Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Nell’estate 2011 l’Inter, dopo un balletto imbarazzante, assunse un tecnico non proprio di primissimo pelo e di profilo basso. Questo, sostanzialmente, perché si pensava che un allenatore abituato lavorare con quello che c’è si sarebbe adattato ad un mercato alla giornata, con almeno una cessione eccellente, ed alla necessità di cercare di inserire dei giovani in ruoli parzialmente scoperti. Il mercato più che povero fu disastroso: si presero potenziali sostituti (Alvarez e Jonathan) per i campioni che si prevedeva di cedere (Sneijder e Maicon) e che ricoprivano ruoli non previsti nel modulo preferito di Gasperini, il 343, salvo poi privarsi di Eto’o ed ingaggiare in fretta e furia il declinante Forlan e l’inutile Zarate. Risultato, squadra amalgamata alla Renè Ferretti.

Gasperini tentò di fare quello che già non era riuscito a Benitez, ma senza avere il suo curriculum: prescindere dai senatori, schierando con una certa continuità Ranocchia, Jonathan, Alvarez, Obi e Castaignos, ma quasi sempre con compiti distanti dalle loro corde. Gli esiti furono sconfortanti, lo spogliatoio andò in pezzi; il tecnico corresse il tiro affidandosi ai vecchi campioni, ma la confusione tattica era tale che non rimase altra scelta che l’esonero.

Arrivò Ranieri, che fece l’esatto opposto: aziendalismo convinto, gestione di squadra e spogliatoio delegata ai senatori, in campo gente esperta e collaudata, sperando che questo fosse sufficiente a garantire i risultati. Quando si iniziò a giocare una partita a settimana la politica pagò, ma una formazione titolare piena di ultratrentenni diventava impossibile giocando ogni tre giorni. I giovani ed i panchinari divennero un problema: a parte Alvarez, spesso in campo a causa di alcuni infortuni, tra cui quello di Sneijder, ma quasi mai nello stesso ruolo, tutti i più giovani, Poli, Obi, Coutinho Castaignos, Jonathan, Ranocchia, venivano inseriti solo in situazioni d’emergenza, e mai per far rifiatare i vecchi. Oltretutto con un atteggiamento fortemente demotivante: quando uno di questi forniva una prestazione convincente o riusciva ad aiutare la causa, poi tornava in tribuna indefinitamente.

Ranieri aveva incentrato il gioco su Thiago Motta, in un 442 scolastico. Rientrato Sneijder non riuscì a trovargli una collocazione, poi la società cedette l’italo-brasiliano, e la stagione andò in vacca. Tra ultratrentenni sfiniti in campo anche nelle amichevoli, l’assenza di un costruttore di gioco e l’incapacità di trovare una exit strategy, si iniziò a perdere giocando malissimo, senza voglia, in una situazione in cui mettere dentro i Castaignos e i Poli sembrava più un dispetto per dimostrare che anche con loro non si andava da nessuna parte che un tentativo serio.

Ranieri fu cacciato e la squadra fu affidata a Stramaccioni fresco di Next Gen. Lui capì subito che l’unica cosa da fare per ripartire era rimotivare i vecchi. Per i giovani c’era più tempo: Alvarez era infortunato, Coutinho in prestito; Castaignos fu mandato a fare un paio di sgambate con la primavera e si infortunò seriamente; Poli e Obi erano a disposizione; Ranocchia e Jonathan avevano bruciato la stagione. Mettendo la squadra in campo in modo ragionevole, ottenne risultati a volte incoraggianti, a volte meno, ma il 4-2 nel derby dimostrò un deciso risveglio dell’ambiente. Il cambio di atteggiamento si vede dai dettagli: Obi segna (anche se per una botta di culo) e la partita dopo è titolare; Cambiasso è stanco e Poli gli subentra a 20 dalla fine. Stramaccioni convinse Moratti a confermarlo.

Il mercato è stato di nuovo monco (mancano un gestore di gioco ed uno che sostituisca Milito prima che si sfinisca), ma è stato confermato Guarin, si è ingaggiato un motorino a centrocampo e ci si è liberati di un peso morto in attacco, prendendo un fantasista difficile ma motivato. La gestione dei casi Poli e Castaignos merita una menzione: il primo era stato convocato dal tecnico per il ritiro estivo, Branca e la dirigenza della Samp hanno trattato allo sfinimento perché l’Inter non voleva sborsare l’intera cifra per l’acquisto del cartellino, alla fine il giocatore è tornato a Genova, dove i responsabili della vicenda sono poi stati praticamente azzerati. A Castaignos è stato proposto il prestito, lui ha risposto che voleva rimanere a giocarsi il posto o essere ceduto e si è optato per mandarlo al Twente.

Adesso Stramaccioni ha una squadra con un paio di buchi e grossi problemi di tenuta atletica, ma che sta insieme. Dopo un inizio discontinuo, ha fatto grandi partite e ha avuto qualche passaggio a vuoto, il principale in un momento in cui si giocava spesso, i titolari erano stanchi e molti rincalzi infortunati. La società gli chiede come prima cosa di centrare la qualificazione alla prossima Champions League, anche con una squadra monca e con la necessità di verificare se alcuni giovanissimi possono essere utili nell’immediato futuro, e lui pragmaticamente si adegua.

Stramaccioni in estate ebbe a dire che il salto dalla primavera alla serie A è enorme e che i giocatori devono affrontarlo gradualmente. Un discorso che oggi viene citato di continuo da chi si oppone all’utilizzo dei giovani e vede nella prudenza una considerazione di scarso completamento del percorso di crescita, ma che va letto come quello che è: una dichiarazione generale ovvia, volta a spiegare l’affidarsi al vecchio telaio, ma che prescinde da qualunque considerazione sui singoli individui. Per valutare l’opinione di Stramaccioni bisogna anche vedere quello che fa: come provare in partite in cui qualcosa (magari poco, ma qualcosa) in palio c’è Juan Jesus, Livaja e Duncan. Ora, il primo oramai è un titolare, il secondo ed il terzo, invece, faticano. Visto che però anche con in campo quelli che dovrebbero sostituire le partite non si vincono facilmente, qualche perplessità sul tenerli sempre fuori viene.

Prendiamo tuttavia la partita col Parma: si è giocato male per scarsa vena dell’intera squadra e si è perso per un triplice errore individuale – Zanetti in pressing insensato, Cambiasso troppo stanco per seguire l’azione, Guarin ha la possibilità di stendere l’avversario involato verso la porta ma entra timidamente e si fa saltare. Stramaccioni si è, per così dire, parato: l’ha persa schierando la squadra, in teoria, migliore. Se avesse inserito Duncan, gli si sarebbe potuto dire che la partita andava vinta e non era il momento per gli esperimenti. Ora che Duncan ha offerto una prestazione di livello in coppa Italia, Strama sa che se lo mette con squadre di bassa classifica non sta facendo un esperimento, ma dando seguito all’ottima prova di un giovanissimo che ha dimostrato che può stare in campo.

Purché lo faccia. Perché se Duncan lo rivediamo in campo tra tre mesi significa che tutta questa storia dei giovani e tutti questi investimenti nella primavera non sono altro che puro marketing. A livello calcistico, altrimenti detto masturbazione. Anche perché, quale idea di medio periodo di squadra si può annidare dietro una politica societaria che considera qualunque giocatore in rosa cedibile di fronte ad un’offerta congrua, per la quale il problema dei giocatori buoni non è che costano troppo, è proprio che costano, mentre gli unici intoccabili nei secoli dei secoli sono over 30 spompi, se non si passa per una seria ed attenta valorizzazione di chi è cresciuto in casa?

Annunci