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Tutti (tutti?) ricordiamo il finale del film “Una poltrona per due”, con Dan Aykroyd ed Eddie Murphy a Wall Street a mettere in ginocchio i fratelli Duke che, per una scommessa, avevano ribaltato la vita di entrambi. Bene, quel finale è basato su un doppio reato: il primo è il furto del rapporto sulla condizione delle arance, il secondo è la speculazione sulla base di informazioni riservate, che in gergo si chiama insider trading.

Sta di fatto che, alla fine della scena, una grandissima azienda esce ridotta in pezzettini subatomici da un attacco speculativo basato su percezioni diverse della realtà. Nel caso specifico, una delle due percezioni era sbagliata e l’altra corretta, ma non è questo il punto: nel mondo vero, corretto e sbagliato sono concetti evanescenti. Vediamo perché.

Supponiamo che Louis Winthorpe III e Billy Ray Valentine, invece di possedere informazioni riservate (e di averne rifilate di false ai Duke, un comportamento che su larga scala si chiama aggiotaggio, ed è anch’esso un reato), posseggano o siano in grado di muovere enormi quantità di soldi: enormi al punto da poter influenzare in modo rilevante il prezzo delle azioni di una o più compagnie. È quello che fanno i grandi speculatori.

Attorno a loro si muove un esercito di piccoli speculatori, che detengono singolarmente quote di denaro insufficienti ad influire sui prezzi delle azioni, ma che devono in qualche modo adeguarsi al mercato per guadagnare, o, nel caso peggiore, limitare le perdite. I piccoli speculatori scelgono il loro comportamento sulla base di modelli econometrici che sostanzialmente reagiscono agli indicatori (o, più precisamente, i predittori) di un rialzo o di un ribasso. In altre parole, i modelli econometrici identificano, sulla base dell’analisi dello storico dei mercati, determinati movimenti effettuati dai grandi speculatori prima di spostare grandi moli di denaro e suggeriscono di comportarsi di conseguenza.

Il primo problema, ovvio, è che i grandi speculatori conoscono questi modelli econometrici, e possono dunque sfruttarli per canalizzare preventivamente vendite e acquisti. Il secondo problema, meno ovvio e molto più grave, è che tutto questo si verifica indipendentemente dallo stato di salute delle singole aziende, che può semmai determinare un valore strutturale di medio periodo del valore delle azioni, che però ha influenza pressoché nulla sulle fluttuazioni di breve; di fatto, indipendentemente, dunque, dalla lettura del rapporto sulle arance – l’evento che su “Una poltrona per due” determina il fallimento dei Duke, perché il prezzo delle azioni non sarebbe più salito. In altre parole, tutto questo prescinde da quella che è l’economia reale.

Nell’economia reale, il prezzo di un’azione è determinato dal dividendo atteso futuro: un’azione di una compagnia altro non è che una parte del capitale, che, come tale, a fine esercizio viene remunerato. Se l’azienda è in salute e la percezione generalizzata è che guadagnerà, il prezzo delle sue azioni sale, se l’azienda è in difficoltà, il prezzo delle sue azioni scende. Nel momento in cui il mercato è basato sui capitali spostati dai grandi speculatori, l’allaccio con l’economia reale non esiste o è molto fiacco: se gli speculatori possono spostare i soldi istantaneamente da un titolo ad un altro, in diverse parti del mondo, non c’è ragione per cui il prezzo di un’azione debba essere uguale a quello determinato dal suo rendimento atteso, se non nel momento in cui il dividendo viene pagato. Nel resto del tempo oscilla sulla base delle operazioni speculative a brevissimo termine, virtualmente senza nessun allaccio, ripeto, con il suo valore teorico.

Siamo quindi arrivati alla conclusione: se Louis Winthorpe III e Billy Ray Valentine, invece di disporre delle informazioni sull’andamento dell’economia reale, disponessero di quantità di denaro tali da poter influenzare il prezzo delle singole azioni, con i piccoli speculatori pronti ad adeguarsi ai loro movimenti, il fatto che le arance siano state danneggiate dalla grandine o meno potrebbe arrivare ad essere irrilevante per i Duke. Il momento della ripresa del valore delle azioni, quando potrebbero immettere quantità enormi di succo d’arancia, essendone monopolisti e potendolo vendere a qualunque prezzo, sarebbe lontano nel tempo e, nel frattanto, sarebbe concreto il rischio di finire a zampe all’aria. Il recupero atteso è tra mesi, ma è oggi che la Duke&Duke non ha soldi. In caso di rendimento atteso futuro molto alto, potrebbero ottenere il credito necessario ed evitare di finire in ginocchio, ma il problema sarebbe comunque molto ingente.

In Italia, ma siamo in buona compagnia all’interno dell’Unione Europea, c’è sempre qualche genio pronto ad interpretare i movimenti speculativi sulla base degli accadimenti dell’economia reale: lo spread sale? Perché non c’è abbastanza austerità; sale ancora? Evidentemente non è ancora sufficiente; scende? È una promozione del governo Monti. D’altra parte c’è chi si rifiuta di vedere il problema che questo comporta (il fallimento dei Duke) e lo straccio di allaccio alla situazione reale: Berlusconi sta facendo campagna elettorale ripetendo a pappagallo che lo spread è un indicatore fittizio dello stato di salute di un paese – il che è certamente vero a brevissimo termine, ma ci sarà pure un motivo se l’Italia paga strutturalmente un interesse più alto sui propri titoli di stato rispetto ad economie considerate più solide; e, soprattutto, questo avrà pure delle conseguenze reali: dopotutto i Duke nel film fanno un botto davvero fragoroso. Si noti che questo atteggiamento non è solo stupido – o più semplicemente in malafede, atto semplicemente a fare campagna elettorale. È anche irresponsabile, perché fornisce dignità a reale ciò che è solo ed esclusivamente monetario, e, contemporaneamente, non permette di poter separare lucidamente ciò che è fittizio e meramente speculativo da ciò che è strutturale.

Poi si dice che il problema è che la gente e non ci capisce niente: ma se l’obiettivo è esattamente quello!

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