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A Santa Cecilia hanno introdotto una novità di cui si sentiva la mancanza: già una buona decina di minuti prima dell’orario ufficiale di inizio del concerto, almeno per quel che riguarda la stagione sinfonica, le maschere all’esterno della sala cominciano a frantumare la pazienza degli astanti con la singolare e pressante comunicazione che il concerto sta per cominciare. Sabato pomeriggio alle 17:53 il simpaticissimo tizio che vi stazionava davanti ha chiuso l’ascensore per la piccionaia: con grossi vantaggi per il tempo di raggiungimento di chi doveva a quel punto dare la scalata alla sala Santa Cecilia dell’Auditorium romano.

In virtù dell’atteggiamento dispotico delle maschere il pubblico è grosso modo tutto seduto quando entra l’orchestra: se questo è stato fatto per garantire l’applauso preventivo ai musicisti, è grottesco. Dev’essere la risposta piccata della Fondazione alla lettera di lamentela degli abbonati per la decisione di comportarsi come grosso modo tutti i teatri italici ed iniziare l’esibizione con 10 minuti di ritardo sul programma. Fa poi la sua comparsa il primo violino, l’orchestra si accorda ed entra il direttore. Una mia vicina di posto è quanto meno sorpresa dall’esile e giovanile figura: secondo il suo biglietto, stampato a luglio scorso in occasione del rinnovo dell’abbonamento, il concerto avrebbe dovuto essere diretto da Lorin Maazel. Ignoro cosa possa aver portato alla modifica, e mi appresto a godermi il concerto senza sorprese.

Il concerto ha un programma di sola musica francese. Per ragioni note solo alla Fondazione viene presentato sul programma mensile col titolo di “Saint-Saëns l’egiziano”, mentre sul biglietto c’è scritto “Vive La France 2: Ciccolini”, il che, oltre a rimandarmi ad una storica scena di “Febbre Da Cavallo” (“Bravo, daje un mozzico! Ma no ar cavallo: a quer cojone de Ciccolini! A Ciccoli’, datte all’ippica!”), mi ha causato qualche momento di confusione al momento di comprare i biglietti.

Il primo pezzo è il “Baccanale” dal “Sansone E Dalila” di Saint-Saëns, breve, potente ed incisivo. Poi entra Ciccolini, si siede al piano e viene eseguito il quinto concerto del medesimo compositore. Ignoravo l’opera, ma mi fidavo di Saint-Saëns, e la fiducia è risultata ben riposta. Si tratta di un’opera delicata ed elegante, con un primo movimento sottile e vagamente etereo, un movimento lento tranquillo e solo nel finale più pomposo ed un finale veloce e serrato. In barba alle mie perplessità su certi tipi di opere per solista ed orchestra, la compattezza della composizione è notevole: pochissimo è lasciato all’ostentazione virtuosistica, mentre l’avanzare del concerto è orientato su un’espressività lieve e interessante. Il tutto è eseguito magistralmente da Ciccolini, che infatti, dopo un finale rapido e quasi improvviso, raccoglie applausi scroscianti.

Dopo l’intervallo, si riprende con il cosiddetto botto: le “Rapsodie Spagnole” di Maurice Ravel. Il mio rapporto con Ravel è singolare: non lo ascolto spessissimo, e devo ammettere una conoscenza piuttosto scarsa della sua produzione. Tuttavia, ogni qual volta mi capiti di imbattermi nelle sue composizioni, la mia reazione è invariabilmente: “cazzo, però, quanto è bravo Ravel!”. Nel caso specifico, è la prima volta che ascolto un’esecuzione orchestrale delle “Rapsodie Spagnole” dal vivo: aveva avuto l’onore di ascoltarle per pianoforte a quattro mani, ed a casa ne ho una versione per due pianoforti. Il semplicissimo e struggente giro di 4 note che pervade l’opera – eseguite inizialmente dai violini, e poi riprese da pressoché l’intero organico, a turno – risulta al piano più secco, nitido, quantunque si perda ovviamente una parte della delicatezza delle note lunghe degli archi.

L’esecuzione di quello che è a tutti gli effetti, per quello che mi riguarda, il pezzo fondamentale dell’intero concerto è dunque meravigliosa. Si passa poi al “Prélude à l’après-midi d’un faune” di Debussy, pezzo di grande impatto, forse un po’ strozzato dall’essere stato inserito in mezzo a due pezzi di Ravel. Chiude “La Valse”, interpretata in modo magistrale, con il ritmo ternario che dovrebbe scandire la danza ciclicamente sommerso dalla complessità dell’orchestrazione, in quella che a tratti sembra finanche una parodia del valzer, e che sarebbe piuttosto difficile da seguire in una sala, senza essere davvero molto versati.

Un pomeriggio forse privo di un vero pezzo clou – ma forse l’intera opera di almeno due dei tre compositori presentati lo è: al di là del concerto per pianoforte e orchestra, comunque non particolarmente noto, nessuno dei brani eseguiti è durato più di 15 minuti e nessuno è un vero catalizzatore. Probabilmente il vero catalizzatore era il solista, Ciccolini – ed in origine avrebbe dovuto essere Maazel – tuttavia la musica è stata tutta di grandissimo livello, senza un minuto per distrarsi. Bello davvero.

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