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In Francia hanno un Ministro per la Cultura: un personaggio che, da buon esponente di un governo socialdemocratico, non risponde a lobby o gruppi finanziari, ma alla popolazione francese ed alle sue esigenze, partendo dalle piccole attività imprenditoriali come editori e librerie, per finire proprio con la gente, le persone. D’altra parte, lì una donna di 39 anni può fare il ministro senza che un giornale argentino parli di pompini: il diverso livello di civiltà si capisce subito.

Aurélie Filippetti ha rilasciato qualche giorno fa questa intervista al Corriere della Sera. Si leggono, tra l’altro, le seguenti perle.

1. “Solo la scuola pubblica può permettere l’integrazione e dare speranza a tutti”. Di fronte a governi che tagliano sempre sull’istruzione sull’università e sulla ricerca, salvo concedere vantaggi alle scuole private, c’è davvero bisogno di commentare?

2. “Se gli editori francesi, italiani e tedeschi non troveranno un accordo con Google entro la fine dell’anno, a gennaio la Francia varerà la legge per obbligare la società di Mountain View a remunerare i giornali dei quali elenca i contenuti”; “chi fa profitti distribuendo i contenuti deve contribuire a finanziarne la creazione. Vale per le reti tv, gli operatori telefonici, i provider Internet, i siti, le piattaforme digitali”. Vale la pena sottolineare che si parla di chi fa profitti, non di chi usufruisce del servizio.

3. “Noi non finanziamo film di nicchia senza mercato. Il cinema francese è fatto di pellicole d’autore, molti film di budget medio ma anche film di cassetta come Asterix o successi mondiali come The Artist o Intouchables . E sono questi ultimi a sostenere gli altri”. Va anche detto che in Francia il cinema d’autore lo fanno personaggi come François Ozon, Cedric Klapisch e Christophe Honoré, non soggetti come quel tizio che è andato in trance da frustrazione dopo che il suo film spendibile solo sul mercato italiano è stato battuto a Venezia da un maestro come Kim Ki-Duk.

4. “I Paesi che hanno fatto la scelta dell’austerità nella cultura, per esempio la Spagna, si trovano oggi in una pessima situazione. All’ultimo Festival di Cannes invece i cineasti di tutto il mondo in competizione erano quasi sempre co-finanziati dalla Francia, siamo lo Stato al mondo con il maggior numero di co-produzioni: oggi siamo a quota 52 Paesi”. Tutto questo non sembra terribilmente una politica keynesiana? Bene, possiamo apprezzarne gli effetti.

5. “Non è vero che i prodotti culturali sono prodotti come gli altri. Le leggi del mercato hanno difficoltà a funzionare in generale, come si vede, figurarsi nella cultura”. Sostenere che le leggi di mercato non funzionano davvero, semplicemente, in Europa rasenta la sovversione. Figuriamoci ventilare che ci sono ambiti in cui è giusto che non avvenga.

6. “Non penso affatto che i francesi siano diversi dagli altri. È una politica volontaristica che fa sì che non ci sia città francese senza un cinema, che le piccole librerie resistano e siano il polmone di ogni quartiere”. Proprio come in Italia, tra l’altro sulla base dello stesso tipo di politiche. Faccio un esempio: Gela, 77000 abitanti, zero cinema. E non parliamo delle librerie di quartiere, in un paese dove le maggiori catene di distribuzione appartengono a grossi editori.

7. “Sono molto preoccupata per come Amazon si comporta in Europa. Ha un peso tale che rischia di trovarsi ben presto in posizione ultradominante. Sono andata a parlarne alla Commissione di Bruxelles, ma trovo il loro atteggiamento deludente”; “Ha una visione un po’ troppo unilaterale della libera concorrenza. La Commissione preferisce fare le pulci agli editori che si organizzano per sopravvivere alla minaccia di Amazon, e non si allarma invece per il fatto che un colosso basato in Lussemburgo fa vendita a distanza con strategie fiscali inaccettabili e facendo dumping sulle spese di distribuzione. Amazon può permettersi di vendere a basso prezzo per mettere fuori mercato i suoi concorrenti, ma naturalmente rialzerà i prezzi appena avrà conquistato il monopolio o quasi”. Prima o poi questa verrà tacciata di eversione.

8. “Io vorrei sviluppare l’offerta [di download] legale. Se uno vuole scaricare un film non troppo recente, magari degli anni Cinquanta, nelle piattaforme legali non lo trova, mentre illegalmente sì. Non considero i consumatori come dei teppisti che vogliono rapinare gli artisti, ma persone che hanno voglia di ascoltare, vedere, leggere. Credo che la colpa sia anche dell’industria, che è in ritardo. Bisogna offrire un catalogo ampio e a prezzi ragionevoli”. Dov’è che ho già sentito questa storia?

92 minuti di standing ovation. E sono pure pochi.

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