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Stephen King - 22-11-63Stephen King, è noto a tutti, è uno dei più celebrati scrittori americani, anche se è solitamente associato al romanzo gotico. Ora, ridurre una carriera oramai quarantennale che ha prodotto di tutto – dalla saga fantasy “La torre nera” a favole dark come “La bambina che amava Tom Gordon”, da romanzi storici come “Il miglio verde” ad opere complicate come “La zona morta”, da storie di lutto e catarsi in cui il thriller è poco più di un mero supporto come “Mucchio d’ossa” a romanzi di pura suspence come il celebratissimo “Misery” – alla definizione di autore horror è di per sé sconfortante e superficiale. Rimane tuttavia che, pur in un intero universo di libri, racconti, storie e nella creazione di un immaginario sconfinato, King è, e rimane, uno scrittore di genere. Uno scrittore che conosce i ferri del mestiere e li sa utilizzare molto bene, però.

Un libro del romanziere più famoso al mondo che parla dell’omicidio Kennedy e ne reca come titolo la data, si può supporre che faccia parlare di sé: al rischio spoiler, il buon Stephen risponde svelando grosso modo per intero il meccanismo della storia a pagina 25 su oltre 700. Ma già quando se ne iniziano ad intravedere le dinamiche, 10 pagine prima, il lettore è preso dallo sviluppo e il ritmo è lanciato. Niente introduzioni diffuse, niente preparazione della struttura, niente ambientamento: tutti questi aspetti vengono affrontati direttamente durante la narrazione.

Il pretesto è un viaggio nel tempo: attraverso la cantina di una tavola calda nel Maine del 2011 è possibile tornare al settembre del 1958. Il proprietario, che ammette di averla usata per rifornirsi di carne a prezzi ridicoli, spiega a Jake Epping, docente di scuola superiore, che ogni volta, indipendentemente da quanto si resti nel passato, si torna indietro 2 minuti dopo e che ogni viaggio è come la prima volta ed azzera il precedente. Se si vuole fermare l’omicidio Kennedy, tuttavia, bisognerebbe vivere nel passato per oltre 5 anni: il ristoratore ci ha già provato, ma è stato costretto a desistere da un cancro ai polmoni da fumatore.

Jake Epping decide molto rapidamente di tentare l’impresa. Torna al 1958 e, dopo aver messo a posto un paio di questioni pendenti nel passato della sua comunità, si dirige nel Texas, dove inizia una vita da insegnante molto fortunato nelle scommesse sportive improbabili, per seguire gli spostamenti di Lee Harvey Oswald (di fatto il vero protagonista storico del libro), eliminare ogni finestra di incertezza riguardo il fatto che sia stato lui e solo lui a compiere l’omicidio, per poi cercare di fermarlo.

Dal punto di vista delle dinamiche dell’omicidio Kennedy, King non fa nessun tipo di approfondimento: nella postfazione spiega che, dopo lunghe ricerche, si è convinto che l’ipotesi che Oswald abbia agito da solo è largamente la più realistica e la assume come vera. Niente complottismo, dunque, nemmeno per smontarlo.

Per quello che riguarda la vita nel passato, è interessante notare come King abbia deliberatamente scelto di concentrare la propria attenzione sugli aspetti quotidiani: lingua, relazioni umane, ambiente. Pochissimi accenni a tematiche complesse, come ad esempio la segregazione razziale, perché sono aspetti di cui ci si accorge solo nel momento in cui si sbatte contro qualcosa di apertamente razzista o ci si ferma a riflettere. In questo modo vivere nel 1958 appare in un certo modo più semplice che nel presente: meno problemi di correttezza politica, meno paranoie, meno frenesia, meno sensazioni di pericolo incombente, più privacy e più fiducia. Il contraltare è una società più ingessata, a volte (ma, si suggerisce, neanche troppo) più bigotta.

Abbondano, ovviamente, discorsi sul cosiddetto effetto farfalla, sul passato che si difende da chi cerca di cambiarlo – con tanta più costanza quanto maggiore è la portata del cambiamento – e che “si armonizza”; armonizzazione il cui significato viene invece davvero svelato solamente nelle ultime pagine, e che rappresenta la vera posta in palio dell’intero romanzo, assieme forse alla domanda “distruggeresti il mondo per amore?”, ed al modo in cui alla fine riescano a coincidere.

Sinceramente: è un bel libro – lungo, ma bello. Interessante, coerente, ben scritto, certo non ci si annoia. Capolavoro è davvero un po’ troppo. È, come detto, un romanzo di genere: la struttura sta in piedi, la capacità dell’autore di progettarla e realizzarla è davvero impressionante. Alcune dinamiche ed alcuni topos sono sputtanatissimi, ma ci stanno e sono comunque adeguatamente costruiti e preparati. Richiede tempo, questo, sì, e attenzione, perché le armonie del passato sono longitudinali alla narrazione.

Consigliato, ma con le dovute cautele.

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