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Prima dello scoppio della bolla speculativa, avvenuto verso la metà del 2008, che, dopo alcuni tentennamenti, ha portato alla crisi economica che stiamo vivendo da oramai tre anni e mezzo, la Spagna aveva un debito pubblico un po’ alto e nessun problema di bilancio. Nel corso della crescita che aveva caratterizzato il Paese nel primo decennio del nuovo millennio i soldi pubblici erano stati spesi in modo magari non perfettamente efficiente, ma sicuramente non erano stati sprecati platealmente come in altri paesi (qualcuno ha detto TAV? Ponte sullo Stretto?).

La Germania e l’Unione Europea hanno preteso dalla Spagna politiche di rigore per tenere sotto controllo il debito pubblico. Oggi la Spagna ha un tasso di disoccupazione del 23,6% e la disoccupazione giovanile è dell’ordine del 50%. Secondo il perfetto monetarista questo è dovuto al fatto che la Spagna ha speso troppo e male quando le cose andavano bene e ora ne paga le conseguenze. No, il perfetto monetarista non è devoto al karma. Però qualcuno si crede un po’ Dio.

Al di là del fatto che la sopravvalutazione dei titoli è avvenuta su scala mondiale, il che significa che nessun paese economicamente molto aperto avrebbe potuto sottrarvisi del tutto, la Spagna avrebbe potuto sfruttare un passivo di bilancio contenuto per tentare di compensare il rallentamento dell’economia mondiale sostenendo la domanda aggregata (chi ha detto economia mista? Come sarebbe a dire Norvegia?). In assenza di una politica monetaria di appoggio e di misure atte a controllare i movimenti di valuta (eh? Tobin tax?) questo sarebbe probabilmente stato insufficiente, ed avrebbe portato il paese ad indebitarsi, ma la crisi sarebbe stata fronteggiata fieramente e probabilmente almeno in parte con successo. Oggi alla Spagna non basterebbe un lieve indebitamento per riprendersi: dal punto di vista dell’analisi economica, il suggerimento politico più sensato per chi governa un paese in quelle condizioni senza poter spendere è votarsi alla Madonna.

Secondo i parametri di Maastricht, il rapporto tra debito pubblico e PIL di un paese non deve superare il 60%. È un rapporto, ci sono in ballo due quantità: il debito pubblico al numeratore e il prodotto interno lordo al denominatore. Il ragionamento algebrico è molto semplice: la Spagna può ridurre all’infinito il numeratore, ma se parallelamente cala anche il denominatore il problema non si risolve; anzi peggiora perché ad un certo punto si arriverà a non poter ulteriormente tagliare. E francamente non si vede come un paese che non può investire e ha tassi di disoccupazione analoghi a quelli sperimentati dagli Stati Uniti negli anni trenta del ventesimo secolo possa evitare che il PIL cali. Ricordo che la Grande Depressione fu sconfitta con politiche keynesiane – il New Deal e il Piano Marshall – di sostegno della domanda aggregata. Ma il perfetto monetarista vuole i conti in ordine. Oggi, non a crisi passata.

Secondo il perfetto monetarista, infatti, il deficit di bilancio e il debito pubblico causano la crisi: io vengo licenziato perché ho i conti in rosso, non ho i conti in rosso perché ho perso il lavoro.

La Spagna ha grosse difficoltà nel piazzare i propri titoli di stato perché un paese con la disoccupazione oltre il 20%, con l’economia in fase di crollo e pressato da entità sovra-nazionali che le chiedono austerità, non può fornire garanzie certe di far fronte ai propri debiti in futuro. Questo sul mercato si traduce in rendimenti onerosi, il che comporta maggiori sforzi per riuscire a pagarli; maggiori sforzi che verranno fatti pesare sulla pelle del paese, riducendo ulteriormente la spesa pubblica o aumentando le tasse in una situazione di economia depressa: la vedo solo io la spirale autodistruttiva?

In tutto questo l’Italia che fa? Vota, con 235 sì in Senato, l’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione. Mi piacerebbe sottolineare che evidentemente c’è chi preferisce essere ricordato per aver pilotato il Titanic contro un iceberg che non essere ricordato affatto. Il problema è che secondo me buona parte di quei 235 tizi non ha idea di quello che ha votato: lo ha fatto perché qualcuno gli ha detto che era giusto così.

Nel frattempo Mario Monti ci tiene a farci sapere che lui non ha mai parlato di austerità, ma sempre di sviluppo. A prescindere dal fatto che non è vero, visto che i deliri (prontamente smentiti dai fatti) sull’austerità espansiva dell’Irlanda non se li è inventati la stampa comunista, per uno convinto che l’austerità porti sviluppo parlare dell’uno è parlare dell’altra. Non è mica un keynesiano, consapevole che in una fase recessiva sono concetti antitetici.

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