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Darkness Falls - Alive in usSerata intensa nella sala del Circolo degli Artisti tra, nell’ordine, l’esibizione di Saverio Raimondo, il concerto delle danesi Darkness Falls ed un dj set. La conseguenza è qualche difficoltà logistica: quando Raimondo libera il palco, la band vi deve ancora installare e provare la strumentazione, ed il pubblico viene fatto entrare in ritardo, mentre la chitarrista sta ancora sistemando gli ultimi dettagli.

Il concerto inizia alle 22:50. Sono in 3 a schierarsi. Josephine Philip si sistema davanti al microfono, accanto ad una tastiera; ha un look anni ’80, con trucco pesante, maglia nera catarifrangente, spalline alla Tony Hadley e gonna nera a mezza coscia. Ina Lindgreen imbraccia una chitarra elettrica e si posiziona in mezzo ad una certa quantità di pedaliere e a 4 metri dal microfono più vicino; lei sembra uscita dagli anni novanta: quasi struccata, vestito corto e aderente, beige scamosciato, calze nere e tacchi a zeppa. Completa la formazione un truzzo in maglietta e jeans, che imbraccia una seconda chitarra e si posiziona dietro un pc ed un microfono.

L’ingresso della band sul palco è in realtà un mezzo disastro: le luci in sala sono ancora accese e sono in pochi ad accorgersi di qualcosa. Non c’è molta gente, e una rilevante fetta del pubblico è composta da una nutrita mandria di turisti inglesi. Alcuni degli avventori sono chiaramente capitati per caso, visto che continuano a chiacchierare anche dopo l’inizio dello show.

È il truzzo in maglietta e jeans a produrre la spina dorsale del sound, con le basi, la chitarra ritmica ed il controcanto, ma sono le due ragazze a definirlo: Ina, con una chitarra che crea un’atmosfera simile a quella di alcune sonorità darkwave, e Josephine, con una voce calda, sicura e duttile. Le tastiere vengono utilizzate pochino: peccato. La qualità del suono, per un posto in cui l’acustica è notoriamente modesta, risulta davvero buona. Le basi sono realizzate con intelligenza, i bassi risuonano potenti in qualunque spazio idoneo, ma non sono invasivi: il ruolo predominante è lasciato al suonato. Sonorità ed esecuzione, nonostante volumi piuttosto alti –anche se mai esagerati– sono eleganti e raffinati.

È sempre difficile sapere cosa aspettarsi quando si va a vedere una band non particolarmente nota, nemmeno a livello di nicchia, che ha pubblicato un solo disco, tra l’altro con parecchia elettronica. È però un piacere scoprire che si tratta di gente capace, che sul palco sa quello che deve fare. Da questo punto di vista risulta inaspettatamente azzeccata l’idea di suonare ad inizio concerto il pezzo più conosciuto, “The void”: l’esecuzione, brillante e sottile, diversa dalla versione in studio –in cui le atmosfere cupe risultano attenuate da un approccio elettro-pop lievemente banalizzante– serve a chiarire le cose da subito. Immediatamente dopo, una sontuosa esecuzione di “Josephine” fa definitivamente comprendere il quartiere di residenza del gruppo.

Le Darkness Falls suonano per circa un’ora, alternando pezzi energici e travolgenti a brani più lenti e delicati, ma è la malinconia il sentimento prevalente percepito. L’illuminazione quasi interamente demandata alle luci dietro il palco lascia musica ed atmosfera sempre in primissimo piano, allontanando l’attenzione da chi si trova sul palco: una scelta complessivamente acconcia.

Personalmente, ha attirato la mia attenzione in particolare l’atteggiamento di Ina: ha passato i primi 10 minuti del concerto a fare segni al mixer affinché venissero regolate le amplificazioni, ed il resto dell’esibizione quasi nell’ombra, a suonare, combattendo a volte con l’accordatura della quinta corda, ed a parlare con il tizio che gestiva le basi. Si è capito bene chi è che dirigeva i lavori?

Ha anche lasciato il palco all’inizio dell’ultimo pezzo –una versione di “The void” per voce e chitarra– per sparire definitivamente: a concerto chiuso, Josephine è scesa in sala per autografare biglietti e dischi venduti all’apposito banchetto. Dopo una ventina di minuti, Ina non si vedeva e ho soprasseduto. Peccato, però.

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