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500 days of summerUno decide di guardarsi un film descritto come “commedia romantica” su wikipedia, della durata di circa un’ora e mezza, con un protagonista maschile gradevole e simpatico (Joseph Gordon-Levitt) ed una controparte femminile deliziosa e frizzante (<3 Zooey Deschanel <3), e dopo 95 minuti si ritrova ad aver visto un filmone amaro e molto inteligente che parla di rapporti di coppia, con un approccio con cui il romanticismo non c’entra proprio niente.

Si tratta della prima opera cinematografica di Marc Webb, giovane regista molto noto nell’ambito dei video musicali – un’esperienza che si nota nelle scelte di direzione. Il numero tra parentesi nel titolo rimanda al contatore usato dal regista per posizionare le varie scene nel continuum temporale, che nel montaggio non è rispettato – anzi, si fa avanti e indietro. Il titolo originario della pellicola è “(500) days of summer”, che già fa intendere un senso diverso; la traduzione letterale, ovviamente, è “(500) giorni d’estate”, ma sarebbe comunque stato sbagliato utilizzarla: quello che il film racconta sono i 500 giorni di innamoramento di Tom per la bella e brillante Sole – Summer nella versione in inglese. “(500) giorni di sole”, dunque, ma davvero non 500 giorni soleggiati: già subito dopo i titoli iniziali, infatti, viene mostrato Tom che fa a pezzi piatti dopo che Sole, nel giorno 290 della sequenza, lo ha piantato in asso apparentemente senza motivo, tra l’altro con una sufficienza sconcertante. Da lì in avanti il film sviluppa due storie in parallelo, entrambe presentate in ordine grosso modo cronologico, a scene alterne: quella dal giorno 1, in cui Sole entra nella vita di Tom, alla rottura, e quella dalla rottura al giorno 500, in cui, dopo le fasi di rifiuto e depressione, Tom riprende in mano, pezzo dopo pezzo, il controllo della propria vita.

Nel film c’è veramente di tutto. Dai momenti divertenti e disimpegnati a scene cupe e opprimenti; dalle tenere, simpatiche e tutto sommato inusuali scenette della coppietta innamorata all’inizio della relazioni alle incomprensioni tra chi non è del tutto convinto e ci va cauto e chi è invece più preso e si fa andare bene tutto perché indossa occhiali rosa a cuoricino; dal rifiuto di accettare la fine tentando di recuperare la situazione fin oltre il ridicolo alla botta di sano cinismo (si potrebbe anche dire realismo…) della lenta presa di coscienza; da dialoghi interessanti e quasi mai del tutto banali ad immagini crude quasi da fumetto che rappresentano molto bene come si sente uno col cuore spezzato. Il tutto contornato da discorsi seri e per nulla superficiali ad esempio sull’architettura urbana, da singolari e ricercate citazioni musicali (“Octopus’s garden”: chi sa dire cosa sia a bruciapelo? Eppure sta su “Abbey Road”…) e da citazioni cinematografiche di spessore, come immagini in bianco e nero di Tom che gioca a scacchi (e perde) su una spiaggia e lo stesso Tom che va al supermercato in vestaglia e ciabatte a comprare alcolici (no, non gli ingredienti per un white russian).

Un’ora e mezza in cui non c’è tempo per distrarsi. Bello ed insolito.

Alcune menzioni per gli attori. Joseph Gordon-Levitt comincia ad essere una garanzia: attento alle piccole produzioni ed al cinema indipendente, non ricordo un film che abbia fatto da adulto che sia risultato brutto o inutile. Zooey Deschanel è il ritratto di quel tipo di donna bellissima ed originale che, tra stacco di coscia, sorriso e atteggiamento, quando arriva ti travolge facendoti perdere la testa, dopo tre mesi ti usa come stuzzicadenti, poi si innamora perdutamente di uno che la tratta come una pezza da piedi. Compaiono anche Matthew Gray Gubler (noto ai più come dott. Ried su “Criminal minds”), qui non in un ruolo da genio disadattato, e Chloë Grace Moretz (meglio conosciuta come Hit Girl nell’assurdo “Kick-ass”), qui ancora inquietante ragazzina che dice e fa cose molto molto sagge e del tutto inappropriate per una della sua età.

Consigliatissimo. Ma non è una commedia romantica.

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