi la partecipazione agli Australian Open, l’inizio stentato con una vittoria contro un qualificato, in 4 set dopo aver perso il primo, condita da momenti di grande tennis: i risultati di un giocatore discreto, o di un nobile in decladenza.

E poi, Thomas Berdych, testa di serie numero 10, disintegrato in tre set come se fosse uno di livello inferiore, come ai bei tempi. E poi, Kei Nishikori testa di serie numero 5, battuto in 5 set dopo una sfida epica, e l’idea che non fossero soltanto attimi di grande tennis ma ancora un grande tennista iniziava a far capolino, mentre gli attuali imperatori del circuito pagavano l’onda lunga di un finale di 2016 combattuto allo spasmo ed uscivano prima di iniziare la seconda settimana. La semifinale con Wawrinka, il compagno di coppa Davis che dal Wimbledon 2012 ha vinto 3 slam diversi, uno all’anno, giocando con un’intensità pazzesca. Altra maratona, all’inizio del quinto Roger sembrava non averne più, ed eccolo invece imporsi 6-3, vincere con la testa molto più che col fisico.

E la finale con il rivale di sempre, il Nadal del parziale di 24-13 negli scontri diretti. Primo set comodo, secondo set perso male; terzo set vinto giocando un tennis stellare, quarto perso con un break decisivo e lo spagnolo che rintuzzava i tentativi di rimonta; e poi il quinto, iniziato un break sotto, e tutti abbiamo pensato che era andata così, grandissimo ma tradito dall’età e dal periodo di inattività. E poi le palle break, e finalmente una trasformata, dopo 3 ore e mezza di battaglia si va sul 3-3 e si ricomincia, con lo spettro della prosecuzione ad oltranza. 4-3 comodo e poi il clamoroso break: 5-3. Il Re, a 35 anni e 6 mesi, dopo sei mesi di inattività ed il sospetto di essere arrivato al capolinea, va a servire per la vittoria; basta questo per avere i brividi, vedere la faccia di Roger Federer e sotto la scritta “serving for the Championship”. 15-40, due palle per un contro-break che avrebbe steso una mandria di bufali; annullate, 40-40; vantaggio interno, doppio fallo, anzi no, ma gran brutto errore non forzato; ace e vantaggio interno, vincente.

Vincente? No, fermi tutti, Nadal chiede la verifica. Ha una faccia tipo “tanto, che mi costa?”, ma la verifica va fatta ed il colpo era effettivamente dubbio. Il replay mostra che la palla ha toccato la riga.

La palla ha toccato la riga! Il Re, la Leggenda, il Vecchietto, dopo 17 tornei del Grande Slam, tutti e 4 almeno una volta, dopo 27 finali Slam, dopo 302 settimane da numero 1 del mondo, dopo 1086 match vinti da professionista, di cui 306 in tornei Slam, dopo 6 mesi di inattività a 35 anni suonati, è campione degli Australian Open. È in lacrime lui al centro del campo, e sono in lacrime io davanti allo schermo del computer.

Dopotutto, c’è un motivo se tutti quelli che a luglio scorso hanno pensato “quale prosieguo?”, ed oggi sono felicissimi di vederselo ricacciato in gola a racchettate da uno dei più grandi campioni sportivi di sempre, l’hanno pensato comodamente seduti sul loro divano.

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Parma

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