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Il mantra della politica economica italica, a vari livelli di competenza e cialtroneria, è che il debito pubblico è troppo alto. Ora, nel momento in cui questo è superiore al PIL, il discorso è di per sé sensato, tuttavia quello che il tipico cialtrone ululante evita accuratamente di approfondire sono le cause scatenanti del dissesto. Lo scaricamento del barile con fini demagogici vede protagonisti un po’ tutti: chiunque attribuisce responsabilità con disinvoltura, mentre la colpa se la prendono principalmente gli sprechi presenti e passati della pubblica amministrazione, e talvolta pure quelli futuri – vedi Monti quando farfuglia, tronfio e conscio che nessuno ha l’interesse né la capacità di contraddirlo, che il sistema della sanità pubblica va ripensato.

Sostenere che buttare miliardi in sistemi clientelari e malavitosi che fanno restare pure a secco gli autobus di Napoli non sia una grossa determinante del debito pubblico non fa più ridere nemmeno i polli. Tuttavia, indipendentemente dalla pressione fiscale più elevata tra i paesi occidentali e da un governo che ha grottescamente tentato di rilanciare l’economia massacrando un paese in crisi con aumento delle imposte e taglio della spesa, il debito pubblico in Italia non scende, anzi continua a salire, soprattutto se rapportato col PIL. “E ti credo, continuano a mangiarsi di tutto”. Vero, verissimo, ma la causa primaria è sostanzialmente un’altra, e siccome è difficile da spiegare all’italiano medio che cambia schieramento politico perché Berlusconi ha ingaggiato Balotelli, e oltretutto, essendo radicata ad oltre 30 anni fa, espone alla domanda “e tu fino ad ora che cazzo hai fatto?”, nessuno la menziona nemmeno.

Alla fine degli anni Settanta, il debito pubblico dell’Italia era dell’ordine del 60% del PIL. Poco più di un decennio dopo, sfiorava il 110%. “Certo negli anni Ottanta abbiamo avuto Craxi e Tangentopoli”. Ok, ma all’epoca successe anche un’altra cosa, meno pubblicizzata e molto più devastante: la Banca d’Italia si sganciò dal Tesoro e smise di rastrellare sul mercato i titoli del debito italiano per mantenerne gli interessi bassi. Negli anni Ottanta, per andare appresso ai deliri monetaristi di Friedmann – il presidente della Fed sotto Reagan che ha quasi mandato gli Stati Uniti al default –, i tassi di sconto sono sempre stati piuttosto elevati. Di conseguenza, per oltre un decennio, l’indebitamento dello stato è stato fatto a tassi che oggi sarebbero considerati usura.

In questi anni stiamo vivendo una situazione complessivamente analoga: la BCE ha come unico scopo statutario il contenimento dell’inflazione, indipendentemente dalla protezione del sistema economico e del destino dei paesi membri; questo discende dal fatto che la surreale teoria economica di riferimento ritiene più grave il 5% di inflazione rispetto al 30% di disoccupazione. Solo recentemente Mario Draghi ha imposto un cambio di direzione che tuttavia risulta spuntatissimo: per tenere a bada le manie di grandezza della Germania, è stato costretto a bilanciare la promessa di rastrellamento con una contropartita pratica inaccettabile – di fatto una forte limitazione della sovranità nazionale e l’attuazione di politiche di rientro insostenibili. L’ovvia conseguenza pratica è che nessuno si fa comprare i titoli di stato dalla BCE perché preferisce affrontare più o meno da solo l’aumento degli interessi da pagarci. In termini di percezione, tuttavia, qualcosa è cambiato – lo spread è crollato per questo motivo, non perché Monti è bravo.

L’Italia, pur con tutti gli sprechi e l’amministrazione delinquenziale, ha un attivo primario in bilancio da una quindicina d’anni. Questo significa che lo stato italiano spende meno di quanto incamera attraverso le imposte. Il passivo di bilancio è determinato dagli interessi sul debito, che quindi si autoalimenta in un loop privo di fondo. In questo scenario, è inutile proporre misure restrittive, austerità e altri interventi che non fanno altro che deprimere l’economia: per quanto possa sembrare assurdo, dal punto di vista fiscale l’Italia è già un paese “virtuoso”, spende (anche se molto molto male) già meno di quello che incassa. Con queste premesse, un discorso è cercare di intervenire sugli sprechi, in modo da poter rendere più efficiente la spesa pubblica – con l’IRPEF che pagano i lavoratori dipendenti in Italia dovremmo avere dei servizi al cittadino al livello di quelli norvegesi. Altro, molto diverso, è ridurre lo stock di debito e il suo rapporto col PIL: un’impresa che, visto che in buona sostanza l’aumento indefinito dipende dagli interessi, necessita di due cose: stimolare la crescita economica (se cresce il PIL e il debito rimane costante, il rapporto debito/PIL cala: magia!) e di trattare con l’autorità monetaria – la BCE. Altrimenti non c’è uscita.

Si potrebbe poi parlare di evasione fiscale, ma siamo in campagna elettorale, e nessuno vuole perdere i voti degli evasori. Meglio proporre il redditometro – un’assurda operazione di facciata che finirà per complicare la vita a chi ha già dei problemi esattamente come gli studi di settore – che affrontare seriamente il problema.

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