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Chacun cherche son chatIl regista francese Cedric Klapisch in Italia è noto pressoché solamente per “L’appartamento spagnolo”, mentre oltralpe si è da tempo dimostrato capace di pellicole intelligenti e profonde, come, ad esempio, il recente “Parigi”; “Ognuno cerca il suo gatto”, del 1996, è il suo secondo film come regista, il primo che ha anche sceneggiato, ed è un gran bel film.

Analizziamo un attimo il titolo dell’opera: ovviamente l’opera non racconta le avventure di una pletora di esseri umani ognuno alla ricerca del proprio piccolo felino. Cos’è quindi un gatto? Un gatto è qualcosa a cui si dedica il proprio tempo, la propria attenzione, il proprio affetto, in maniera funzionale al proprio benessere e soprattutto senza aspettarsi niente di profondo in cambio: un gatto si abitua e si affeziona, ma non ama il proprio padrone. È questo il gatto di cui più o meno tutti i personaggi che compaiono nel film sono alla ricerca: qualcosa di cui prendersi cura, interessarsi ed a cui dedicare la propria vita. Che sia veramente un gatto, che sia un partner, che sia un amico, che sia una missione, che sia qualcosa per cui sentirsi utili, non è davvero importante. Quel che conta è averlo in mente, cercarlo e, magari, trovarlo.

In fin dei conti, per quanto possa sembrare banale e retorico, è questo che cercano le persone. La metafora del gatto, particolarmente azzeccata, dipende dal pretesto narrativo.

Chloe, una giovane truccatrice che vive in una banlieue parigina, decide di prendersi una vacanza ed affida ad una signora anziana che ne possiede un certo numero, la cura del suo gatto; al ritorno, scopre che il gatto è fuggito e non se ne hanno tracce. Comincia allora la ricerca del felino scomparso, che coinvolge un po’ tutto il quartiere, dal gruppo di vecchiette di cui l’affidataria dell’animale fa parte ad un giovane operaio immigrato ai limiti del ritardo mentale, passando per amici e conoscenti della protagonista.

All’interno di questa storia principale si sviluppano una serie di sottotrame che coinvolgono i singoli personaggi: la stessa Chloe, single ed attratta da un misterioso e silenzioso giovane che si ritrova spesso attorno, un suo amico gay con alcuni problemi di coppia (il film contiene una scena con due uomini che fanno sesso: forse non è stata una scelta eroica, ma oltre 15 anni fa certo nemmeno semplicissima), l’operaio che vede nel rendersi utile ad una persona disperata una fuga dall’atmosfera da caserma della comune in cui vive e del cantiere in cui lavora, la piccola comunità di anziane signore che attivano la loro rete di conoscenze mostrandosi attive nel tentativo di veder riconosciuta la loro importanza nel vicinato.

Ognuno, nel prodigarsi per ritrovare il gatto di Chloe, cerca contemporaneamente anche il proprio, appunto.

Il film è dunque molto riflessivo e fotografa con precisione ed eleganza le piccole inquietudini dei personaggi che sceglie di rappresentare. Il piglio dell’opera è comunque orientato alla commedia: per quanto non compaiano scene particolarmente divertenti, l’atmosfera è leggera e serve a far scivolare le situazioni senza appesantire o creare magoni. Però, d fondo, ciò di cui parla è triste, ed il messaggio arriva, chiaro e comprensibile. Klapisch ha optato per una rappresentazione molto realistica: la banlieue parigina è raffigurata in modo crudo, con cantieri aperti, strade in disordine, ed inoltre con una luce chiara ed intensa che fa quasi avvertire il caldo allo spettatore. Il cast, coerentemente con la realizzazione di un’opera di un regista emergente, non comprende nessun nome rilevante – se non Romain Duris, ma più che altro oggi, grazie tra l’altro alle diverse collaborazioni con lo stesso Klapisch – ma è funzionale e ben diretto.

Un lavoro low cost, ma intelligente, poetico e terribilmente francese. Pregevole.

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