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Ecco un film inaspettato, per alcuni aspetti innovativo e spiazzante: a fronte di una storia non eccezionale, ambientazione, fotografia, regia (di un grande Clint Eastwood), ma soprattutto sceneggiatura e recitazione confezionano un lavoro gradevole e tutt’altro che superficiale. La trama racconta in forma romanzata le esperienze del regista John Huston durante la produzione di “La regina d’Africa”, film del 1951 con Humphrey Bogart e Katherine Hepburn. L’opera, intrisa di metacinematografia, si svolge dunque nella cosiddetta epoca d’oro di Hollywood, tuttavia l’intero film è ambientato fuori dagli Stati Uniti.

Vengono narrate le vicende di John Wilson, molto ben interpretato dallo stesso Eastwood – un regista di fama internazionale che ama vivere alla grande e senza pensieri, in difficoltà finanziarie che non gli impediscono di spendere più di quanto i suoi mezzi gli consentirebbero -, che riceve ed accetta la proposta di girare una commedia in Africa. Nella prima parte del film, ambientata nella campagna inglese, il film rappresenta le fasi di adattamento della sceneggiatura, casting e lavorazione preliminare; Wilson è descritto come una persona di grande intelligenza e come un professionista purista e capriccioso, che mal si adatta a lavorare su commessa specifica, in particolare con con i meccanismi di controllo e di standardizzazione caratteristici di una grossa produzione hollywoodiana. È difficile non prendere le sue parti di fronte a chi intende tarparlo e farlo lavorare ragionevolmente.

Successivamente la narrazione si sposta nello Zimbabwe. Qui Wilson, dopo un paio di scene atte a metterne ancora più in risalto il carattere indipendente, ingestibile, ma molto brillante, il che approfondisce ulteriormente l’identificazione dello spettatore, viene colto da una sorta di ossessione – che in realtà si era parzialmente portato con sé dall’Inghilterra – per la caccia all’elefante, a causa della quale, pur inseguito dal produttore che cerca di farlo tornare in sé minacciando di sostituirlo, ritarda indefinitamente l’inizio delle riprese, mettendo oltretutto a repentaglio la sicurezza propria e delle persone che lo circondano. Gli aspetti metacinematografici diventano dunque più che altro un contorno, di fronte all’uomo ossessionato dal ruolo del “grande cacciatore bianco”, fino ad un finale prevedibile, gestito in modo non impeccabile, ma tutto sommato irrilevante.

La pellicola, presentata a Cannes nel 1990 e rivelatasi un box office bomb, è per molti versi inaspettata ed originale. Ritmo e sviluppo della trama sono bizzarri e non precisamente lineari, ragione per la quale per lungo tempo non si capisce bene dove il film voglia andare a parare, ma una narrazione piacevole, un Eastwood vulcanico e carismatico, e soprattutto una sceneggiatura brillante e talvolta pindarica divertono e rendono l’opera davvero godibile.

L’ambientazione è pregevole: scelte di regia e fotografia permettono di calarsi in un’Africa quasi fiabesca, come poteva essere vissuta da un privilegiato americano che ci fosse inviato, completamente spesato, alla fine degli anni Quaranta: viene voglia di andarci, prima di rendersi conto che racconta un mondo di oltre 60 anni fa. La caccia è invece rappresentata in modo del tutto disincantato: si tratta semplicemente di imbracciare il fucile e fare fuoco, senza nessun’altra complicazione che prendere la mira. Una scelta cruda, tra l’altro effettuata principalmente in ottica esterna – solo un dialogo, estremamente intelligente, è volto a metterla sul serio in discussione – e nel complesso sorprendente. Da questo punto di vista risulta del tutto ovvia la scelta della vittima, l’elefante, essendo questo pressoché il solo animale in grado di reagire efficacemente con un proiettile in corpo e, come tale, l’unico la cui uccisione implichi una qualche sfida.

Il film presenta una strana singolarità: l’approccio alla storia, la sceneggiatura e svariati aspetti narrativi – non ultimi l’implicita critica alla caccia – sono realistici, frizzanti ed innovativi, mentre ritmi e gestione complessiva dell’opera sono molto più classici. Si tratta, verosimilmente, del risultato dell’incontro tra un copione scritto con piglio molto moderno ed un regista conservatore, che ha coerentemente optato per un approccio tradizionale. Questo tuttavia non rappresenta un problema e, anzi, aggiunge inattesi aspetti di brillantezza ed originalità.

Una visione piacevole e molto interessante.

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