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Angela Baraldi - Mi vuoi bene o noUna ventina di anni fa la BMG/RCA varò un’iniziativa interessante: portare in giro per l’Italia un gruppo di giovani musicisti in qualche modo di prospetto e farli esibire in serate gestite a mo’ di festival, qualche canzone a testa. Il progetto fu chiamato “Tour in città”; quando vidi per la prima volta l’elenco dei cantanti coinvolti, adottai, per ragioni completamente estranee a qualunque genere di razionalità, tale Angela Baraldi: cantante bolognese con un nome da impiegata dell’anagrafe e un look da maschiaccio.

Nel 1993 la Baraldi partecipò al festival di Sanremo, nella sezione giovani. Ascoltai nei giorni successivi il pezzo presentato, “A piedi nudi”, che aveva vinto il premio della critica, ed in seguito scoprii che era stato oggetto di una una controversia (non era completamente inedito). Solo tre anni più tardi venni in possesso delle dieci canzoni del relativo disco, “Mi vuoi bene o no?”.

Da quel Sanremo sono passati 19 anni. Il CD di “Mi vuoi bene o no?” è saldamente presente nella mia collezione e ogni tanto lo ascolto, sempre con grande piacere. Si tratta per lo più di un rock nelle intenzioni a volte un po’ punkeggiante, alternato a ballate di grande effetto, il tutto affiancato ad un sound vagamente cantautorale tipicamente italiano. La produzione è di livello: si sente nell’orchestrazione, nel suono e nella scelta della track listing; i testi sono intelligenti quando non brillanti.

Le canzoni sono tutte piuttosto brevi; voce, chitarra e saltuariamente archi creano gran parte di sonorità ed atmosfere. Le melodie sono tutt’altro che banali e si riconosce una notevole cura compositiva ed esecutiva. La voce della cantante è roca, piuttosto bassa e straordinariamente drammatica, ma è capace di improvvisi spostamenti su registri più dolci – pur senza modificare radicalmente il colore – che spiazzano e risultano rozzi ma incredibilmente caldi.

Angela Baraldi aveva all’epoca le sue cose da dire alla società. Diversi brani sprizzano polemica e sarcasmo nei confronti della cultura dell’apparenza, della frenesia, del guadagno facile: nella title track, pezzo rock veloce con delle strofe nervose e un ritornello arioso e liberatorio, menziona la sua scarsa tolleranza verso l’ipocrisia del mondo adulto (“non mi piacciono i salotti con le sedie e i tavolini, preferisco il calcinculo o fare a nascondino coi bambini”); in “Scappo col circo (fly away)”, brano veloce dal tono che alterna il drammatico allo scanzonato, parla dell’estraniamento dovuto alla routine lavorativa (“dopo un giorno di otto ore stai attento anche a scopare; gli amici dicono: fai i soldi e non pensarci più”); in “Isterica”, pezzo punk goliardico, si ironizza sulla società patinata che richiede la perfezione esteriore (“mi devo depilare, son tutta da rifare, oggi come oggi non posso permettermi di invecchiare”).

Meritano una menzione specifica due brani in particolare: la già citata “A piedi nudi” e “6 di sera”. Il primo è un pezzo semplicemente meraviglioso, che parla, nel testo come nella musica, della fuga dalla società: la rabbia, caratterizzata da un ritmo veloce, da una strumentazione dura e da un cantato roco e aggressivo (“vado via […] e non torno a casa, tanto ho perso la strada tanto non mi piaceva”), si alterna alla pace e alla tranquillità, raccontate da un ritmo lento, da un approccio più morbido e da un cantato dolce e rilassato (“aspetto seduto, se qualcuno passa saluto, se chiudo gli occhi continuo a vedere, parlo da solo e mi sto ad ascoltare”), davvero da pelle d’oca. La seconda è un pezzo lento molto diseguale, che parte con delle strofe minimali cantate con un tono basso e rassegnato (“tutti erano a lavorare, negli uffici, nei negozi o dentro i bar, insomma erano là”), per poi sfociare in ritornelli intensi, volitivi e morbidi (“sto bene insieme a te, è come fossi sola, solo che è meglio perché scordo tutto di me, mi scordo anche di me”).

A quasi 20 anni di distanza, davvero un gran bel disco.

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