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lo-que-esconde-tu-nombreLibro spagnolo del 2010, vincitore in patria del premio Nadal, in italiano è disponibile con il francamente incomprensibile titolo “il profumo delle foglie di limone”.

Sandra, una giovane donna madrilena, disoccupata e disorientata, incinta di un uomo che non ama, si reca nella Costa Blanca, nella casa di proprietà di sua sorella, per isolarsi e cercare di mettere ordine nella propria vita. Un giorno, mentre passeggia in spiaggia, si sente male e viene soccorsa da una coppia di anziani e facoltosi norvegesi che abita nella zona. Tra la giovane donna e la coppia si instaura rapidamente un inaspettato rapporto di amicizia, fiducia e quasi dipendenza reciproche.

Un anziano, Julian, arrivato da Buenos Aires su segnalazione di un amico, tiene nel frattempo d’occhio la coppia, nella quale ha riconosciuto due aguzzini del campo di concentramento nazista di Mauthausen; entra in contatto con Sandra e, mettendola in guardia e chiedendole di aiutarlo a smascherarli, la pone in una situazione di pericolo, nella quale lei vede la strada per poter fare qualcosa di importante e significativo nel mondo.

La tematica non è precisamente innovativa né sorprendente, tuttavia il libro è scritto e narrato con intelligenza e sensibilità. Ha un’atmosfera da thriller psicologico, ma segue al contempo la linea del romanzo di formazione, e racconta una storia di memoria, redenzione e catarsi. Non vi sono riportate scene di violenza esplicita: la tensione è giostrata quasi esclusivamente sulla suspense, e questo permette di non trasformare la lettura in un horror che releghi in secondo piano le tematiche più intime e profonde. L’io narrante è lasciato alternativamente ai due protagonisti: la giovane donna che si cala in una realtà da incubo e ne esce man mano più matura e consapevole e l’anziano reduce che vede nella possibilità di compromettere la cellula di ex nazisti come l’ultima azione da compiere prima di farsi da parte. La scelta, relativamente diffusa da qualche tempo, risulta azzeccata, e va riconosciuta alla Sanchez la capacità di mantenere inalterato il pur non frenetico ritmo e di non confondere il lettore, anche senza il continuo e palese ricorso a trucchetti da scrittura creativa.

Unica pecca, anche questa piuttosto diffusa ultimamente: il libro è sostanzialmente terminato a 30 pagine dalla conclusione; dopodiché l’autrice pensa di dover mettere a posto ogni singolo dettaglio (in modo non sempre scontato, va dato atto), strascicando eccessivamente il finale.

Non un capolavoro, ma un bel libro: 440 pagine (nell’edizione in lingua originale) scorrevoli ed interessanti. La dimostrazione che si può prendere un tema sensibile e molto sfruttato, ed affrontarlo in modo coinvolgente, senza tirarci fuori il gialletto superfluo e facile da vendere e senza essere didascalici e paternalistici.

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