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Periodicamente, in Italia, tocca ascoltare le aggressive esternazioni di un bizzarro figuro, che si atteggia a grande capitano d’industria nostrano coi suoi maglioni à la Steve Jobs e la sua (costruitissima) fama di squalo del capitalismo – come se questa qualifica fosse un merito: sto parlando di tale Sergio Marchionne, un personaggio che, con cadenza più o meno regolare, minaccia o critica con fare arrogante e sprezzante le istituzioni italiche, sventolando lo spettro del fare fagotto e, forte dell’accordo con la Chrysler, spostare la produzione e la sede centrale della FIAT oltre oceano. L’ultima sortita in ordine di tempo è stata scatenata da una sentenza del Tribunale di Roma, che ha condannato l’azienda torinese al reintegro di 145 operai, oltretutto con un indennizzo, in quanto il loro licenziamento era stato arbitrario e discriminatorio, e questo, ma guarda un po’, è vietato dalla legge.

Tra l’altro, la discriminazione sul luogo di lavoro è vietata per legge anche negli Stati Uniti, solo che in Italia chi è intemperante se la cava con il reintegro del discriminato e, al più, una sanzione di entità complessivamente modesta, nella patria delle cause civili si rischia, di fronte ad una giuria, la sentenza epocale o l’adeguamento alla giurisprudenza con pene esemplari: lo voglio proprio vedere, Marchionne, sbattere fuori 150 dipendenti in America per quello che a tutti gli effetti è un problema d’opinione, e venirne fuori pontificando sulle assurdità dei meccanismi di protezione.

Ora, è assolutamente evidente che, stante la situazione, non si può fare nulla per impedire al losco individuo di abbandonare il suolo patrio. Il problema è che se lo volesse veramente, lo avrebbe già fatto da tempo. Non vuole, perché sa che uscire definitivamente dall’Italia ha tante implicazioni, prima tra tutte la conseguente necessità di confrontarsi davvero col mercato automobilistico internazionale, senza la possibilità di frignare e battere cassa presso il governo nelle innumerevoli occasioni in cui un’azienda che avrebbe dovuto fallire negli anni Settanta si troverà in difficoltà nel competere. E non con i mostri sacri dell’auto, Volkswagen, General Motors, Renault, Ford, BMW, Audi e Mercedes: no, perché le scatole di latta stile FIAT 500 hanno imparato a farle pure i cechi e i coreani, che oltretutto si risparmiano supplizi stile Duna.

È un po’ che tutta questa faccenda mi ricorda qualcosa, ma non ero mai riuscito a capire cosa. Poi, come è noto, la notte porta consiglio, e finalmente stamattina sono stato colto dall’ispirazione: Ecco dove mi sembrava di aver già sentito una storia del genere!  Già nel 1956 qualcuno aveva previsto tutto. 

“Tu vuo’ fa’ ll’americano, mericano, mericano…
sient’a mme chi t’ ‘o ffa fa’?
tu vuoi vivere alla moda,
ma se bevi “whisky and soda”
po’ te siente ‘e disturba’
Tu abball’ o’ rocchenroll
tu giochi a baisiboll
ma e solde p’ e’ Ccamel chi te li dà?
la borsetta di mammà
Tu vuo’ fa’ ll’americano, mericano, mericano…
ma si’ nato in Italy!”

E se mammà chiudesse la borsetta?

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