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Tracy Chevalier - Strane creatureTracy Chevalier appartiene alla generazione di scrittori angloamericani cresciuti a pane e scrittura creativa. Un concetto sul quale c’è qualcosa di preliminare da dire: non si tratta solo di una serie di mezzucci per sfornare romanzi in serie, ma di un bagaglio di tecniche volte ad assicurare un intreccio narrativo coerente e ben cadenzato attorno ad un’idea di storia precisa – la parte di tutta faccenda che spetta solo ed esclusivamente all’autore, la cosiddetta creatività. In altre parole, in presenza di una base che intenda raccontare qualcosa, le tecniche di scrittura creativa permettono di tirare fuori un romanzo che non brillerà per originalità, che per chi conosce i ferri del mestiere avrà uno sviluppo schematico e forse prevedibile, ma risulterà ben realizzato e fruibile.

Chi utilizza certe tecniche non potrà mai partorire un capolavoro vero e spiazzante, ma potrà raccontare bellissime storie, perché la bella storia, indipendentemente dai mezzi utilizzati per portarle avanti, dipende dall’idea che sta alla base di un romanzo. C’è certamente chi si appoggia sugli aspetti procedurali standard senza avere qualcosa da comunicare, in altre parole c’è chi utilizza la scrittura creativa senza creatività: in questo caso si tratta sì di romanzi scritti in serie, senza nessun merito specifico.

La Chevalier non è così. Tracy Chevalier è una scrittrice che utilizza tecniche che in America da decenni sono oggetto di corsi universitari, e come tali standard, per dare una struttura coerente alle sue idee, quelle sì, intelligenti e creative.

In “Strane creature” gli argomenti portati avanti non sono nemmeno pochi. Il romanzo è una sorta di biografia romanzata di Mary Anning, la donna che nei primi decenni del diciannovesimo secolo portò alla luce, nel sud dell’Inghilterra, i primi scheletri completi di animali preistorici, e della sua mentore e protettrice nella borghesia locale, Elizabeth Philpot. Il libro affronta tematiche come la teoria dell’evoluzione quando era ancora agli albori e si scontrava con l’assunto creazionista ed il suo corollario dell’immutabilità del creato; parallelamente, si misura con le differenze sociali, in un mondo in cui una giovane popolana ne sa più di studiosi ed eruditi, ma non può nemmeno accedere come spettatrice alle discussioni scientifiche; infine, parla di condizione femminile, in una realtà in cui due donne, una borghese e la figlia di un ebanista, che vanno in cerca di fossili per passione personale e per venderli a sommi uomini di scienza che li studiano e li espongono nei musei, sono disprezzate dalla società come due zitelle alienate.

La storia parte con una poetica e singolare descrizione in prima persona di quando Mary Anning fu colpita da un fulmine durante l’infanzia, e di come la sensazione fortissima causatale da quell’evento abbia per lei rappresentato una sorta di guida verso qualcoa che la portasse ad assaporare emozioni altrettanto intense. Lo sviluppo è poi è narrato alternativamente dal punto di vista delle due protagoniste, con un approccio molto efficace quando è ben gestito, che la Chevalier aveva già utilizzato e dimostrato di saper padroneggiare in passato.

Per ammissione della stessa autrice, la finzione narrativa ha un grosso peso nel libro: l’unico aspetto mantenuto con un certo rigore è la sequenza degli eventi, meno la loro cadenza temporale. La Chevalier sottolinea infatti la difficoltà di romanzare efficacemente una vita quotidiana banale e ripetitiva, il che spiega il ricorso ad intrecci funzionali a dare al libro una struttura moderna. Rimane tuttavia il merito di aver scritto in maniera tutto sommato originale su un tema che oggi viene dato dai più per scontato, mentre negli Stati Uniti il creazionismo – proprio quello del XIX secolo, con l’aggiunta di una serie di teorie strampalate per rispondere alle insignificanti scoperte degli ultimi due secoli e di argomentazioni grottesche – viene insegnato nelle scuole, a volte a scapito proprio delle teorie dell’evoluzione. Il tutto cercando di mettere bene in chiaro cosa significherebbe dal punto di vista sociale tornare indietro di 200 anni sul piano della conoscenza scientifica: una struttura semifeudale, disuguaglianze sociali inaccettabili, la scienza, accessibile a pochi eletti, che per la gente comune diventa una religione esattamente come il cristianesimo o l’islam. In questo senso, un libro puntuale, ben concepito ed intelligente: dopotutto, per più di un aspetto, non è che il mondo si avvii in una direzione precisamente contraria.

Come dicevo, nella scrittura creativa struttura, ritmo e sviluppo sono quasi assicurati dalle tecniche narrative, ma sono le idee dell’autore che fanno la differenza. “Strane creature” non sarà un capolavoro, ma certo è un bel libro.

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