Tag

, , , , , , , , , , ,

la locandina di Martha da legare“Quasi quasi mollo tutto, vado all’aeroporto e monto sul primo aereo che parte!” Chi non l’ha mai pensato? Io personalmente filosofeggio sull’argomento più volte alla settimana, ma finora ho sempre lasciato queste speculazioni su un piano puramente teorico. Il regista inglese Nick Hamm ha affrontato l’argomento in un modo un po’ diverso: ha supposto che qualcuno lo facesse e ci ha fatto un film.

Martha, giovane newyorchese carina, un po’ svampita e profondamente delusa dalla propria esistenza, passa dunque dalla teoria alla pratica in questa pellicola (il cui titolo italiano è un penoso gioco di parole sul nome della protagonista, mentre in originale è il più composto “Martha Meet Frank, Daniel and Laurence”) del 1998, che vede Monica Potter – nota anche per un pedante ruolo ricorrente nella prima stagione di “Boston Legal” – nei panni della protagonista, che atterra a Londra per dare inizio al resto della sua vita, sperando di riuscire ad impostarlo in modo migliore di quanto avesse fatto oltre oceano.

La storia è narrata in prima persona dal protagonista maschile, Laurence, interpretato da Joseph Fiennes – no, non Lord Voldemort: Shakespeare – il quale una mattina, alle prime luci dell’alba, si sveglia e suona alla porta del suo vicino di casa psicoterapeuta per sottoporgli un atroce dilemma etico: i suoi due migliori amici – un discografico arrivista, menefreghista e lamentoso ed un attore disoccupato privo della forza di volontà per mettere in atto le sue ambizioni – sempre pronti a beccarsi a vicenda hanno entrambi preso una cotta per la stessa donna, appunto la Martha sbarcata in Inghilterra solo un paio di giorni prima, e lui è nella posizione di poter risolvere la vicenda; solo che non intende farlo, perché dei due amici litigiosi ed egoisti ne ha le palle piene.

Il film è terribilmente inglese. Come tale, racconta con ironia e col ricorso ad un certo numero di scene estemporanee talvolta esilaranti una storia che di per sé certamente si presta ad un’interpretazione in chiave di commedia, ma non suggerisce da sola uno sviluppo smaccatamente orientato al riso. L’insoddisfazione e la disperazione di Martha, una persona disposta a lasciarsi alle spalle tutto quanto, l’amarezza di Laurence, che gli amici continuano a vedere come una sempiterna spalla su cui sfogare le loro talvolta ridicole preoccupazioni, come se lui fosse sprovvisto di sentimenti propri, e financo i fallimenti personali di questi ultimi sono lì per chiunque li voglia vedere. Nonostante questo ci si diverte: perché gli inglesi conoscono tanti approcci alla narrazione delle piccole tragedie della vita, ma quello che riesce loro meglio è riderne.

Un’ora e mezzo gradevole, che certamente concede qualcosa alla retorica, ma che tutto sommato rimane frizzante, e che conduce ad un finale non precisamente sorprendente – dopotutto è pur sempre una commedia – ma comunque preceduto da un paio di rivelazioni inaspettate. Un finale catartico, in cui Laurence, frainteso ed ignorato fino all’ultimo, si prende gioco dei due amici che continuano, ignari, a discutere, di fronte al quale si staglia nitida la domanda: “e io? Cosa dovrebbe capitarmi per farmi prendere e mollare tutto? E che cosa mi aspetterei, una volta partito?”

Amaro, divertente e speranzoso: british.

Un piccolo poscritto: occhio al tormentone. “La padella novella dipinta in blu” non perdona.

Annunci