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Un paio di settimane fa trovo in un negozio di dischi il programma per il mese di marzo dell’auditorium Parco Della Musica. Come al solito lo raccolgo ed inizio a sfogliarlo. Tra gli eventi esterni alla stagione di Santa Cecilia isolo il concerto di Gretchen Parlato, vocalist jazz a me del tutto sconosciuta, ma che, stando alla presentazione, sembra poter offrire spunti interessanti, oltretutto al prezzo di euro 13,50.

Mi documento, ascolto qualcosa della cantante americana: per lo più, fa un jazz estremamente morbido e carezzevole, con una voce solista elegante ed abile accompagnata dal tipico trio, basso, batteria e pianoforte e talvolta un ottone. Alcuni pezzi classici, alcuni pezzi provenienti da altri ambienti riarrangiati in chiave jazz e diversi pezzi inediti composti dalla vocalist stessa.

Opto dunque per andarla ad ascoltare dal vivo. Alle 20:50 di giovedì 23 marzo sono seduto con un amico nella decima fila della sala Petrassi, la più piccola delle tre sale dell’auditorium romano. Meno di venti minuti dopo, il trio sale sul palco ed inizia a suonare, seguito dopo qualche secondo da Gretchen Parlato. La prima considerazione è che un concerto del genere sarebbe stato bello vederlo in un club; segue immediatamente che la sistemazione scelta permette di utilizzare un volume di amplificazione medio e di godere di un’ottima acustica. Va benissimo così.

La mia sensazione predominante per tutta la durata dello show è che una come lei, con quella voce e quel cantato, e con quegli strumentisti ad accompagnarla, sarebbe potuta rimanere sul palco per 5 ore senza stancarmi mai.

L’atmosfera è notturna, e Gretchen è sottile ed elegantissima. È una che sarebbe in grado interpretare con pathos ed intensità qualunque cosa, purché le sia permesso di curarne personalmente l’arrangiamento. Quando si fa da parte per lasciare il primo piano alla strumentazione lo fa fisicamente, andandosi a mettere in ombra, per permettere agli spettatori di avere la visuale libera sulla band. La band ringrazia e si dà da fare: il volume si alza per attimi, minuti di splendido trio jazz, con un batterista straordinario, un bassista che si prende la scena solamente per un lungo assolo e per il resto accompagna con puntualità e perizia, ed un pianista creativo e molto attento a raccogliere l’eredità del grande pathos lasciatole dalla vocalist.

Si passa da Herbie Hancock ai Simply Red, da Bill Evans ai pezzi della vocalist, il tutto con grande disinvoltura. Tra i pezzi originali spicca in modo “Better Than”, eseguita prima di annunciare l’ultimo brano: si tratta di una canzone basata su una melodia semplice ed efficacissima. Per quello che mi riguarda, Grechen avrebbe potuto continuare a cantare il tema delle strofe per mezz’ora, e sarei rimasto felice a farmi avvolgere dal suo fascino e coccolare dalla sua voce dolce e malinconica.

Dopo circa un’ora e venti minuti ed una dozzina di pezzi esclusi gli assoli, Gretchen e il trio salutano e se ne vanno. Il che mi porta all’unico problema di tutta la serata: già finito? Ancora!

Che dire? Spero che torni presto.

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