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Dal provvedimento di chiusura del sito di storaggio e file sharing, Megaupload, e del suo fratellino dedicato allo streaming, Megavideo, si può desumere quanto segue: “Megaupload Ltd, con sede a Hong Kong, ha guadagnato oltre 175 milioni di dollari da attività criminali e provocato perdite per oltre mezzo miliardo di dollari ai detentori dei diritti d’autore”.

Uno dei problemi, dunque (al di là di altri capi d’imputazione contro il gestore del sito, tra i quali riciclaggio di denaro ed estorsione) è l’aver lucrato, e parecchio, sulla distribuzione di materiale protetto da copyright. Ora, una cosa, sulle cui liceità, opportunità, giustizia e conseguenze si può discutere, è permettere la diffusione di materiale protetto da copyright; un’altra arricchircisi. Da questo punto di vista, l’idea di perseguire il titolare del sito è tutt’altro che sbagliata.

Però, un momento.

Megaupload consente il download gratuito dei file caricati da utenti. L’iscrizione al sito, a pagamento, serve per aver accesso al motore di ricerca interno e per annullare i limiti di download e di banda ad essi dedicata. Personalmente non conosco nessuno che paghi per scaricare da Megaupload. In altre parole, se ne può desumere che il download, in gran parte gratuito, di materiale protetto da copyright avrebbe generato un guadagno pari a circa il 35% degli utili che ne avrebbero avuto i titolari (lo so, i conti non vanno fatti così: ma upload e download sempre gratuiti erano). Parliamone, dei titolari. Mentre tutto questo succede, cosa fanno discografici, editori, produttori di serie TV e case cinematografiche?

Primo, si lamentano, continuando a proporre la surreale equazione “download illegali = mancate vendite”: potrei citare decine di cd, lp o dvd che ho e che non avrei mai pensato di acquistare senza prima potermene fare un’idea molto precisa. Secondo, fanno pressioni sul congresso americano. Terzo, basta.

Il download a pagamento di materiale musicale, da siti come Play, Amazon, Itunes, pur non comportando costi di produzione e distribuzione, viene a costare cifre talvolta superiori a quelle necessarie per l’acquisto, spedizione inclusa, del supporto fisico (che oltretutto non va perso se mi si danneggia l’hard disk); all’interno di molti lp non è contenuto un coupon per il download gratuito di una versione digitale del disco; i concerti di qualunque artista associato ad una major costano cifre sempre più esorbitanti, anche quando si tengono in stadi con una capienza maggiore della popolazione della città di Siena: perché, invece, Zola Jesus si esibisce davanti a 400 persone per 10 euro a testa?

Il lancio di materiale cinematografico in dvd avviene a prezzi superiori ai 20 euro con il traino dell’inserimento di quantità enormi di materiale inedito per lo più inutile; le aziende spingono sul blu ray, più caro in virtù di una più elevata qualità video virtualmente impossibile da apprezzare. Le serie TV, realizzate a costi inferiori rispetto ai film, sono vendute, dopo almeno un passaggio in televisione (con relativi introiti pubblicitari) che chiunque può aver registrato, a prezzi attorno ai 40-50 euro a stagione. Né per i film né per i telefilm esiste un mercato che consenta l’acquisto, a basso prezzo, di files compressi come quelli che girano in ambito peer to peer.

Gli editori continuano a non affiancare alla vendita di un libro l’opportunità di scaricarne gratuitamente il pdf; gli e-book, pochi mb di testo, vengono venduti a prezzi poco inferiori alla montagna di carta di cui consta la versione fisica del prodotto.

Invece di frignare, adeguarsi?

Un discorso sono i crimini che può aver commesso Megaupload, tra i quali lucrare sullo scambio di materiale elettronico di proprietà intellettuale di terzi; altro, il file sharing, la lotta alla pirateria e la difesa dello status quo in cui operano le major. Non facciamo confusione.

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