Tag

, , , , , , , , , , ,

Celeste Gaia - MillimetroL’inutile Festival di Sanremo ha varato un’iniziativa stranamente interessante e singolarmente molto più innovativa di quanto venga normalmente utilizzato da qualsiasi istituzione italica: l’hanno chiamata Sanremo Social, e sostanzialmente dava l’opportunità di caricare il video di una propria esibizione, essere sottoposto ad un giudizio – da esprimersi attraverso social network – e, per chi fosse risultato in cima alla lista delle preferenze, essere invitato a partecipare alla gara canora. Evidentemente Sanremo Social non era, al momento dello svolgimento delle selezioni, di dominio pubblico: di conseguenza, votanti in numero ristretto e discretamente competenti sono riusciti a spedire al Festival qualcuno di decente. Che infatti, una volta davanti alle masse, tra l’altro con una canzone carina e accattivante, è stata prontamente rispedita a casa.

Sto parlando di Celeste Gaia.

Giovanissima, ma supportata da una produzione di livello (per l’Italia, quindi in assoluto molto meno), la cantante ha, al ritorno dalla scornata sanremese, pubblicato un breve album – 11 brani, 39 minuti scarsi – per la Sony Music, venduto nei negozi ad un prezzo inferiore ai 10 euro, dal titolo “Millimetro”.

La prima cosa che va detta è che si tratta di un lavoro un po’ ingenuo. Celeste Gaia ha un concetto di metrica tutto personale, che la porta a scrivere versi che a volte non stanno nelle misure in cui intende infilarli. Il risultato è che talvolta si riduce a parlottare qualche frammento, il che sarà anche simpatico e finanche funzionale, ma rimane un mezzo pasticcio. Si ha inoltre la vaga sensazione che ogni tanto voglia essere brillante per forza. Infine le canzoni, sia a livello di intera struttura che di singole scelte melodiche, presentano schemi un po’ rigidi. Non che sia un problema enorme, ci sono intere carriere di cosiddetti venerati maestri alle quali si può muovere la medesima critica, nondimeno, la freschezza e l’intelligenza di questo lavoro fanno avvertire questa non personalizzazione dell’architettura dello sviluppo delle composizioni come una piccola mancanza.

Perché la qualità c’è, e non è poca. “Millimetro” è gradevolissimo, originale, simpatico e tutt’altro che superficiale. Dal punto di vista lirico ci sono degli spunti singolari e quasi spiazzanti; da quello musicale, l’album è piacevole da ascoltare, disimpegnato senza essere vuoto, e a sprazzi divertente: meglio un lavoro così con tutti i suoi piccoli difetti di ingenuità che il solito lavoro asettico ed inutile.

Siamo ovviamente nel pop – pop vero però, non in quel minestrone informe che va sotto la dicitura di “musica italiana” – con alcuni momenti ottimi. Svettano in particolare la canzone presentata a Sanremo, “Carlo” – un allegro resoconto di una breve ma intensa sega mentale dentro un ascensore con un ragazzo attraente di cui non si sa come attirare l’attenzione; “Indirizzo nuovo”, con strofe reggaeggianti, un ritornello travolgente e un testo pindarico e surreale; “Aspetto te”, sulla non precisamente originale tematica del “mio Dio, come ti prendi sul serio!”, affrontata in modo ironico e poetico, e con una melodia tra il tenero ed il canzonatorio; “Biglia”, lenta ed enfatica, quasi solenne, molto efficace, che spezza una serie di canzoni espressivamente più spensierate con un testo spiazzante – chi non vorrebbe essere una biglia? – ma che qualche attimo di riflessione lo impone. “Bianconiglio”, in cui strofe un po’ strozzate e liricamente confuse si alternano ad un ritornello lento e stentoreo il cui argomento centrale è una curiosa dichiarazione alla propria dolce metà: “amo quando ti spegni, non hai più batteria” – sei proprio sicura di amarlo?

Cinque ottimi pezzi su 11, per un album di debutto di una ventunenne italiana, proprio non è poco.

La produzione, dicevamo. Per essere di livello, ha le sue franche pecche: il singolo uscente da Sanremo utilizzato come brano d’apertura; i cinque brani citati praticamente disposti in due cluster, uno all’inizio, uno verso la fine del disco. In mezzo ci sono altri buoni pezzi, come il finale pomposo e un po’ d’effetto, ma anche un paio di canzoni vagamente forzate che, pur discrete, non aggiungono molto al contenuto generale, e avrebbero dovuto essere utilizzate come momenti di stacco, non una di seguito all’altra.

Non sarà che, invece del produttore, quella brava è proprio Celeste Gaia? Dopo un solo disco è presto per dirlo, ma il ragionamento porta in quella direzione.

Annunci