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Stram of Passion - Embrace the StormGli Elfonía erano una band messicana di art/progressive rock, formata da membri molto dotati tecnicamente. Tra di essi figurava una vocalist, Marcela Bovio, dotata di grandissimo talento ed impressionanti mezzi tecnici ed espressivi.

Una decina di anni fa gli Elfonía giunsero alle orecchie di Arjen Anthony Lucassen, musicista olandese, inventore e solo gestore del progetto Ayreon: un’entità musicale concepita nella prima metà degli anni novanta, le cui pubblicazioni sono concept album ed opere rock di stampo progressive metal, realizzate con grande profusione di ospiti in special modo vocali, di notevoli complessità musicali ed esecutive e piuttosto originali anche dal punto di vista lirico.

Detto in altre parole, Lucassen è una di quelle persone a cui va stretta la definizione di genio.

Dopo aver ascoltato Marcela Bovio, Lucassen decise di affidarle una parte nell’opera rock che stava realizzando come Ayreon, “The human equation”. La struttura narrativa prevedeva la presenza di due “scene”, e Lucassen fece quello che avrebbe fatto un fan: diede a Marcela un ruolo che gli avrebbe permesso di duettare con lei. Successivamente, soddisfatto dei risultati, le propose di reinterpretare “Waracle”, un brano originariamente contenuto nel primo album di Ayreon, per un’edizione speciale del medesimo.

Terminata la lavorazione, quello che è uno dei più importanti musicisti hard rock e metal internazionale fondò una band per realizzare un album di hard/gothic rock e farlo cantare interamente alla Bovio: un caso lampante di cotta artistica. Ne nacquero gli Stream Of Passion, che debuttarono nel 2006 con il disco “Embrace the storm”. Nel progetto venne inserita anche Lori Lindstruth, chitarrista tecnicamente preparatissima, a cui il compositore, virtuoso dello strumento, lasciò il ruolo di solista. E le cotte artistiche sono due.

L’album è incentrato su una base strumentale hard rock con basso, batteria, chitarra, pianoforte – suonato da un altro membro degli Elfonía, Alejandro Millán – ed occasionalmente archi, scura e musicalmente varia e brillante, al servizio delle due soliste. La registrazione è stata fatta con grande cura ed attenzione, in particolare la sezione ritmica ha una sonorità piena, che risulta sia piacevole all’ascolto che funzionale a disegnare atmosfere e scenografie, ove necessario claustrofobiche e quasi oppressive

Il disco, di qualità elevatissima, è un vero gioiello di gothic rock, in cui vengono toccate moltissime corde del genere.

Si parte in realtà con due pezzi quasi spiazzanti: “Spellbound”, dopo un inizio soffocato e cupo, si rivela melodicamente complessa e inaspettata, percorsa da intense ed improvvise esplosioni sonore, mentre in “Passion” strofe morbide e leggiadre si alternano a momenti pomposi ed in un ritornello arioso e liberatorio, che diventa, nel finale, frenetico e quasi qualcosa di opprimente da cui si cerca di fuggire. L’album è poi formato da alcuni pezzi con un elevato numero di battute, talvolta travolgenti – come “Deceiver” ed il finale “Calliopeia”, in cui l’atmosfera dark è demandata a dei bassi potenti e ad un cantato drammatico – talvolta enfatici e scuri – come la title track e “Out in the real world”, dove invece i tratti malinconici vengono enfatizzati dalla scelta delle tonalità e dagli archi – spezzano una predominanza di brani più lenti.

Si spazia da ballate tristi e dimesse come “I’ll keep on dreaming” e “Nostalgia”, a canzoni con un ritmo strozzato e trattenuto per dare un senso di claustrofobia e di voglia di fuggire, come nella dilaniante “Open your eyes” e in “Wherever you are”. Tra le canzoni lente merita una menzione specifica “Haunted”, in cui le strofe sussurrate in una strumentazione gelida, incalzante ed angosciante suggeriscono una necessità di nascondersi, mentre i ritornelli iniziano con un piglio deciso, quasi a volersi invece affermare, per finire con agghiaccianti, strazianti grida d’aiuto, durante le quali è veramente difficile rimanere in silenzio e non accompagnare Marcela nel suo urlo di disperazione – “make it stop!”, con una nota finale lunga e dilaniante. In realtà questa è una sensazione che, man mano che i contenuti emotivi dei disco vengono interiorizzati, ci si accorge essere distribuita lungo diverse canzoni: si percepisce il senso di oppressione quasi in gola, e davvero si avverte la necessità di accompagnare le improvvise e catartiche grida liberatorie.

Marcela e Lori dividono la scena con sfoggio – ma non ostentazione – di tecnica fuori dal comune e con un pathos potente e drammatico, ma mai banale o forzato; dimostrano inoltre una duttilità impressionante. È anche difficile percepirla in modo chiaro, tanta è la naturalezza con cui si muovono attraverso selve di note, passando da un registro all’altro, lasciando a chi ascolta la necessità di fermarsi un attimo per capire davvero quello che è arrivato – al di là di discorsi sull’estetica, la brillantezza esecutiva e la bellezza di voci, suoni e singoli brani.

Per chi ama il genere, un must.

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