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In principio fu l’analisi economica classica: Adam Smith, David Ricardo e compagnia cantante. Questo tipo di teoria economica si basava sull’assunto, noto come legge di Say, che l’offerta crea la propria domanda. Le logiche conseguenze sono il fatto che in caso di squilibri il sistema torna a posto da solo, e che sono impossibili crisi da sovrapproduzione: che infatti prontamente si verificarono. Poi arrivò Marx; seguirono i primi tentativi di una diversa distribuzione del reddito: protezione sindacale, salari minimi e via dicendo.

Fu poi il turno del botto del 1929. Un economista, John Maynard Keynes, opinò che la legge di Say non stava in piedi, perché in un sistema industriale è la domanda a creare l’offerta, non viceversa. Sostenne anche che il sistema non si riequilibra da solo, in quanto, di fronte ad una diminuzione stabile della domanda, può succedere che questo si assesti su livelli che escludono permanentemente dal sistema intere fasce di lavoratori, creando un’ampia legione di indigenti. Il che sarà pure un equilibrio dal punto di vista semantico, ma certamente non è un ottimo.

Keynes, infatti, al contrario di grosso modo tutti i suoi predecessori, era interessato a creare un sistema che assorbisse tutti i lavoratori e garantisse un benessere diffuso. E insistette che il sistema produttivo, da solo, non persegue necessariamente questo scopo, e soprattutto non è in grado di trovare, in situazioni critiche, una soluzione che ambisca a questo fine: è necessario un intervento dall’esterno.

Questo perché un imprenditore che debba scegliere come e quanto investire si comporterà in modo ottimale sulla base di quelle che sono le sue personali aspettative. Aspettative che si basano su una percezione soggettiva, e come tale parziale, della realtà, e non sono dunque nemmeno necessariamente orientate all’ottimo. Espandendo questi concetti ad ogni soggetto del sistema economico, si arriva facilmente a comprendere come la norma sia una situazione sub-ottimale. È pertanto necessario influenzare dall’esterno il sistema, modificando le aspettative degli operatori.

Se non vale la legge di Say, ed è la domanda a creare l’offerta, le aspettative di chi compie investimenti produttivi sono, per lo più, basate sulla domanda operata del sistema. Keynes definì la domanda aggregata:

Domanda Aggregata = Consumi + Investimenti + Spesa Pubblica + Esportazioni – Importazioni

PIL ed occupazione dipendono dunque da questo costrutto. Per sostenerla, le autorità esterne al sistema economico possono attuare due interventi. Primo, favorire le esportazioni rendendole più competitive con una svalutazione della moneta: questo è impossibile all’interno dell’Unione Monetaria della UE, perché i paesi non ne hanno la sovranità; oltretutto, la BCE ha come unica missione quella di contenere l’inflazione, non di favorire lo sviluppo economico né di garantire la piena occupazione. Secondo, con una politica fiscale espansiva: aumentare la domanda aggregata indebitando il paese.

Questo in Italia, in passato, ha portato ad un debito pubblico spropositato non perché il sistema sia in sé fallato, ma perché il deficit di bilancio è stato utilizzato in modo inefficiente, quando non proprio criminale (dice niente Tangentopoli?). In altri paesi, uno stato efficiente e capace ha creato spirali virtuose importanti: bastino gli esempi di Svezia, Danimarca e Norvegia.

Problema: dove figurano, all’interno della domanda aggregata, i risparmi? Non ci sono. Compaiono, indirettamente, quelli che vengono utilizzati per finanziare gli investimenti produttivi. È quello che fanno le banche: prendono i risparmi dei cittadini e li utilizzano per fare prestiti agli imprenditori. Nella domanda aggregata non compaiono i risparmi che non vengono reimmessi nel sistema economico, come quelli utilizzati per speculazioni finanziare a breve termine. Ora: cosa ha veramente scatenato la crisi? Non erano state fantasiose operazioni finanziarie, il celebre “creare reddito dal nulla”? E perché? La ragione è semplice: la finanza sosteneva sé stessa, senza reimmettere liquidità nell’attività imprenditoriale. Solo che ad un certo punto il bubbone è esploso.

Ed eccoci al punto: in una crisi da bassi redditi da lavoro è difficile che a stimolare la domanda ci pensino i consumatori, e quello che sta suggerendo l’Unione Europea è tenere sotto controllo i conti. Un aumento della spesa pubblica per favorire la domanda è pertanto impossibile. Inoltre, nella UE le politiche di rigore vengono attuate chiedendo soldi a chi già adesso non consuma abbastanza pur spendendo tutto quel che guadagna; non cercando una redistribuzione delle risorse che consenta almeno ai consumi di ripartire né introducendo qualche misura che incoraggi gli investimenti produttivi. Quindi chi non ha i soldi rimane come sta, chi li ha continua a non reimmetterli nel sistema economico, e il problema non si risolve.

Ci sono poi i problemi pratici, ma anche quelli risolverli pare brutto.

In un paese, un intervento espansivo, in teoria, è in grado di dare una spinta al sistema secondo un meccanismo noto come “moltiplicatore”: sostanzialmente, immettere reddito in una parte del sistema, ad esempio finanziando l’installazione della banda larga, crea una aumento della domanda perché i destinatari dell’intervento aumentano i consumi; questo genera un ulteriore aumento della domanda, e così via. Il moltiplicatore è maggiore quanto più è alta la percentuale dell’aumento delle entrate che viene spesa in consumi: è uno dei motivi per cui non ha senso un intervento espansivo che aumenta il reddito disponibile dei più abbienti.

Il problema pratico è che tutto questo è strettamente vero solo se non ci sono scambi con l’estero. In una situazione di frontiere completamente aperte, come nella UE, un aumento della spesa pubblica in un qualunque paese membro si traduce in un moltiplicatore che si spalma su 27 paesi: pertanto, 26 paesi usufruiscono di una piccola parte della stimolazione sostanzialmente gratis, mentre chi fa praticamente l’intervento peggiora i propri conti in cambio di un effetto insignificante sul proprio sistema economico. Il problema fu sollevato esplicitamente da Tremonti a fine 2008. In tre anni abbondanti, nulla è stato fatto nemmeno a questo proposito.

Si noti che tutto ciò ha poco a che fare con l’annosa dicotomia tra liberismo ed economia mista. Qui si parla di intervenire anche a monte od a valle: non è necessario essere dentro il sistema economico per avviare una politica fiscale espansiva. Certo aiuta, ma il laissez faire non implica l’assenza totale dello stato. Ora, Keynes è datato e va certamente adattato ed aggiornato, ma persino l’Economist ha dovuto ammettere che i paesi caratterizzati dalla presenza del settore pubblico nel sistema economico hanno retto meglio. I neoclassici puri sono stati sconfitti dalla storia: 80 anni fa, per la precisione. Chiedere al New Deal e al piano Marshall per le referenze.

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