Tag

, , , , , , , , , , , , ,

Mario Vargas Llosa - La fiesta del chivo, portadaMario Vargas Llosa ha vinto il premio Nobel per la letteratura per “his cartography of structures of power and his trenchant images of the individual’s resistance, revolt, and defeat”. Da bravo scrittore sudamericano nato prima della metà del Novecento, più o meno tutta la sua opera è incentrata sulla storia contemporanea del suo continente natio, con particolare ed ovvio riferimento al suo paese d’origine, il Perù, ed al talvolta frenetico alternarsi, lungo parte rilevante del XX secolo, di periodi di democrazia e di dittature di stampo militare. Il Nobel a lui è stato il riconoscimento dell’importanza di un intero movimento letterario, comprendente ottimi autori iberoamericani, da Isabel Allende a Marcela Serrano, da Manuel Puig a Angeles Mastretta, e contemporaneamente il premio a chi ha saputo farsi portavoce della storia meglio di tutti gli altri, sviluppando le sue tematiche in modo più profondo, in opere monumentali come “Conversación en La Catedral” quanto in romanzi più leggeri come “La tía Julia y el escribidor”, così come in libri apparentemente slegati dall’argomento, quali “Travesuras de la niña mala” e “El paraíso en la otra esquina”.

“La fiesta del Chivo” (in italiano “La festa del Caprone”), del 2000, è interamente ambientato nella Repubblica Dominicana e segue tre sviluppi paralleli ed interconnessi, alternandoli un capitolo a testa, con un vastissimo utilizzo di flashback. Nel primo viene narrata una giornata, che poi risulterà essere l’ultima, della vita di Rafael Leónidas Trujillo, dittatore del paese caraibico per oltre 30 anni, dal 1930 al 30 maggio 1961, giorno in cui fu assassinato; nel secondo viene presentato il commando di rivoltosi che si appresta ad ucciderlo in un’imboscata, con i membri chiusi nelle rispettive auto in attesa di passare all’azione; nel terzo la figlia di un gerarca del regime torna, nei giorni nostri, a Santo Domingo per la prima volta dopo essere fuggita pochi giorni prima della caduta di Trujillo per mettersi al sicuro dall’ira del dittatore contro la sua famiglia. Tutti e tre gli io narranti raccontano quello che hanno vissuto nei giorni immediatamente precedenti la fine del regime, come erano arrivati a viverla e perché.

Si tratta di un libro in sé pregevole, in cui cronaca e libertà narrativa si toccano da vicino. Per un italiano del 2012, tuttavia, risulta di grandissimo interesse la raffigurazione del dittatore: un egolatra tra il grottesco ed il macchiettistico, convinto di essere l’unico ad agire per il bene del popolo dominicano, anche quando corrompe burocrati e funzionari o utilizza la propria posizione per favorire i propri interessi o quelli delle persone a lui utili, che fa un uso scomposto dei concetti di amore ed odio in ambito politico e diplomatico e che è fermamente convinto, in virtù del duro lavoro che svolge, di potersi concedere tutti gli sfoghi sessuali che crede, inclusi quelli con minorenni offerte da genitori compiacenti e speranzosi di ottenere una contropartita. Una somiglianza con il protagonista principale della scena politica italiana degli ultimi 18 anni che va molto oltre il genio artistico e la satira, fino a diventare sconfortante, a maggior ragione in considerazione del fatto che Vargas Llosa si è limitato a romanzare un personaggio realmente esistito e morto più di 50 anni fa. Un tiranno che era arrivato a ribattezzare a suo nome, Ciudad Trujillo, la capitale del paese che governava. È veramente un’esperienza sconcertante leggere opinioni attribuite al dittatore di un piccolo stato centroamericano da uno scrittore peruviano e trovarle identiche, davvero quasi parola per parola, a quelle dell’ex Presidente del Consiglio italiano.

“La fiesta del Chivo” è un libro che dovrebbe essere fatto leggere nelle scuole, alla stregua di opere sulle due guerre mondiali, sul fascismo e sugli anni di piombo: poco importa che racconti vicende che nulla hanno direttamente a che fare con l’Italia. A maggior ragione oggi, quando qualcuno, davanti della mestizia a cui stanno conducendo le cure del governo di Mario Monti, si prepara a proporsi per l’ennesima volta come l’uomo nuovo della politica italiana. D’altra parte il compito degli artisti, di quelli bravi davvero, è trovare un linguaggio universale per esprimersi, raccontare ciò che credono debba essere raccontato e lasciare il contorno a quello che è il suo vero compito, quello di mero pretesto. Vargas Llosa è capace di farlo: lo ha stabilito ufficialmente l’Accademia di Svezia, ma sul serio chiunque può verificarlo da solo. Con questo libro, ne vale la pena.

Annunci