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Ieri sera, guardando per caso un telegiornale natalizio, ho potuto apprezzare le sfaccettature del dibattito a seguito del pronunciarsi della Corte Costituzionale su un articolo del decreto “salva Italia” del governo Monti: quello relativo alla liberalizzazione dell’apertura degli esercizi commerciali nei giorni di festa. Essendo la sentenza della Consulta arrivata troppo a ridosso del Natale, diversi negozi potenzialmente interessati a rimanere aperti non sono riusciti ad organizzarsi e ieri sono comunque rimasti chiusi, ma non è questo il punto. Il punto è il servizio effettuato dal tg, incentrato sulle interviste a gente che passeggiava per Roma che esprimeva la propria opinione.

Dal servizio sembrava evincersi che la “gggente” è grosso modo spaccata a metà: c’è chi è favorevole e chi è contrario, ed entrambe le fazioni adducono svariate giustificazione differenti a sostegno della propria posizione, più o meno lecite. Lasciando perdere aspetti cialtroni come la potenziale manipolazione insita in un servizio del genere, perché in sede di montaggio è possibile effettuare di tutto a seconda della tesi che si intenda appoggiare (due esempi ovvi: dare un peso maggiore ad un’opinione riportando un numero di dichiarazioni che la sostengono maggiore di quanto riscontrato per strada; screditare una posizione riportando solamente spiegazioni ridicole ed inaccettabili) mi ha particolarmente colpito una dichiarazione riportata da più di un intervistato: i negozi a Natale devono restare chiusi perché è giusto essere vincolati per legge a non lavorare almeno il 25 dicembre. Il modo di esprimerla era vario e fantasioso – “il Natale è sacro”, “lasciamoli riposare almeno oggi” e così via. Quello che trovo singolare, tuttavia, è che queste opinioni venissero espresse in faccia al giornalista e al cameraman: non due amici coi quali si fa conversazione, né due persone che lo fanno per divertimento, ma due tizi che, il pomeriggio del 25 dicembre, stavano lavorando.

Ora, è del tutto ovvio che ci siano diverse persone che il 25 dicembre, la notte di san Silvestro ed il primo maggio devono lavorare: quelle che devono garantire i servizi essenziali, come ad esempio salute – medici, infermieri, farmacisti – trasporti – piloti, hostess, ferrovieri, autisti di autobus, addetti ai caselli autostradali – ed utenze varie – elettricità, acqua, gas, telefono, se mi va via la corrente non posso aspettare la mattina del 27. È altrettanto ovvio che l’acquisto di un capo d’abbigliamento, di un libro o semplicemente di una cioccolata calda non fa parte di ciò che si può definire prima necessità. Se è per questo, l’informazione può essere considerata un servizio essenziale – se giustiziano un dittatore, e per esempio Ceausescu fu ucciso proprio il giorno di Natale del 1989, è importante saperlo subito, non due giorni dopo – tuttavia un servizio di costume basato su interviste per strada è per così dire facilmente differibile: a chi sarebbe importato se fosse andato in onda il 27 o il 28 dicembre?

È questo che trovo assurdo: l’ipocrisia mischiata a mancata consapevolezza di chi apre bocca. Per il commesso del negozio di Prada il Natale è sacro ed è giusto essere costretti al riposo almeno quel giorno; per il tizio che, il 25 dicembre, va in giro a fare interviste per un servizio di costume – discorso diverso sarebbe stato se si fosse discusso del merito della sentenza o della legge, ma questo avrebbe potuto essere fatto in studio o addirittura registrato un giorno qualunque – evidentemente no.

Perplesso.

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