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The Station AgentPresentato ed acclamato al Sundance nel 2003, è uno dei film la cui visione devo ad una specie di cotta adolescenziale per Michelle Williams. Non è disponibile in italiano.

Finbar McBride è un appassionato di treni affetto da nanismo che eredita una vecchia stazione in disuso in una piccola città del New Jersey e vi si trasferisce per ritirarsi in una vita di solitudine. La vicinanza con la postazione di un furgone/fast food di proprietà di un ispanico logorroico ed appiccicoso, un paio di incidenti con una guidatrice distratta, una donna depressa perché ha perso il figlio e ha visto conseguentemente naufragare il proprio matrimonio, che rischia di investirlo due volte e qualche improvvisata chiacchierata con la bibliotecaria che necessita qualcuno che la ascolti minano, in parte obtorto collo, la sua decisione, e lo portano ad un progressivo, quantunque marginale, inserimento nel tessuto sociale locale.

La pellicola, nonostante l’ora e mezza scarsa di durata, si sviluppa su ritmi lenti, sottolineati da una colonna sonora basata su una musica, di stampo moderno e tipicamente americano, molto ben calibrata. Eppure vengono toccati diversi argomenti, quasi nessuno in modo retorico o superficiale.

Il tema portante sono le relazioni interpersonali. Quelle del protagonista, un uomo che vive tra chi lo considera un fenomeno da baraccone, chi lo guarda con condiscendenza e chi, al contrario, esprime il proprio disagio considerandolo speciale a prescindere, e che vorrebbe invece percorrere la soluzione che ha scelto, quella di seguire una passione di nicchia, e come tale protettiva, perché ha imparato che questo gli consente di scegliere solamente interazioni funzionali; e quelle che caratterizzano la piccola comunità, dove Finbar si trova catapultato come un corpo estraneo, ma dove c’è sempre qualcuno che si preoccupa di non lasciarlo fuori; il comportamento degli individui agisce dunque contemporaneamente come aggregatore, che impedisce a più o meno chiunque, anche ad un nano scorbutico, di rimanere completamente isolato, e come invasione nella vita altrui che di fatto imprigiona le persone all’interno di una serie di schemi ipocriti e mal sopportati.

Le dinamiche sociali sono fotografate senza esaltazione o critica. In questa maniera, è talvolta difficile capire dove finisca l’invadenza (il ragazzo del fast food risulta davvero irritante) e dove cominci la funzione sociale (l’impiegata della biblioteca è alla disperata ricerca di qualcuno che le offra una spalla) delle persone. Un aspetto estremamente curato è l’ambientazione: la cittadina è rappresentata in modo molto realistico, sia a livello di fotografia che di “clima”, con luci, colori e rumori. Contemporaneamente, sceneggiatura e recitazione delineano le personalità rappresentate in modo credibile.

Film elegante, quasi poetico.

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