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Salvo quando mi dimentico, tutti i mesi scarico dal sito del Parco Della Musica di Roma la rivista “Auditoium mese”, cerco gli eventi più interessanti, per poi tentare di convincere qualcuno ad accompagnarmici. Mi capita talvolta di vedere un nome che non conosco, leggerne una presentazione accattivante, documentarmi e, visti i prezzi solitamente contenuti, decidere di fare il tentativo e andare al concerto. E’ quello che mi è successo con Jo Hamilton.

L’ho conosciuta due settimane fa, quando ho saputo del suo concerto nel Teatro Studio per ben 16 euro. Inizialmente, leggendo di paragoni con Björk, Goldfrapp e K.D. Lang, ho avuto un vago moto di perplessità. Già non amo questo genere di confronti, poi trovare citati nomi così diversi per descrivere un’artista mi sembrava una forzatura ed un modo più per sperticare che per dare un’idea credibile del suo lavoro.

In realtà, ascoltato il disco (sì, scaricato da internet, qualcuno pensa sul serio che dopo aver letto 10 righe di introduzione ad un concerto avrei dovuto spendere 14-15 euro completamente alla cieca?), trovo che l’unico paragone sensato sia quello coi Goldfrapp: ma con quelli del primo album, “Felt moutain”, intriso di atmosfere folk ed eteree. Con delle differenze, però: il duo inglese ha nelle proprie armi un’elettronica british-style, poi esplosa nei loro lavori successivi, che già allora tendeva a condurli verso la scena indie inglese; Jo Hamilton, invece, ha un bagaglio di cultura musicale etnica ed un approccio classicheggiante, soprattutto in termini di sound e di ambientazione, che la classificano più come ninfa dei boschi.

E poi la Hamilton ha una voce di un altro livello: vellutata, potente, con una grande estensione, in grado di spaziare dal sussurrato allo stentoreo senza mai abbassare l’intensità espressiva o mutare l’umore in modo brusco ed improvviso. Ha un timbro che fa sembrare come se il suo cantato venisse riprodotto rallentato, il che lo rende dolce e malinconico, e ne usa tutte le notevolissime potenzialità con grande disinvoltura. Dal vivo questo non si traduce in un cantato troppo perfetto ed asettico come talvolta succede, bensì in interpretazioni vibranti, intense ed incredibilmente spontanee.

L’acustica del Teatro Studio ed i volumi tutto sommato contenuti hanno fortemente aiutato ad apprezzare le doti vocali della cantante e le magnifiche atmosfere prodotte dal quartetto sul palco. Basso, batteria e tastiere con laptop al seguito hanno creato la musica attorno alla voce con grande discrezione, mentre Jo Hamilton, oltre a cantare, suonava, con effetti minimi, la chitarra elettrica e, purtroppo solo ogni tanto, uno strumento estremamente innovativo, l’air piano. Forse l’unica pecca è stato l’utilizzo di suoni registrati, a fronte delle potenzialità, non del tutto espresse, di quest’ultimo. D’altra parte la Hamilton è la prima musicista ad utilizzarlo, ci sarà tempo per esplorarlo a fondo.

Il concerto è durato circa un’ora e mezza, il che, per una tizia che ha all’attivo un solo album, davvero non è poco. La Hamilton ha infatti presentato diversi pezzi inediti, tra i quali, a mio avviso, è spiccata in modo assoluto “Tall trees”, brano lungo, appassionato e con uno splendido sviluppo ritmico e melodico: spero venga pubblicata il prima possibile. Ovviamente, inoltre, “Gown” è stato suonato quasi per intero, alcune canzoni con un piglio leggermente diverso rispetto all’incisione su disco, ma sempre molto intenso ed affascinante. Non c’è stato tempo per annoiarsi o stancarsi: un’esibizione tecnicamente ineccepibile, di grandissimo impatto emotivo, con atmosfere meravigliose – alle quali l’ambiente buio della sala ed il palco illuminato con parsimonia hanno fatto da splendida cornice. Entusiasmante.

A fine concerto, la cantante si è recata nella libreria dell’Auditorium per firmare copie del suo CD (niente vinile, purtroppo). Il fatto di non vendere direttamente il prodotto, ma di affidarsi ad un negozio, ne ha inevitabilmente fatto salire il prezzo (17,50 euro, di solito ai banchetti post-show difficilmente un CD supera i 15 euro, spesso rimane sui 12), ma tanto per cominciare l’album vale la spesa; in secondo luogo, dopo un concerto del genere si è decisamente disposti all’acquisto; la gentilezza della Hamilton, che si fermava a scambiare due parole con tutti, stringeva mani, si faceva fotografare e chiedeva opinioni, ha fatto il resto.

Gran bella serata.

Postilla conclusiva: ho già avuto modo di sdottorare sull’argomento, ma a partire da un download illegale, in due settimane ho già speso 33,50 euro per la musica di Jo Hamilton. Senza download illecito probabilmente ad oggi ci avrei speso zero: niente concerto e niente cd. Dove sono tutti i tromboni del “download illegali=mancate vendite”? Oltretutto, se avessi pagato per la copia digitale, o se avessi comprato il disco a scatola chiusa, avrei dovuto pagare una seconda volta per il cd autografato ieri sera? Siamo seri, su…

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