Tag

, , , , , , ,

Ogni tanto alcune posizioni di governo finiscono occupate da qualche esponente esterno alla politica tradizionale. Il losco figuro in questione viene identificato con l’oscura definizione di “tecnico”. Talvolta questo sfocia in situazioni ridicole, in cui il cialtrone di turno è un personaggio a cui i partiti devono qualcosa, e lo accomodano su una poltrona per sdebitarsi: è il caso, ad esempio, di Letizia Moratti, che nel 2001 fu proposta per grosso modo qualunque posizione non fosse stata assegnata in partenza (un po’ come D’Alema nel 2006, e lui non era nemmeno un tecnico), e fu poi parcheggiata alla Pubblica Istruzione, argomento sul quale il suo livello di competenza tecnica rasentava da sotto quello di guerriero unno con il ricamo punto croce.

Ricordiamoci, comunque, di chi fu messo sulla medesima poltrona nel 2008.

Altre volte, si ha effettivamente a che fare con gente che possiede una preparazione solida sull’argomento di cui dovrebbe occuparsi. Che poi sia in grado di padroneggiare le mansioni di governo, è altra faccenda. Quello di cui, a volte, detti personaggi fanno evidentemente difetto, è tuttavia il controllo delle sinapsi che vanno dal cervello alle corde vocali.

Mi chiedo come funzioni. Il tecnico una mattina si sveglia e decide di affrontare di petto una questione annosa dell’italica vita quotidiana. La studia; mobilita consulenti all’uopo; prepara possibili strategie per affrontarla; infine, quando si trova sul punto di arrivare ad un’analisi costruttiva delle soluzioni, propende per l’insulto a reti unificate delle persone che ne sono coinvolte. Magari a volte si tratta di semplice ingenuità nei confronti dei meccanismi della comunicazione e di forzatura del titolo che caratterizzano i mesti media italici, ma la sostanza della questione non cambia.

Nell’autunno 2007 toccò all’allora ministro dell’Economia, Tommaso Padoa Schioppa, confrontarsi con l’increscioso problema dei trentenni che vivono con i genitori. Invece di attivare politiche per occupazione, stabilizzazione dei precari e protezione sociale degli individui, consentendo di superare un sistema di misure largamente orientate alle “famiglie”, preferì andare in conferenza stampa e dire che era ora di mandare fuori di casa i bamboccioni.

In questi giorni è stato il turno dell’attuale viceministro del Welfare, Michel Martone, che ha deciso di prendere per le cosiddette corna il problema dei ritardi degli studenti universitari nel conseguimento dei titoli, adottando la proditoria strategia di chiamare sfigato chi si laurea dopo i 28 anni: senza specifiche raffinazioni ulteriori.

Ora, io sono il primo a trovare singolari, quando non grotteschi, i tempi di percorrenza sul giro di taluni studenti; e ho esperienza di esami con elevate percentuali di cialtroni ululanti alla luna per la difficoltà della materia, salvo ripresentarsi un paio di appelli dopo, muniti di una preparazione decente, e prendere 27. Tuttavia, è notorio come l’università italiana conferisca due titoli alla chiusura del percorso di studi: uno nella materia scelta e l’altro in burocrazia comparata.

Amministrazioni kafkiane che si rimbalzano gli studenti senza trovare, e spesso nemmeno cercare, soluzioni per eventuali questioni in sospeso; atenei privi di fondi che sono costretti a modificare il corpo docenti senza soluzione di continuità, affidandosi a chiunque sia disposto a tenere corsi; strutture inadeguate, aule di concezione ottocentesca, laboratori avvilenti, informatizzazione di pari livello, carenza di spazi per lo studio; professori con tendenze sociopatiche, per i quali l’interazione con i fruitori della docenza ha caratteristiche simili ad un incontro con un hooligan sbronzo fuori da un pub londinese: poca costruttività.

Nel suo discorso di insediamento alla Casa Bianca, John Fitgerald Kennedy ebbe a dire: “Non chiedetevi cosa il vostro paese può fare per voi, chiedetevi cosa voi potete fare per il vostro paese”. Dev’essere il motto di questi distinti signori.

Annunci