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Wu Ming 1 - New Thing coverLeggere un libro del collettivo Wu Ming, o di uno qualunque dei suoi solisti, è un’esperienza costruttiva. Ci si trova sempre di fronte a un’opera diversa, innovativa, originale: non è detto che debbano piacere, ma si tratta sempre di lavori di altissimo livello, molto diversi da ciò che si potrebbe definire letteratura moderna mainstream. Le opere soliste, inoltre, permettono di ricostruire una sorta di dietro le quinte dei romanzi collettivi, consentendo di identificare il tipo di contributo che ognuno degli autori apporta a questi ultimi: ricerca storica, narrazione, invenzione dei personaggi, ambientazione e capacità di calare il lettore all’interno degli eventi.

“New Thing” si svolge nel mondo dei disordini razziali newyorchesi della seconda metà degli anni Sessanta, prima delle rivolte del 1968, in piena epoca di contro-cultura afroamericana basata su musica, Malcolm X, Martin Luther King, black power e ricerca dell’autodeterminazione. Una giovane giornalista newyorchese ben inserita nel mondo dei jazz club mette in collegamento alcune strane morti nella nicchia della musica nera di Brooklyn; lei ed un giornalista legato alla polizia conducono un’inchiesta congiunta, che porta ad un’esplorazione delle dinamiche di un mondo insieme vivace e morente, stroncato dall’esplodere della protesta studentesca, che ha di fatto spostato ed amplificato il dissenso arrivando a conglobare i problemi razziali, pur senza affrontarli nello specifico, e dalla scomparsa, nel luglio del 1967, del suo personaggio più rappresentativo, John Coltrane, raffigurato in quest’opera, agonizzante e atto a ripercorrere la propria vita e ad analizzare con lucidità i fatti di cronaca, in brevi capitoli che spezzano la narrazione principale.

In romanzi come questo bisogna fare attenzione a separare l’oggetto dal pretesto: come in altre opere analoghe la soluzione del giallo è di per sé deludente, ma il punto, l’obiettivo del libro, è molto diverso. Leggere “New Thing” per concentrarsi sulla scoperta dell’assassino è come andare a vedere “Salomè” di Richard Strauss per la danza dei sette veli: inutile.

La storia è narrata con un approccio collettivo estremo, secondo una tecnica che ricorda il montaggio di alcuni film di Woody Allen: praticamente tutti i protagonisti coinvolti riportano la loro memoria degli eventi, come se fossero stati intervistati l’altro ieri da una persona alla ricerca di una ricostruzione storica oggettiva. Come lo stesso Wu Ming 1 ammette nei “titoli di coda”, questo approccio non è originale: gli è stato suggerito dalla lettura di un paio di libri simili. L’idea è comunque brillantissima, come è eccezionale la sua gestione dal punto di vista del lettore. Chi prende in mano il romanzo non si aspetta di doversi confrontare con una stesura così complessa: nella parte iniziale vengono dunque fornite soprattutto caratterizzazioni ed ambientazione, di modo che il fruitore abbia il tempo di abituarsi prima di iniziare a ricevere informazioni essenziali e ricostruzioni delicate.

Altri aspetti incredibilmente curati sono il gergo ed il parlato dei diversi soggetti narranti: l’autore cambia registro e adatta la tecnica di scrittura con una duttilità impressionante. Quando viene riportato un articolo di giornale, lo stile è quello di un pezzo di cronaca; quando vengono trascritti dialoghi e monologhi si fa ricorso ad una lingua da parlato; quando la narrazione è affidata ai jazzisti di Brooklyn si passa ad un vocabolario popolare, farcito di termini inglesi intraducibili. I frammenti di cui sono composti i vari capitoli, pur essendo stati scritti direttamente in italiano, e dunque prescindendo dallo slang newyorchese, consentono a chi legge di calarsi totalmente nella realtà e nel punto di vista dell’io narrante. Una manualità con l’italiano di altissimo livello.

Non è detto che piaccia, ma è un libro originale, brillante, di altissimo profilo.

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