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Virginie Despentes - Apocalypse babyQualche giorno fa, andando a trovare due amici che lavorano in una libreria, mi cadde l’occhio su questo libro pubblicato da Einaudi; al momento di andarmene e lasciarli al loro lavoro decisi, nonostante il prezzo di 18 euro (leggermente ridotto da un piccolo sconto tra amici) di fare il tentativo e comprarlo. A causa di una recente conversazione via mail con un’amica sugli acquisti alla cieca – ed in particolare sul piacere che lei si perde utilizzando oramai quasi solo il formato elettronico – temevo che il karma mi avrebbe punito con un romanzo modesto o, peggio, squallido. Fortunatamente non è andata così.

“Apocalypse baby” è un libro che può benissimo non piacere. I motivi sono tanti, dall’approccio narrativo alla discontinuità nello sviluppo della storia, dal realismo esasperato che porta l’autrice a descrivere scene che possono facilmente essere considerate gratuite o volte a scandalizzare all’assurdo finale. Ovviamente qualunque romanzo, così come qualunque cosa, può piacere o meno, ma in questo caso non si parla di un lavoro che, al di là del gusto del lettore, si caratterizza per particolari aspetti di grandezza o di originalità. Io tuttavia l’ho trovato un libro magnifico.

Lucie, una cinica e sprovveduta investigatrice privata, ha il compito – come le capita oramai fin troppo spesso – di sorvegliare un’adolescente problematica, figlia di uno scrittore di medio successo; la ragazza di punto in bianco sparisce e Lucie viene incaricata di ritrovarla. Non avendo la minima idea nemmeno di come iniziare a cercarla, decide di farsi aiutare dalla Iena, una figura leggendaria nell’ambiente che Lucie riesce a contattare attraverso legami comuni, energica, efficiente, manesca, androgina e convintamente lesbica.

Dopo una prima fase che si svolge a Parigi all’interno di una serie di ambienti adolescenziali sconfortanti, tra sesso estremo, stupri, cocaina e bravate di varia natura, le ricerche portano la male assortita coppia di investigatrici alla ricerca della madre della ragazza, una signora benestante ed innamorata del lusso che vive a Barcellona cercando di impedire che il suo passato la raggiunga. Lucie si barcamena come può, la Iena attiva una serie di contatti, per arrivare a svelare la vera posta in gioco, la cui entità emerge lentamente nell’ultima parte del romanzo, fino ad un finale privo di senso, ma che ha comunque il non indifferente merito di sorprendere, superando la scontata dicotomia tra il finale positivo e quello negativo, fino a poche righe prima suggerita.

La narrazione è piuttosto singolare, anche se non del tutto nuova. L’io narrante è Lucie, ma a capitoli alterni. Negli altri viene mostrato il punto di vista di un personaggio alla volta, usando sempre la terza persona, nel momento in cui, talvolta in modo del tutto inaspettato ed inizialmente quasi balbettante, questo si interfaccia con la trama principale. La Despentes tratteggia per ognuno di questi narranti alternativi qualche breve cenno biografico od introduttivo, atto a spiegare e circostanziare i suoi movimenti e le sue scelte. Si tratta di brani che esulano dalla struttura portante, a volte interessanti altre meno, ma sempre realistici e funzionali, e che una scrittrice cialtrona avrebbe utilizzato per scrivere 3 o 4 romanzi diversi. Gli stili di scrittura sono però complessivamente solo due: quello cinico e contemporaneamente ingenuo di Lucie e quello impersonale – quantunque sempre iper-realistico e “sporcato” di volta in volta da scelte lessicali, grammaticali legate al gergo del carattere tratteggiato – dalla narrazione in terza persona.

Il realismo e la critica sociale caratterizzano in modo deciso l’approccio dell’autrice. I personaggi, di vario tipo, estrazione ed età, vengono rappresentati con dovizia di particolari cialtroni, debolezze ed aspetti squallidi: menzogne, ricatti, gelosie, ipocrisie, droghe e sesso a profusione. Spesso questo viene fatto con l’aiuto, davvero prezioso e ben calibrato, della descrizione da più punti di vista. La Despentes prende chiaramente le parti delle sue due protagoniste, quantunque a volte del tutto incompatibili tra loro: una donna diretta verso la mezza età piena di insicurezze ed insoddisfazioni che si rifugia dietro il disprezzo per ciò che la circonda, ed una che si avvicina ai 50, manesca, brutale e accondiscendente. Gli altri escono tutti con le ossa rotte, tranne qualche giovanissimo con la scusante dell’idealismo, sempre che non lo abbia già venduto. Discorso analogo per i luoghi: Parigi non fa una bella figura, ma Barcellona ne esce a pezzi. In questo senso il messaggio di fondo – o almeno quello portato avanti dalla Iena – sembra essere che la vita è dura, è meglio farsene una ragione, scegliersi qualche regola, rispettarla e prendere tutto quello che arriva.

Non sarà questo grande libro, e può benissimo non piacere. Io però l’ho adorato, e l’ho divorato guardando con crescente tristezza l’assottigliarsi delle pagine che mancavano alla fine. Per me, entusiasmante.

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