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Emilie Autumn - Fight like a girlNoi Plague Rats abbiamo atteso a lungo la pubblicazione di un nuovo lavoro strutturato di Emilie Autumn. Sono passati 6 anni dall’uscita di quel capolavoro mostruoso che è “Opheliac” (quando avrò trovato le parole per descrivere cosa sia e cosa significhi per me quel disco tornerò sull’argomento), 5 da quella del bizzarro ma coinvolgente doppio strumentale “Laced / Unlaced”, e nel frattempo ci siamo consolati con tournée ed EP, questi ultimi non tutti completamente convincenti. Due mesi fa miss Autumn ha finalmente pubblicato “Fight like a girl”, che rappresenta una sorta di colonna sonora per il suo libro più o meno autobiografico, “The asylum for wayward victorian girls”, uscito nel 2009.

Al primo ascolto, confesso che ero terrorizzato: temevo un adagiarsi su una replica di “Opheliac”, o la decisione di staccarsi completamente dal passato con qualcosa di molto diverso, che abbandonasse il “victoriandustrial” che aveva reso Emilie un qualcosa di unico, sontuoso e straordinariamente affascinante. Niente di tutto questo: miss Autumn, oltre che un genio, è anche una persona intelligente (è singolare quanto spesso le due caratteristiche non coincidano) e ha molto chiaro quel che vuole e che deve fare. Certo, potrebbe aver aiutato il fatto che quando ho sentito il disco per la prima volta ero un po’ distratto.

Emilie-Autumn-cover-12177Il disco ha, a tutti gli effetti, la struttura della colonna sonora, anche con un approccio alla Broadway, e quello che accompagna è una storia macabra e terribile, narrata con un approccio tra il realismo spinto e la farsa. Da questo punto di vista la continuità con “Opheliac”, soprattutto dal punto di vista ideale, è molto più complessa e marcata di quanto non emerga da un ascolto superficiale. L’unità stilistica, sia con le opere precedenti che al suo interno, è molto meno evidente: “Fight like a girl” racconta una storia, attraverso un continuum che parte dalla title track e si conclude con “One foot in front of the other”, e che, dal punto di vista sonoro, inizia con atmosfere tipicamente elettroniche, con un piglio aggressivo, acido ed isterico, per spostarsi lentamente verso suoni più classicheggianti – molto al di là del marchio di fabbrica con violino e clavicembalo – accompagnati da pressanti basi sintetiche, che tratteggiano atmosfere più cupe, claustrofobiche e soffocanti. Il tutto è saltuariamente spezzato da qualche solitaria pennellata completamente fuori schema, come un’ariosissima ripresa strumentale del tema di “4 o’clock”, che si inserisce come breve interludio con un effetto quasi agghiacciante.

Gli aspetti lirici sono raccapriccianti, fanno quasi provare dolore fisico mentre li si segue. Per la maggior parte si tratta di una sorta di dialogo tra un’ospite del manicomio, guarda caso di nome Emily, le altre donne ivi rinchiuse, e la struttura stessa, con la sporadica apparizione di qualche elemento esterno – come una specie di banditore che invita i visitatori a godere dello spettacolo offerto dalle ragazze esibite come in uno zoo ed un fotografo che rimane colpito dallo sguardo della stessa Emily quando cerca di immortalarla. Tutte cose tutto sommato note a noi Plague Rats, ma non per questo meno sconvolgenti alla lettura e all’ascolto. Il cantato segue perfettamente questa struttura, alternando un tono baritonale drammatico, potente ed oppressivo ad altezze molto più femminili, utilizzate per lo più per dare un risvolto grottesco alle mostruosità narrate, con un utilizzo dell’ironia davvero da brividi. Subentrano ogni tanto intermezzi graffianti e momenti di cantato isterico, violento, brutale: nulla è lasciato al caso e ogni scelta, sempre, ha una motivazione chiara e precisa.

Se da un lato non c’è non solo un brano, ma nemmeno una strofa il cui testo non abbia un senso pressoché perfetto ancorché alienante, dal punto di vista musicale il disco ha alcuni momenti sontuosi nella loro tragicità. Su tutti, “Take the pill”, che si presenta come un pezzo gothic-cabaret atto a porre l’attenzione sull’abuso della prescrizione dei farmaci e sull’utilizzo degli stessi per plagiare le pazienti, che ne risultano private del controllo del proprio corpo e della propria mente, per poi trasformarsi in una sorta di inferno che parla di umiliazione, derisione e sevizie, quasi impossibile da ascoltare serenamente; “If I burn”, cupa, opprimente ed arrabbiata, originariamente scritta come monologo di una strega condannata al rogo dall’inquisizione e riadattata per l’occasione, un disperato e straziante canto intimidatorio che fa sentire il sapore del sangue, di chi tenta di ribaltare il rapporto di forza con il proprio torturatore – “if I burn, so will you”; “One foot in front of the other”, il brano che chiude l’opera, un crescendo ossessivo e glorioso di chi è riuscito a liberarsi dalla prigionia, di chi cammina libero per un mondo che oramai non conosce, ed in cui non ha a chi rivolgersi, e si trova davanti all’agghiacciante questione di tirare avanti. Un finale molto diverso da quello di “Opheliac”, in cui di fatto Emily, o chi per lei, dichiarava la propria morte come essere umano pensante; qui si parla di venirne fuori, anche se sconvolti dai ricordi di umiliazioni incredibili e disarmati di fronte al mondo.

Miss Autumn con “Fight like a girl” ha dimostrato quanto ancora ci fosse da dire su un argomento che, da osservatore, sembrava essere stato molto ben sviscerato. Non è “Opheliac”, ma bene ha fatto Emilie a non cercare di ripeterlo: ne sarebbe uscita una parodia. E davvero mi chiedo che cosa avrebbe potuto fare di strutturalmente migliore senza reinventarsi da zero: cosa che non ha nessuna intenzione di fare.

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