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Krezip - Sweet GoodbyesL’opera rock di Ayreon nota come “Universal migrator” consta di due cd, “The dream sequencer” e “The flight of the migrator”, che in realtà uscirono originariamente in modo autonomo a pochi mesi di distanza. Si tratta di un lavoro atipico per il progetto di Arjen Lucassen, in quanto i brani sono per lo più cantati interamente da una o due voci e non c’è una suddivisione in parti da interpretare.

Uno dei pezzi di “The dream sequencer”, “Temple of the cat” (in realtà una canzonetta), è interpretato da una vocalist olandese che all’epoca aveva solamente 18 anni. Quando un paio di anni fa mi accorsi di questo dettaglio andai immediatamente a documentarmi sulla tizia che a quell’età aveva avuto l’onore di essere convocata da uno che annovera tra i suoi collaboratori personaggi come Bruce Dickinson e James LaBrie e cantanti straordinari come Marcela Bovio e Magnus Ekwall.

Risultò che si trattava della leader di una band new wave olandese, i Krezip. Risultò anche che i Krezip si erano sciolti da poco, dopo una carriera decennale, 4 album, una raccolta ed un DVD dal vivo. Incuriosito, andai ad ascoltare qualcosa. Nel greatest hits notai come si alternassero pezzi un po’ immaturi, tipo la prima Avril Lavigne in salsa mitteleuropea, alcuni brani rozzi ma di ottimo impatto e canzoni più raffinate e mature. Contrariamente a quanto si potesse immaginare, emerse che le canzoni di maggior capacità comunicativa fossero tutte del primo album, seguito da due lavori meno interessanti e da una svolta verso sonorità più mainstream nel disco più recente.

Il primo CD, quello del 1999 in cui l’età media dei membri della band era inferiore a 18 anni, è dunque il più interessante dal punto di vista dell’impatto: canzoni brevi e molto incisive, in cui la voce e le interpretazioni di Jacqueline Gavaert sono sicure e, quantunque un po’ grezze, intense e coinvolgenti. Spiccano in particolare “All unsaid”, “Won’t cry” e “Get it on”, ma tutti i brani hanno una loro dignità ed un senso compiuto: non c’è davvero tempo per annoiarsi. Per scelte armoniche e di sviluppo melodico, la mia sensazione è che ci sia un riferimento al lavoro di una mia passione di lunga data, Kay Hanley, ma questo potrebbe anche essere dovuto al fatto che io la Hanley la trovo un po’ dappertutto.

Quello che invece merita un approfondimento è la registrazione dell’ultimo concerto dei Krezip precedente allo scioglimento, tenutosi allo HMH di Rotterdam nel 2009, trasmesso in Olanda in televisione – e, come tale, disponibile per intero su youtube in buona qualità. 105 minuti interessanti e molto gradevoli.

Da persone intelligenti quali i Krezip dimostrano di essere, il concerto contiene una gran profusione di brani dal loro primo e quarto disco, mentre quelli centrali sono rappresentati in modo marginale. Le interpretazioni sono di ottimo livello: per essere una band wave radiofonica (il palazzetto è strapieno) e rivolta anche ad un pubblico giovane, 4 elementi su 6 tecnicamente se la cavano egregiamente: il batterista picchia come un disperato, ma non è male; il bassista tiene linee magari non troppo complesse, ma nemmeno così scontate; il primo chitarrista, pur non avendo un sound originale, suona con disinvoltura qualche piccolo assolo e sostiene il sound senza appoggiarsi su effetti che permettono di far sembrare capace anche chi non va oltre i due accordi in croce; infine, Jacqueline è davvero, ma davvero brava.

Ha una voce bassa, vagamente roca e molto potente. La potenza in alcuni momenti risulta addirittura controproducente: l’amplificazione del microfono è insufficiente a sostenere le sue visite al falsetto, che dunque risultano imperfette, ma regalano al cantato una notevole profondità, quasi una sofferenza, in realtà dovuta allo sforzo. Gli altri due membri della band sono una (carinissima e bassissima) tastierista che costruisce più che altro dei tappeti sonori ed è discretamente dotata dal punto di vista vocale, e la sorella di Jacqueline, una chitarrista ritmica che contribuisce a dipingere il sound acidulo del gruppo.

I Krezip sono a loro agio sul palco e danno tutto quello che possono, diventendosi e suonando con grande intensità e passione. Jacqueline è addirittura ciclonica, il suo cantato è profondo e incisivo, e lei si muove ed interagisce con gli altri e con il pubblico in modo molto meno scontato di tante colleghe più esperte. Oltretutto, da vera rock star, pur non essendo oggettivamente bella, quando si esibisce assume – tra i pantaloni di pelle della prima parte, il vestito vaporoso a mezza coscia che talvolta sfiora rivelazioni interessanti della seconda e la specie di pigiama scollato e reggiseno a vista con cui finisce l’esibizione – una conturbante carica erotica. E il suo modo di cantare aiuta ulteriormente.

La distribuzione delle canzoni è intelligente e permette di creare un bel crescendo, con una partenza tutt’altro che moscia. I pezzi più riusciti sono equamente distribuiti lungo i 105 minuti di show, a cominciare da “All unsaid”, il primo pezzo del cd di esordio, suonata dopo l’apertura, per continuare con pezzi magari meno brillanti ma validi e che conquistano crediti con un’ottima esecuzione, come “Not tonight”, la quasi pop “Can’t you be mine” – cantata davvero bene – “Waiting by the phone”; dopo metà concerto riprendono i pezzi emotivamente più intensi ed immediati, come “Won’t cry”, “I would stay” – con Jacqueline al piano e il pubblico che canta la prima strofa – “In her sun”, un’originale e accettabilissima cover di “Billie Jean” e le due hits dell’ultimo cd della band, “Plug it in and turn me on” e “Play this game with me”, allungata con la presentazione della band ed i saluti. Chiude il brano inedito originariamente contenuto nella raccolta, “Sweet goodbyes”, complessivamente superfluo, che serve solo a far commuovere gruppo e pubblico in vista dell’addio. Io di solito interrompo la riproduzione a “Play this game with me”.

Fino a lì, è un signor concerto. E Jacqueline Govaert è proprio proprio in gamba.

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