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Rachael Yamagata - ChesapeakeUno dei credo delle cantanti che utilizzano la vocalità come catalizzatore della loro musica, da Beth Orton a Mariah Carey, da Loreena McKennitt ad Elisa, recita che, qualunque sia la nota o il registro che si voglia raggiungere, non si deve far avvertire lo sforzo compiuto: la voce deve essere naturale e disinvolta.

Rachael Yamagata è una strana musicista: appartiene, con una sensibilità tutta personale, ad un ambiente molto popoloso negli Stati Uniti, quello del folk con influenze pop, rock e jazz. Un contesto che comprende punkettare austiche alla Ani Difranco, venature jazz alla Norah Jones, personaggi estrosi alla Dolly Parton, ninfe dei boschi alla Sarah McLachlan. E ha rinunciato a questo diktat.

La sua voce è bassa, profonda e roca. Il tono sofferto del suo cantato conferisce ai suoi pezzi un’intensità drammatica, in alcuni casi quasi una disperazione, che non sarebbe neanche avvicinabile utilizzando una voce disinvolta. È anche una delle poche artiste del suo campo che lascia lunghi tratti dei suoi brani privi di cantato, consegnando la scena a chitarra, pianoforte o violino, con risultati talvolta brillanti e struggenti. Non è poco, per una che in sostanza è una vocalist.

“Elephants… Teeth sinking into heart”, pubblicato nel 2008, è il suo capolavoro: è un disco cupo, scuro e straziante. Alcuni frammenti raggiungono vette dilanianti e meravigliose: l’esplosione, quasi in un pianto, del bridge di un pezzo altrimenti triste e dimesso come “Little life” (“And people wake up, People get movin’, Theres a life waitin’ here, Get up, People start doin’, There’s a life waitin’ here”), o nel secondo ritornello di “Sunday afternoon” (“I’m not gonna live for you, Or die for you, Or do anything anymore for you, Because you leave me here on the other side, You leave me here on the other side”) dopo lunghi tratti dedicati a violino e chitarra solisti; il cantato graffiante su “Faster”, qualche tono sopra la sua altezza naturale per conferire al brano un impatto drammatico. Ascoltando ci si immerge in sentimenti forti e contrastanti: la riflessività, la tristezza e la disperazione suggerite dalla musica e, contemporaneamente, la gioia e l’esaltazione per il fatto nel mondo esistono cose così semplici, splendide e seducenti.

Rachael Yamagata ha recentemente pubblicato un nuovo lavoro, “Chesapeake”. Si tratta di un disco diverso dai precedenti. È breve, circa 44 minuti, mentre i due predecessori durano più di un’ora; le canzoni sono più corte e più tipiche della struttura indie rock al femminile, più incentrate sul cantato e senza lunghe sezioni strumentali; infine, alcuni brani chiave, come “Even if I don’t” e “Starlight” sono basati su ritmi veloci: non una velocità da scherzo cupo (come su Happenstance”, del 2004), né una velocità nera e sofferente (come su “Elephants…”), ma una velocità inaspettatamente più tranquilla, naturale. La vocalità rimane emotivamente forte, intensa e di grandissima profondità, su questi come nei pezzi lenti e drammatici (su tutti “You won’t let me” e “Full on”), ma delle novità ci sono.

Non so se sono d’accordo con questo approccio. L’album precedente era un capolavoro, questo è più scolastico e difficilmente sarà mai più di bello. Però è bello. Una replica di “Elephants… Teeth sinking into heart” avrebbe potuto non esserlo.

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