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Dopo una serie di schermaglie, iniziate ufficialmente nel 2001 con il celebre “lei è un dipendente pubblico, si contenga” a cui seguì l’epurazione del giornalista dalla Rai, giovedì 10 gennaio Berlusconi è stato ospite da Santoro. In studio c’era anche il collaboratore fisso Marco Travaglio, protagonista di un paio di arringhe condivisibili ma complessivamente spuntate.

Nella serata di La7, come dicono su Spinoza, l’impresa più antiberlusconiana l’ha portata a termine insospettabilmente Massimo D’Alema: è andato a farsi intervistare da Lilli Gruber nel programma che precede “Servizio Pubblico”, nella speranza che i telespettatori fuggissero dalla rete e trovassero di meglio. Nella trasmissione di “approfondimento” (che in realtà di solito è un pollaio che affronta in modo approssimativo e superficiale problemi veri, consentendo poi a politicanti di varia estrazione di scannarsi su dettagli e pretesti e facendo fare grandi figure a giornalisti atti a riportarli sulla terra, come gli ottimi Peter Gomez e Concita De Gregorio), Santoro e compagnia si erano preparati per discutere con uno che andava lì con l’intento di litigare per poter poi sbraitare che quella era la dimostrazione che comunisti e giustizialisti ce l’hanno con lui, e si sono comportati di conseguenza: educati, discreti e mai propensi allo scontro frontale.

Ovviamente, se Berlusconi è uno degli uomini più potenti d’Italia e, nonostante un passato delinquenziale che farebbe impallidire parecchi boss mafiosi, non è mai andato in galera ed è riuscito ad evitare un numero enorme di volte che il suo impero andasse a rotoli, c’è un motivo: è abile. Viscido, squallido, volgare, populista, mascalzone, ma abile. giovedì l’impreparazione di chi ha condotto la trasmissione è stata imbarazzante.

Nessuno lo ha biasimato per aver trasformato la politica economica in una farsa di favori e clientele, nessuno gli ha chiesto ragione di aver favorito culturalmente il disprezzo e la diffidenza verso il mondo dello studio, dell’arte e della ricerca, nessuno gli ha rinfacciato di aver trasformato la politica in una schermaglia da stadio, in cui i tifosi di una fazione ce l’hanno con l’altra come gli interisti coi milanisti, nessuno lo ha accusato di aver squalificato giustizia e magistratura, sia dal punto di vista ideale attaccandole per vent’anni, che dal punto di vista pratico introducendo leggi che hanno fattivamente reso impunibili una quantità enorme di reati, soprattutto quelli in ambito corruttivo, nessuno ha fatto notare come un killer della mafia può ammazzare una persona alla volta, mentre uno che ruba soldi pubblici destinati alla sanità – come tanti governatori locali arrestati e difesi a spada tratta da Berlusconi – rischia di ammazzarne a centinaia, perché la colpa della lista d’attesa semestrale per una tac al cervello non è dei medici fannulloni, ma del fatto che i macchinari sono pochi e scarsamente manutenuti proprio a causa della mancanza di fondi. Ci ha provato Travaglio, ma in sette minuti e quaranta secondi è difficile: la puntata andava cucita addosso all’ospite, ma in un modo molto diverso da quello che intendeva Bruno Vespa in una celebre intercettazione.

Santoro e compagnia hanno invece preferito puntare il dito su scandali e fesserie recenti: dal processo Ruby ai deliri sulla commissione d’inchiesta sulla caduta del suo governo (aspetto sul quale non sarei nemmeno in disaccordo, non per questioni legate alle dimissioni di un governo incompetente a fare alcunché contro la crisi più grave dal 1929, finanche ad ammetterne l’esistenza, ma per la decisione di nominare al suo posto Mario Monti, a fronte di possibili soluzioni certamente non peggiori), dalla sua impresentabilità in ambito internazionale (il che da voce a possibili interpretazioni ai limiti della prostituzione sui cosiddetti poteri forti – quelli ai quali invece Monti sta benissimo, per capirsi) al problema del debito pubblico, tra l’altro con un approccio sbagliato, soprattutto per chi si professa di sinistra. Permettendo, in quest’ultimo caso, a Berlusconi di replicare con una verità osteggiata a causa del pensiero unico economico – quello monetarista – che si scontra con qualunque prova dei fatti: che lo spread è per lo più figlio di attacchi speculativi, e che comunque, a livello sistemico, dipende dal rischio percepito di default di un paese, percezione che non è determinata da una grandezza di stock nota a tutti (il debito), quanto da un problema di flussi (l’andamento dell’economia), che, in un momento di crisi, sono quanto mai incerti. Tra un debito pari al 115% del PIL ed uno pari al 120% non c’è una differenza che giustifica un interesse doppio sui titoli di stato: la differenza vera sta in un andamento del sistema economico debole ma crescente (almeno in prospettiva di medio periodo), che consente allo stato di restituire i soldi che prende in prestito, ed una stagnazione permanente, come quella che ci attende se nessuno fa niente per la crescita, o se continua a sostenenere di farlo col sistema del gioco dei 4 cantoni.

Non so se questo Berlusconi lo sa o se qualcuno glielo ha scritto – sta di fatto che lo ripete da tempo ed è chiaro che intende utilizzarlo come bavero in campagna elettorale. Quel che è certo è che non lo sanno Santoro e Travaglio, e giovedì hanno dimostrato di non essersi nemmeno documentati a sufficienza. Come si chiama questo in italiano?

Ah, si: mancanza di professionalità.

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