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Queen Adreena - Drink meQualche anno fa, frugando su youtube tra i video musicali in qualche maniera taggati con parole come “gothic” e “gothic rock”, tra Mirabilis e This Ascension, tra Qntal ed Emilie Autumn, mi sono ad un certo punto visto segnalare un video, recante un thumbnail scuro ed incomprensibile, dal titolo quantomeno singolare: “Pretty like drugs”, di tali Queen Adreena.

Il pezzo inizia con quattro colpi rullante e timpano, poi un riff potente accompagnato dalla batteria in cui i quattro quarti sono tenuti utilizzando i piatti, ma non hi-hat o crash. Dopo qualche misura su questo tenore, la chitarra lascia solo un riverbero, il batterista passa a scandire il tempo picchiando nuovamente sul timpano e subentra un basso secco ma brillante. Poi arriva la voce: uno spiazzante sussurro lolitesco da vietare tassativamente ai minori, da parte di una tizia, che sul video appare poco vestita ed intenta a muoversi tra l’isterico e la provocazione spinta, mentre nel frattempo dichiara che il mondo intero la guarda. Perché la guarda? Perché lei è “pretty like drugs”, concetto che viene espresso con un grido graffiato, straziante e incazzoso, mentre l’orchestrazione dell’intro riprende la scena.

Sostenere che sono incuriosito è poco. Più turbato, direi.

Vengo spedito ad ascoltare un secondo pezzo della band, “Kitty collar tight”, tratto dal medesimo album, “Drink me”, del 2002. La migliore descrizione del cantato di questo brano, sempre su toni loliteschi tra il sussurrato, il pre-orgasmico e lo strascicato, stavolta pindarici e senza grida dilanianti accompagati da chitarre distortissime, me l’ha data un mio amico: “sembra che canti con due microfoni, usandone uno come vibratore”. Al terzo video, “Medicine jar” (tratto tuttavia dall’album successivo), una follia ossessiva ed alienante in ritmo ternario le cui immagini mostrano KatieJane Garside in lingerie, movimenti che ad averla davanti altro che autocontrollo, ed espressione irridente, voglio prenderla, sbatterla contro il primo muro a disposizione (sempre che, visto il tipo, non ci pensi prima lei), spogliarla con foga e violenza, scoparla, morderla, legarla e soprattutto continuare ad ascoltarla cantare. Lussuria e genio.

“Drink me” è un disco che si inserisce nella scena noise londinese. Si tratta di musica indipendente – molto indipendente: a 10 anni dalla pubblicazione, il CD è difficilissimo da trovare, pur avendo i video relativi ad alcuni brani, “Pretty like drugs” su tutti, un numero di visualizzazioni su youtube comparabile con quello di alcune canzoni di gruppi mainstream. Si tratta di un lavoro fatto di rapide ed intense pennellate, complessivamente breve (11 pezzi, 39 minuti scarsi) ed interamente orientato ad investire l’ascoltatore. L’impatto è un cazzotto in faccia con la rincorsa. Può piacere e, molto più facilmente, lasciare come minimo perplessi, ma discutere la forza comunicativa, il coinvolgimento e la passione che trasmette si può fare solo se lo si ascolta in compagnia del proprio pregiudizio.

Ci sono pezzi a cui mi riesce difficile associare una definizione diversa da deliranti. Le grida isteriche senza nessun tipo di filtro o controllo di KatieJane imperano e travolgono: talvolta in modo del tutto funzionale – come su “Bed of roses” e nel ritornello della stortissima “Under a floodboard world”, in cui i ritmi sono veloci e la strumentazione è potente ed incalzante – mentre talvolta sembrano addirittura fuori posto, all’interno di un’orchestrazione meno nevrotica – come nella bizzarra “Hotel after show”. In altri brani – ad esempio “My silent undoing” – il cantato è più orientato ad un approccio terribilmente lascivo, che a volte – come nel magnifico finale “For I am the way” – assume un inatteso tono dimesso e cupo davvero da brividi. Sovente si oscilla tra estremi diversi senza soluzione di continuità. Di fatto, ci sono momenti più o meno apicali, ma non c’è un pezzo in cui il pathos non prenda il sopravvento e non devasti tutto quello che ha davanti. Dove passa “Drink me” poi non cresce più l’erba.

Si potrebbe anche discettare del fatto che i tre strumentisti che accompagnano KatieJane sono tutt’altro che degli sprovveduti, sottolineando come il batterista sia in grado di volare molto al di là di tecniche post-punk con tocchi leggeri ed eleganti, come il bassista sostenga la sonorità in modo impeccabile non limitandosi a banalissimi giri di note, o come il chitarrista suoni ben altro che 4 accordi con gli effetti a bomba, essendo in grado di tirar fuori suoni raffinati e sorprendenti. E si potrebbe anche aggiungere che la stessa Garside, per cantare come canta, deve evidentemente disporre di mezzi tecnici e di talento naturale in dosi strepitose. Non è tuttavia il disco per farlo. In altri lavori dei Queen Adreena è possibile apprezzare nitidamente come i componenti sappiano stare al mondo, cercare di farlo qui è un esercizio meramente masturbatorio. Da “Drink me” ci si lascia travolgere. Punto.



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