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Yuja WangA tutti coloro che ieri sera, venerdì 1 febbraio 2012, si trovavano a Roma, ma non nella sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica ad ascoltare e vedere Yuja Wang, posso dire soltanto due cose: 1. Non capite un cazzo; 2. Cosa vi siete persi!

È anche difficile esprimerlo, oltretutto, cosa si sono persi: tanta, tanta roba. Una serata meravigliosa: qualcosa di unico, incredibile e travolgente, due ore in relazione alle quali parlare di musica è riduttivo. Mamma che pianista! Come ha detto una persona al concerto con me, la Wang ha tirato fuori dal pianoforte anche quello che non c’era. Durante l’intervallo, un addetto è andato a provare lo strumento. Abbiamo avuto il dubbio che, dopo esser stato utilizzato a quel modo, si sarebbe stati costretti a buttarlo.

A voler parlare del concerto, la giovane pianista cinese (sta per compiere 26 anni) ha scelto un programma orientato al primo novecento: Debussy, Skrjabin, Ravel per la prima parte, Rachmaninoff per la seconda, con una breve visita alla musica contemporanea, nella persona del cinquantenne newyorchese Liebermann.

Primo tempo con un vestito bianco aderentissimo che davvero poco lasciava all’immaginazione; prima un pezzo abbordabile, carezzevole e raffinato (“Pour le piano”), poi una sonata breve con movimenti concatenati, cerebrale e meno immediata, soprattutto dopo la prima parte, poi sono davvero iniziati i fuochi artificiali: un “La valse” intenso, brillante, sontuoso; valanghe di note, bassi quasi a tuonare ed alti stentorei e liquidi, ci è mancato poco che non la si finisse suonare per tributarle un’ovazione scrosciante ed entusiasta.

Pausa, cambio d’abito, un rosso più elegante con vertiginosa scollatura sulla schiena, e sono partiti i componimenti brevi di Rachmaninoff. Un crescendo spaventoso: si è iniziato con “Morceaux de fantasie” per poi passare all’orecchiabile e godibilissima trascrizione per piano solo dello scherzo del “Sogno di una notte di mezza esrtate” di Mendelssohn (uno dei cavalli di battaglia della Wang come bis), per chiudere con il Momento musicale numero 4, veloce, impetuoso, davvero esaltante. È stato una gran sorpresa il “Gargoyles” di Liebermann, sia perché non era originariamente previsto nel programma, sia perché è bello e travolgente: un mare di note di grande impatto, suonato con passione e trasporto, era quasi possibile sentir scorrere il sangue. Ha chiuso una sonata di Rachmaninoff, la numero 2. Applausi a scena aperta, entusiasmo vero, grida provenienti da diverse zone, e due bis. Singolarità: dopo un primo pezzo divertente ed allegro (e salutato da un’ovazione quasi assordante), la Wang ha lasciato il palco con un pezzo breve e riflessivo. Ho avuto la sensazione che ne avrebbe anche fatto un terzo, magari più veloce ed incisivo (ad esempio un “Volo del calabrone”, qualcosa che tirasse definitivamente giù la sala, che di fatto era già quasi crollata), ma troppe persone erano già in piedi per andarsene, quando il piccolo fenomeno è entrato l’ultima volta per salutare.

La mia serata avrebbe dovuto concludersi nella libreria dell’Auditorium, dove era previsto che Yuja Wang firmasse copie dei suoi CD. Tuttavia, alcuni minuti dopo la fine del concerto, era rimasto disponibile solo un titolo – complessivamente il meno interessante, nonostante la presenza di “La Valse” di Ravel, in fin dei conti appena ascoltato – e della pianista nessuna traccia. Altre persone presenti mi hanno poi detto che pochi minuti dopo le copie dell’ultimo disco rimanente si erano esaurite. Ora, già la libreria ha i suoi problemi a gestire una situazione del genere (troppe gondole e pochissimo spazio davanti alle casse); con Jo Hamilton era andata bene perché il concerto l’avevamo visto in 300. Stavolta invece è stato un pasticcio.

Ma, alla fine dei conti, chissenefrega, davvero. L’importante ieri era sentirla suonare, Yuja Wang. E lei ci ha dato veramente tanto, tanto, tanto.

Un concerto mostruoso.

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