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Una mia amica mi ha trascinato alla presentazione di questo romanzo prettamente cyberpunk, tenutasi a Roma il 25 settembre scorso; mi ha praticamente costretto a comprarlo. Quando ho finito di leggerlo l’ho chiamata per ringraziarla: il libro è sorprendente.

Ha alcuni difetti tipici delle opere autoprodotte. Il più evidente è la mancanza di un editing professionale: al di là di qualche isolato litigio con l’italiano (errori di battitura, ripetizioni), sporadicamente compaiono delle frasi il cui significato è apparentemente oscuro, e si chiarisce solo qualche riga dopo; in altre circostanze, periodi strutturati in modo troppo contorto inficiano la lettura scorrevole: un editor che conosce l’autore e sa dove questi andrà a parare, non se ne accorge; infine, nei primi capitoli si scorre avanti e indietro nella linea temporale in modo estremamente disinvolto: può essere difficile orientarsi.

Tutto il resto è eccezionale.

La storia, pur senza avere finalità particolarmente originali (dal ruolo di alcuni personaggi alla struttura del finale, l’utilizzo di qualche topos è evidente), si sviluppa in modo perfettamente lineare, al punto che anche gli aspetti più inattesi vengono accolti senza difficoltà; la violentissima e decadente Detroit del 2049 è una proiezione tutto sommato realistica. Anche lo sviluppo tecnologico supposto è complessivamente sostenibile: niente effetti speciali pirotecnici, solo un avanzamento progressivo di cibernetica, medicina, meccanica e nanotecnologie.

Gli autori utilizzano alcune tecniche narrative in modo quasi spietato: più volte, ad esempio, procedono alla proditoria eliminazione di alcune comparse solo dopo aver fatto in modo che il lettore si identificasse con loro, o con un personaggio ad esse legato.

I personaggi sono ben delineati, di quasi tutti sono portati avanti sia l’approfondimento psicologico che le potenzialità umoristiche, con risvolti talvolta esilaranti.

Le scelte stilistiche sono la vera componente di innovazione del romanzo. L’italiano oscilla tra il trivio e l’elevato senza soluzione di continuità e senza manifestare incoerenze. Gli autori sanno davvero utilizzare la lingua. Il lessico è contemporaneamente originale e fruibile: talvolta, durante la lettura, si è prima sorpresi per le scelte inaspettate e poi stupiti per l’efficacia e la semplicità degli accostamenti. Ottimo l’utilizzo dell’arte della citazione come caccia al tesoro, a partire dalla scelta dell’ambientazione (omaggio a Robocop, indicato esplicitamente nel finale), per scendere fino alle singole frasi (a poche righe di distanza si possono trovare riferimenti a Guy Ritchie e Cary Grant).

Una lettura davvero interessante, piacevole e divertente.

Una nota sul trade-off offerto dal prequel: se lo si legge, si ha un’idea molto precisa di alcuni aspetti che muovono la storia, a discapito di qualche colpo di scena; altrimenti, il tutto risulta un po’ più inaspettato, ma talune dinamiche rimangono oscure. Io l’ho letto, e nel complesso non me ne sono pentito.

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