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Uno dei fondamenti dell’analisi teorica è che un qualunque modello atto a spiegare la realtà si basa su ipotesi. Se queste ipotesi sono verificate e il modello è coerente, allora la spiegazione è valida. Il problema sorge quando le ipotesi non sono verificate. Ad esempio il modello economico neoclassico, talvolta indicato come monetarista, si basa su una serie di ipotesi per lo più sottintese. Nessuno che non abbia studiato economia ad un certo livello sa che cosa c’è dietro questo meccanismo. E anche chi ha studiato a volte si perde.

Il fatto è che il modello neoclassico è in difficoltà da un’ottantina di anni: dalla crisi del 1929 e dal fatto che gli Stati Uniti ne sono usciti con una strategia nota come New Deal, basata su deficit di bilancio e finanziamenti al sistema produttivo, suggerita da John Maynard Keynes, poi stato estesa a livello internazionale attraverso il Piano Marshall. Da allora i neoclassici hanno più volte tentato di riprendersi la scena: con l’abbandono degli accordi di Bretton Woods, che, dopo 25 anni di sviluppo, ha portato prima ad una crisi generalizzata e poi all’esplosione del problema del debito del terzo mondo; con il monetarismo di Friedmann degli anni ottanta, che ha quasi condotto gli Stati Uniti ed alcuni paesi europei alla bancarotta; e con il laissez faire selvaggio della globalizzazione di inizio millennio, di cui stiamo pagando il conto. Negli ultimi 40 anni gli approcci monetaristi hanno scatenato crisi di dimensioni imbarazzanti.

La tipica risposta neoclassica è che il ciclo economico conosce fasi di espansione e di contrazione: evitando di lasciarsi prendere dal panico e tenendo i conti in ordine, il sistema lentamente si riequilibra e l’economia riparte. E’ mai successo davvero? No: finora c’è sempre stato qualcuno che ha ritirato Keynes fuori dalla soffitta e ha operato da motore della ripresa. Al momento, stante Maastricht, è tuttavia difficile compiere interventi di questo tipo, infatti quello che succede è sotto gli occhi di chiunque lo voglia vedere: politiche di rigore che aumentano le disuguaglianze e deprimono i consumi, ma accontentano gli operatori, i quali reagiscono bene, infatti sulle prime c’è un timido segnale positivo; poi però i soldi non ci sono, la domanda non aumenta e il sistema si arresta di nuovo, con buona pace di chi ci ha creduto. Vedi, ad esempio, il caso irlandese. E quello italiano, in cui Mario Monti ha un bel dire che la crisi è alle spalle: non è vero e apparentemente lo sanno tutti tranne lui.

I neoclassici sembrano rifiutare il confronto con la realtà. Somigliano ai socialisti. Ovunque il socialismo sia stato applicato, si è finiti in una situazione di dittatura. Quando si sottolinea questo punto, di solito, ci si sente argomentare che il sistema non dipende in sé da un approccio autoritario. Il problema è che la teoria è basata su postulati che nella realtà non si verificano, quindi mettere in pratica certe idee implica doverle imporre, e questo porta al totalitarismo.

Prendiamo i modelli neoclassici. Chiunque si sia divertito a costruire curve di indifferenza, per risolvere il cosiddetto problema del consumatore, ha inizialmente pensato che fosse una ricostruzione geniale. Il tutto è però basato su alcune ipotesi: la principale è la “razionalità” del consumatore. Già così si intuisce che qualcosa non va, perché chiunque sa che il comportamento umano non è sempre razionale. Se poi si va a leggere la specificazione matematica del concetto di razionalità, si capisce come un modello basato su un assunto del genere non sia niente di più che un giochino algebrico.

Ma il sistema keynesiano non è basato su ipotesi? Certo. La differenza è che il più importante contributo di Keynes all’analisi economica è proprio la loro discussione: l’inclusione di elementi non deterministici e la considerazione che le reazioni umane sono prevedibili solo in termini molto generici, validi più o meno universalmente, ma perennemente da aggiornare. Qualunque semplificazione deterministica del pensiero di Keynes, ad esempio il celebre schema IS-LM, finge di dimenticare questo fatto e non è altro che un ricondurre un’analisi basata sull’osservazione della realtà a modelli teorici universali: quindi non è Keynes.

“Se i partiti non rappresentano più gli elettori, cambiamoli questi benedetti elettori” – Corrado Guzzanti. Secondo Monti dobbiamo cambiare l’intera popolazione terrestre?

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