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Fortunatamente, mentre uno si gode il concerto, c’è sempre qualcuno che ignora gli espliciti inviti a non registrare niente e ne riprende qualche spezzone, per poi condividere il tutto tramite youtube. I mezzi tecnici, la distanza e (in situazioni diverse da questa) l’acustica e la scomodità della location fanno sì che spesso si tratti di testimonianze utili solamente a chi era presente come piccolo ricordo della serata. In questo caso, tuttavia, il pubblico comodamente seduto sulle poltroncine della sala Sinopoli, l’ottima acustica della medesima, il concerto solo pianistico e l’amplificazione su volumi bassi hanno permesso la realizzazione di video fruibili da chiunque.



Decisi di assistere a questo concerto, il 28 gennaio scorso, colto praticamente da una folgorazione, in pratica senza conoscere la musica di Hiromi. Nel corso dell’ultimo mese abbondante ho ascoltato più o meno attentamente alcuni suoi dischi. Ho approfondito in modo particolare il suo esordio del 2003, “Another mind“, e “Place to be” del 2010.

Il primo consta di nove pezzi, suonati da Hiromi al piano e alle tastiere, con il supporto di basso e batteria, e con l’occasionale presenza di chitarra e sassofono; i brani sono tutti piuttosto lunghi e strutturati, per un totale di oltre 70 minuti di musica in massima parte jazz, quasi sempre veloce, gioioso e molto energico. Svettano in questo senso la travolgente “Double personality”, che ha una seconda parte semplicemente sontuosa, la sincopatissima “010101 (binary system)”, con la sua tastiera alternata al piano e con tutti i suoi controtempi, e la scherzosa solistica “The Tom & Jerry show”, che chiude il disco.

“Place to be” descrive, con una struttura unitaria molto marcata, i viaggi della compositrice attraverso il mondo, talvolta tramite specialità gastronomiche come in “Choux à la crème” e “Cape Cod chips”, in 12 brani, per una durata di circa 65 minuti; si tratta di un lavoro per solo piano, che è tuttavia in grado di tenere incollati all’ascolto senza annoiare. Hiromi sa creare da sola una quantità enorme di sfumature e suona lo strumento talvolta con una certa fantasia: ad esempio, in “Choux à la crème”, un tema è suonato con la sola mano sinistra, mentre la destra tiene ferme le corde, ottenendo una sonorità simile a quella di un basso. Incasellare l’opera nella categoria jazz è riduttivo. Nel disco, inoltre, compaiono anche momenti lenti e rilassanti, quasi malinconici, come ad esempio il ritornello di “Sicilian blue” e il tema della title track, che risultano coinvolgenti e di grande intensità.

Due veri gioielli, da parte di un’artista che davvero non si risparmia, e che dal vivo riesce a comunicare e trasmettere l’energia, la gioia ed il grande pathos che la muovono, anche a chi la ascolta non essendo troppo familiare né con la tecnica pianistica, né con il jazz, né con la sua musica in senso stretto. Al di là di discorsi prettamente musicali, non è poco: anzi, più precisamente, è davvero tanta roba.

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