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Ladytron - VelociferoI Ladytron hanno una storia curiosa. La loro avventura è iniziata alla fine degli anni novanta, quando ognuno dei quattro membri si dedicava prevalentemente ad altro: questo li ha costretti a crearsi una propria estetica, all’interno del mondo elettro-pop inglese, basata sull’utilizzo di strumentazioni low cost e soprattutto poco time consuming. Dopo un primo lavoro registrato praticamente a tempo perso con tecniche anni ottanta ed un secondo album realizzato con un approccio analogo e legato alle prime esperienze professionali come dj di alcuni dei membri della band, in particolare Reuben Wu, hanno cominciato a dedicarsi interamente alla musica, realizzando, nel 2005, “Witching hour”, il disco che rappresentava quello che loro ritenevano dovesse essere il loro stile.

I Ladytron non sono dei provetti musicisti. Tecnicamente hanno limiti evidenti, e la complessità delle loro creazioni – per le più canzoni con due idee melodiche di base, quella delle strofe e quella del ritornello, che raramente seguono andamenti complessi – ne risente. Tuttavia, lavorando, limando e prendendosi i loro tempi, riescono sempre ad inventare qualcosa di relativamente originale e con un’identità complessivamente riconoscibile. Sanno inoltre costruire delle atmosfere peculiari che spaziano dal vellutato al cupo ed hanno un ottimo istinto per le scelte melodiche di impatto, al di là dei passaggi d’effetto fini a sé stessi. Di conseguenza, parecchi loro pezzi sono assai coinvolgenti.

“Velocifero”, del 2008, è il loro quarto album, ed è un capolavoro. Ha una struttura molto coerente, il che è già cosa poco frequente in un disco pop, ma l’utilizzo di sonorità claustrofobiche non prescinde da una certa varietà espressiva. Il primo pezzo, “Black cat”, ha una lunga introduzione in cui attacca uno strumento alla volta fino a definire, dopo quasi due minuti, uno dei sound dominanti del lavoro, stentoreo e nero, accompagnato dalla tipica voce solista bassa e quasi parlata, in bulgaro, di Mira Aroyo. Seguono 12 pezzi molto ben amalgamati, 9 cantati dalla prima vocalist, Helen Marnie, con la sua voce sottile ed eterea, 3 da Mira, fino a “Versus”, che ha una chiusura lunga e progressiva, in cui i singoli suoni abbandonano progressivamente la scena, lasciando l’addio a quello più tipico della band, l’organo sintetizzato. Si tratta del primo, ed unico, album dei Ladytron privo di pezzi strumentali.

Dal punto di vista estetico, dopo “Witching hour”, in cui il suonato ed un approccio elettrico avevano preso in certa misura la scena, i Ladytron sono tornati a suoni apertamente sintetici, quantunque più raffinati e ricercati rispetto ai lavori degli esordi. Il cantato è sempre un po’ soffocato, mai davvero predominante; questo, assieme ad un tono talvolta dimesso, nonostante ritmiche sempre frizzanti e linee melodiche vivaci, sposta l’atmosfera verso tonalità scure. In parecchi brani, inoltre, l’elevata amplificazione dei bassi e gli effetti di rimbombo sui solisti danno l’idea quasi di trovarsi chiusi dentro una scatola. A volte questo definisce completamente il pathos del pezzo, come nella sontuosa “Deep blue” – che suggerisce l’impressione di trovarsi sott’acqua al buio, con le onde, tratteggiate dal basso sintetizzato, ed il contrasto tra un tranquillo fluttuare ed improvvise scariche elettriche, dipinto da una chitarra distorta aggressiva su un sottofondo di archi campionati; in altre occasioni, rimane quasi come una sorta di sovrappensiero, come in “Runaway” – altrimenti soave ed eterea – o in “Season of illusions” – in cui le tastiere secche e la voce di Mira lasciano un’impressione vagamente opprimente; ci sono inoltre brani in cui questo approccio si alterna a fasi più esplosive e coinvolgenti, come nell’esaltante crescendo finale di “Predict the day” – che segue una ripetizione tematica ossessiva – o in “Ghosts” – in cui, al contrario, i suoni bassi restano sulla scena dopo un pezzo brillante e quasi allegro.

Riguardo gli aspetti vocali, per la prima volta nella carriera Mira Aroyo propone un sorprendente cantato vero e proprio (su “Season of illusions”, “Kletva” ed in certa misura anche su “Deep blue”), con una voce secca e lucida. Inoltre, su “Versus”, il chitarrista Daniel Hunt duetta con Helen e chiarisce perché quest’ultima, nonostante mezzi tecnici non eccelsi e un approccio talvolta scolastico, sia la prima voce della band: la differenza di pathos tra le due interpretazioni delle medesime frasi musicali, sebbene quella di Daniel sia più movimentata, è abissale.

Ovviamente non tutti i brani sono del medesimo livello: sarebbe difficile realizzare, ed ascoltare, un disco pop con 13 “Deep blue” o “Runaway”. I pezzi portanti sono tuttavia distribuiti in modo eccellente, e l’album scorre con momenti davvero apicali e brani di raccordo – comunque gradevoli – che stemperano la tensione. Ce ne sono di buoni – “I’m not scared”, “The lovers”, “Tomorrow” – e di meno buoni, ma non è questo il punto. Il punto, insolito per un disco pop, è l’album nel suo complesso, e ripeto: è un capolavoro.




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