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Erano oltre 5 anni che non andavo ad un concerto, diciamo così, mainstream, in ambito pop e rock: l’ultimo a cui avevo assistito era quello di Peter Gabriel, al Roma Rock Festival, nel luglio 2007; l’ultimo concerto rock in un palazzetto era stato quello di Mark Knopfler, in un Palalottomatica pieno per metà, nel giugno 2005. Martedì 20 novembre al Mediolanum Forum di Assago mi sono ricordato perché.

Il Forum era strapieno, biglietti esauriti e posti a sedere in tribuna difficilmente accessibili: entrando verso le otto e mezza, in quattro, abbiamo trovato quattro sedie grosso modo vicine per puro caso, laterali, in penultima ed ultima fila. Non un inizio incoraggiante.

Il concerto è iniziato poco prima delle dieci: Florence Welch ha letteralmente fatto un bagno di folla; folla che urlava più o meno qualunque cosa lei facesse, come se fosse lì più per acclamarla che per sentirla cantare. L’amplificazione e la resa acustica si sono rivelate sconfortanti: in pratica, si concentrava tutto sui toni alti, addirittura la voce di Florence sembrava una buona quinta sopra il suo tono naturale; i microfoni della batteria erano disposti malissimo, il rullante era soffocato da tom e timpani, inoltre il batterista avrebbe potuto portarsi lo hi-hat, il crash e 4 patti uguali (in effetti non escludo che lo abbia fatto), tanto non si notava nessuna differenza; l’arpa si sentiva poco e male; le percussioni servivano solamente ad alimentare il caos senza aggiungere niente di determinante. Come da oramai consolidata, ancorché terribile, abitudine, col passare dei minuti i volumi si sono alzati, fino a raggiungere livelli in cui era difficile finanche distinguere i singoli suoni: di fatto, gli ultimi 4 o 5 brani li ho intuiti, più che sentirli. In particolare, le esecuzioni di “Spectrum” (in cui Florence regala un’esibizione vocale notevole, pertanto del tutto sprecata) e “Shake it out” sono risultate sporchissime, quasi fastidiose. Nel frattempo il pubblico urlava, applaudiva e si stracciava le vesti come se tutto andasse alla perfezione.

Diciamocelo, un concerto così è roba da sedicenni.

Dal punto di vista tecnico, quello che si è più o meno percepito è che una band solidissima accompagna una Florence Welch vulcanica e brillante. Rispetto alle esibizioni di qualche tempo fa è in particolare aumentata molto la sua capacità di tenere la scena, di fare lo spettacolo, oltre a cantare, con le sue eccelse doti tecniche, i suoi spesso ottimi pezzi. Personalmente, ringrazio per aver proposto, fortunatamente ad inizio concerto, grandissime versioni di “What the water gave me” e “Drumming song”. Rimane singolare un aspetto: gli strumentisti ed il coro eseguono in modo impeccabile i brani, mentre la leader canta seguendo talvolta la melodia più sulla base di intuizioni del momento che di uno spartito. Intendiamoci, io sono favorevolissimo al fatto che sul palco si improvvisi; ma tutti insieme, non che lo faccia una persona con 8 tizi al suo servizio: così è più che altro ostentazione.

Tutto questo mi è costato 30 euro più prevendita. Ora, per 16 euro (costava 18, ma c’erano possibilità di sconti tutt’altro che inaccessibili) il mese scorso ho visto, nel minuscolo Teatro Studio dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, il concerto di Jo Hamilton. Eravamo circa 300 quella volta, il 20 novembre al Forum non c’erano meno di 8000 persone. A spanne, meno di 5500 euro di incasso contro circa 250000. Quando sollevo questa sproporzione, c’è sempre chi mi risponde che un concerto come quello di Florence + The Machine ha costi elevati. A prescindere dal fatto che stiamo parlando di cifre che stanno in proporzione come 45 o 50 ed 1 – sarebbe a dire che, per ogni euro incassato dalla Hamilton, Florence ne ha incassati tra i 45 ed i 50, in un singolo evento – e l’affitto di una sala dell’Auditorium romano non credo sia precisamente a buon mercato, a quali spese esattamente facciamo riferimento, se poi non si riesce nemmeno a proporre un’amplificazione appena passabile? Si tratta semplicemente di avidità, e se chi opera certe scelte – parlo di case discografiche e promoter, molto più che degli artisti – preferisce rivolgersi ad un pubblico di teen ager urlanti, non è un mio problema.

Io di Jo Hamilton ho potuto apprezzare tutto: l’eleganza stilistica, la classe e l’intelligenza degli arrangiamenti, le atmosfere eteree e malinconiche, la profondità, l’estensione e la duttilità della voce, i suoni prodotti dal suo innovativo air piano, la passione messa nell’esecuzione di pezzi come “Deeper”, “Liathach” e “Tall trees” (inedito, e come tale non confrontabile con versioni note), le chiacchierate per spiegare la genesi dei brani, ed in più ho avuto l’opportunità di stringerle la mano a fine concerto e di farmi firmare, con dedica, il suo cd.

Invece, dopo circa 100 minuti di esibizione, cosa posso dire davvero di Florence + The Machine? Che la band suona bene, che la Welch sa tenere bene il palco, che ha una voce potente e che sa cacciare un urlo (no, non un acuto: un acuto avrei dovuto sentirlo meglio per valutarlo) e tenerlo. Un po’ poco per 30 euro più prevendita – uno scandalo pari al 15% del prezzo, tra l’altro.

Qui non stiamo parlando di musica. Il concerto di Jo Hamilton è musica; quello di Florence + The Machine, pur con il massimo rispetto per il loro lavoro e per le loro opere che continuo ad apprezzare moltissimo, è un evento mondano legato al mercato musicale. E, francamente, tutto questo posso lasciarlo a chi si accontenta.

Postilla: trovo particolarmente ridicolo che praticamente qualunque filmato amatoriale del concerto si trovi su youtube si senta meglio di come si è sentito lo show dal vivo. E’ un dettaglio che mi porta anche a pensare male (“whenever there is any doubt, there is no doubt“), ma lasciamo perdere…

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