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Letters To Cleo - Aurora Gory Alice“Aurora Gory Alice” fu il primo disco dei Letters To Cleo, band rock indipendente americana, e fu pubblicato nel 1994. Seguirono “Wholesome meet and fish” nel 1995 e “Go!” nel 1997; nel 1998 fu poi il turno di una raccolta di brani inediti realizzati nei primissimi anni di attività. Nel 1999 parteciparono al film “10 things I hate about you”, con dei giovanissimi Heath Ledger, Julia Stiles, Jason-Gordon Leavitt e David Krumholtz, comparendo in un paio di scene con le cover di “I want you to want me” e “Cruel to be kind”. Si sciolsero l’anno dopo, e da lì la cantante della band, Kay Hanley, intraprese una carriera solista molto discontinua ma caratterizzata da tre lavori eccellenti.

Io personalmente conobbi i Letters To Cleo nell’inverno del 1995, perché una rete televisiva romana che trasmetteva video musicali prese a proporre con una certa insistenza il video del loro primo singolo, “Here and now”: rock gradevole e coinvolgente, motivo orecchiabile, ragazza carina che canta. Comprai il disco, praticamente a scatola chiusa, due mesi dopo.

Sono passati 17 anni e ancora lo ascolto con una certa frequenza e grandissimo piacere.

“Aurora Gory Alice” è un disco con uno stile preciso, identificabile ed assolutamente unitario. Il numero ridotto di brani, 10, e la durata limitata, meno di 39 minuti, gli impediscono di essere ripetitivo o ridondante. Nonostante si tratti del primo lavoro di una band indipendente, lo stile e le sonorità sono sorprendentemente ben definiti: il suono è formato da una base pulita – ottenuta con basso arpeggiato che non si limita alle canoniche quattro note di accompagnamento, chitarra acustica od elettrica di sfondo, talvolta hammond o tastiere piuttosto sottili e una batteria molto puntuale – e molto ben registrata; il suono portante è invece sporcato, ma non insudiciato, da effetti pastosi su due chitarre, atti a dar loro un suono più pieno e deciso, e da una sovra-amplificazione dei piatti, in particolare hi-hat e crash.

Kay Hanley ha una voce che ad una prima impressione non sembra eccezionale, ma ascoltando meglio ci si accorge che è stentorea e limpida, mentre l’utilizzo che ne fa è tutt’altro che piatto o slavato: canta spesso su toni bassi, salvo salire di botto per fermarsi su note di altezza media o medio-alta, dando l’idea di trattenersi. Questo si traduce quasi in una sensazione di dissonanza; inoltre ne varia il timbro utilizzando la gola e con occasionali graffiate, approfondendo ulteriormente le sue interpretazioni.

Dei 10 pezzi del CD, 5 – “Big star”, “Wasted”, “Get on with it”, “From under the dust” e “Come around”, sparse per il disco – seguono una struttura musicale molto precisa. Si tratta di brani con un ridotto numero di battute, basati su melodie con specifiche caratteristiche di fine verso: frammenti come un salto da note bassa ad alcune di media altezza, per finire con una nota lunga più bassa; oppure, al contrario, come un abbassamento lungo la scala, seguito da una nota lunga poco più alta; infine, come una nota alta seguita da 5 o 6 note brevi e discendenti. Queste sequenze rappresentano una specie di marchio di Fabbrica del cantato di Kay Hanley, che ha poi continuato ad utilizzarle anche nei suoi lavori successivi. L’effetto è molto intenso, intimo e malinconico, si ha quasi l’idea di ascoltare delle confidenze. Gli altri 5 brani non mancano di utilizzare queste sequenze, ma non le propongono come elementi cardine; si tratta inoltre di pezzi diversi, in alcuni casi più veloci, uno, “Step back”, è acustico, mentre “Rimshak” è un pezzo più rumoroso e cupo.

Il disco, nel suo insieme, è un vero gioiello del rock indipendente americano anni ’90. 10 canzoni e 39 minuti estremamente continui su ottimi livelli, sia dal punto di vista estetico che espressivo. I brani singolarmente sono belli, molto gradevoli da ascoltare; la struttura unitaria basata su sonorità e scelte melodiche lo rendono un disco con una vena triste, spezzata da sporadici momenti ariosi, anche se non rilassati – anzi, talvolta frenetici. È difficile definire con esattezza quello che rimane alla fine dell’ascolto: da un lato questa punta di malinconia, dall’altro impressioni legate alla gradevolezza dei singoli pezzi e di una voce sì liquida e triste, ma altrettanto calda ed affascinante.

Da ben 17 anni, ottimo.


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