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Philip Roth - Pastorale americana“Pastorale americana” è considerato il capolavoro di Philip Roth, il libro che viene più volte utilizzato come esempio da chi propone la sua candidatura al Nobel per la Letteratura. Come tanti libri di questo tipo, molti ne parlano ma pochi lo hanno letto, anche perché se lo avessero letto probabilmente lo stuolo di ammiratori sarebbe assai meno nutrito.

Il romanzo racconta il sogno americano al rovescio di un tipico statunitense medio, detto “lo Svedese” per via della struttura fisica. Come in molti altri libri di Roth, il protagonista è ebreo, e come in molti altri libri di Roth questo è un dettaglio del tutto superfluo nello sviluppo complessivo dell’opera, ma serve per inserire qua e là elementi che sottolineano la scarsa integrazione degli ebrei nella società, tra l’altro molto spesso autoinflitta. La vita dello Svedese, un giovane sportivo di talento che preferisce abbandonare velleità di carriere professionali per assumere il comando della fabbrica di guanti del padre, viene spezzata quando la figlia adolescente e problematica – affetta da una balbuzie che l’analista che la ha in cura attribuisce alla sua necessità di attenzione – decide, durante i tumulti degli anni Sessanta, di portare, letteralmente, la guerra a casa propria, facendo saltare in aria uno spaccio, episodio in cui un uomo rimane ucciso, per poi svanire nel nulla.

Da lì in avanti, salvo alcuni episodi grotteschi e completamente gratuiti, lo Svedese non fa altro che ripercorrere i ricordi felici condivisi con la figlia prima della rabbia adolescenziale, alternandoli a profondi e laceranti dubbi su cosa possa aver scatenato tanto rancore in lei. E le cose non vanno tanto bene.

La descrizione del vissuto con la propria figlia si risolve in una serie infinita di tirate lunghissime e noiose aventi come argomenti centrali scene assolutamente triviali di vita familiare: episodi condivisi da chiunque abbia mai avuto a che fare con un bambino che cresce, davvero nulla per cui valga la pena spendere pagine e pagine, salvo voler mostrare di saperlo fare in modo originale e di saper commuovere su aspetti così banali – ed è molto discutibile che Roth sia riuscito nell’intento. Il problema è che detta così più che una fatica narrativa si direbbe un esercizio di ostentazione di virilità: niente di nuovo per un autore che fa della potenza sessuale un argomento ricorrente.

L’interrogarsi sulle cause della rabbia invece porta a galla un aspetto diverso. Tanto per cominciare, un’adolescente problematica, con questioni irrisolte dal punto di vista psicologico, che, mal consigliata da opportunisti malintenzionati, finisce preda della propria ira in un momento storico delicato e compie un omicidio – tra l’altro non volontario perché fa esplodere l’ordigno quando lo spaccio è chiuso e il morto si trova lì per caso – non mi sembra un esempio calzante di “rabbia cieca dell’America”, come invece si legge in quarta di copertina. La ragazza non entra in una gang, nella mafia o nell’esercito di Allah: è una sedicenne che fa una cazzata e finisce per pagarla. Sinceramente, come rabbia cieca c’è di peggio. Ma non è nemmeno questo il punto.

Il punto è che lo Svedese viene descritto come totalmente privo dei mezzi finanche per affrontare che una cosa del genere possa essere capitata a lui; il protagonista si trova disperso, disarmato, non tanto di fronte alla portata della tragedia, quanto di fronte alle supposte cause scatenanti. Non capisce, non riesce a capire come un’America come quella che lui conosce e di cui fa parte possa essere oggetto di un odio tanto profondo e radicato – sempre al punto di piazzare una bomba in un edificio che ritiene vuoto e di aver paura di affrontare le conseguenze quando la faccenda sfugge di mano, non di far saltare in area premeditatamente un centro commerciale il primo giorno di saldi – indipendentemente da cosa comporti questo odio. In modo un po’ maldestro, quello che Roth fa molto lentamente emergere, senza nessuna traccia di ironia o di critica, anzi con un’empatia degna di miglior causa, è che lo Svedese non è in grado di affrontare, accettare, comprendere il fatto che sia proprio il cosiddetto sogno americano ad essere disprezzato e combattuto. Un atteggiamento vittimistico, autocommiserante ed autoassolutorio inaccettabile, ed in questo sconforta, ma non sorprende, che l’autore sia stato premiato con il Pulitzer nel 2002 – ossia immediatamente dopo che gli Stati Uniti si sono accorti, senza tra l’altro essere riusciti a capire il perché, sorvolando su cosa è dovuto succedere perché se ne rendessero conto, che non tutti nel mondo li amano e li ammirano.

Davvero uno scrittore la cui opera più rappresentativa assume queste fattezze dovrebbe vincere il Nobel per la Letteratura? D’accordo che l’ha vinto anche gente allineata sulle posizioni di regimi totalitari allucinanti, ma andiamo, su! Due torti non fanno una ragione.

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