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CocoRosie - The adventures of Ghosthorse and StillbornIt seems as if the more self-impressed CocoRosie sisters Bianca and Sierra Casady get about transcending genres, the less patience they have for mere mortal concerns like, um, songs”. Questo è quello che succede quando un giornalista che non capisce una mazza si trova ad ascoltare, e poi a recensire, un disco intimo, originale e spiazzante.

Partiamo dai fondamentali. Prescindendo da aspetti legati alla teoria musicale, una “canzone” (intesa come nella musica leggera, nella quale sono compresi brani che non hanno niente a che vedere con la forma canzone), come qualunque altra composizione musicale, è di per sé una forma espressiva. Che sia essa singola ed estemporanea, parte di un disco concepito come serie di canzoni slegate, o parte di un progetto musicale unitario, quello che deve fare è assolvere la sua parte in termini di comunicazione, narrazione e pathos. E, a quel punto, possono importare davvero poco gli aspetti di forma e di tecnica: l’importante è che chi scrive e chi esegue il pezzo siano nelle condizioni di esprimere quello che hanno in mente nel modo che ritengono più efficace.

Le sorelle Casady, da quando hanno iniziato a fare musica assieme, si sono focalizzate sulla necessità di esprimersi, raccontare la loro vita interiore, in modo assoluto ed abbagliante, prescindendo per quanto possibile da elementi esterni al processo artistico, dall’ideazione alla produzione dei loro dischi. Questo rende i loro lavori umorali e pindarici, stilisticamente orientati verso l’utilizzo di campioni, basi elettroniche e strumentazioni minimali, ma contemporaneamente fa sì che ogni singolo pezzo sia una pennellata fresca, sincera e sorprendente di quello che è il quadro emotivo delle CocoRosie, della loro umanità ed in generale del loro mondo piccolo ma incredibilmente affascinante. Poi il risultato può piacere o no, per tanti motivi, dal personale senso estetico all’interesse verso ciò che viene narrato, dal come si è scelto di parlare all’impossibilità di rivolgersi a tutti quando lo si fa in modo così aperto, ma per negare che in “The Adventures Of Ghosthorse e Stillborn” Bianca e Sierra abbiano messo sé stesse a nudo in modo intimo, intenso e straziante bisogna essere aridi o prevenuti.

Le due sorelle si alternano al cantato solista con stili vocali molto diversi: Sierra è più lirica ed eterea, Bianca ha una voce tremolante ed apparentemente incerta che richiama una via di mezzo tra una bambina impaurita ed una donna intimidita. La strumentazione che le accompagna ne rispecchia le caratteristiche: Sierra si impone su basi ariose e classicheggianti, mentre Bianca si adagia su sottofondi elettronici tendenti all’hip-hop. In entrambi i casi, l’orchestrazione dei pezzi ha un approccio lieve ed essenziale – non si ascoltano mai suoni pieni e stentorei.

“The adventures of Ghosthorse and Stillborn” può essere inteso come un concept album di progressiva immersione nell’universo intimo e privato delle CocoRosie. Le quali prima si presentano, con un atteggiamento scanzonato quasi da piccole streghe – “we are rainbow warriors, evil come not near” –, poi passano ad introdurre, con un tono incerto ed impacciato, il loro lavoro – “promise me that you’ll cherish this tarnished offering”. Segue una breve panoramica della superficie, in cui svetta maestosa l’ironica, pindarica e surreale “Japan” – “everybody wants to go to Iraq, but when they go they don’t come back”. Si passa poi ad affrontare temi più personali e complessi, con un approccio di timida e quasi spaventata apertura, come l’infanzia difficile – “why don’t you come and fly with me, I’ll show you why I ran away The other day from my mom and dad” –, il complicato rapporto col padre (il pezzo si intitola “Werewolf”) – “I’m a shake you off though, get up on that horse and ride into the sunset, look back with no remorse” – e l’accettazione del proprio carattere solitario e schivo – “I always knew I would spend a lot of time alone, no one would understand me, maybe I should go and live amongst the animals”. Segue qualche scorcio di un mondo onirico e surreale, in cui in particolare risultano magnifiche e quasi dolorose “Houses” – in cui si viene pietrificati dal grido disperato di Bianca “big houses burn, please don’t burn mine” – e la brevissima fiaba “Girl And The Geese”, un parlato di pochi secondi che introduce al lento e cupissimo finale. Un disco di rarissime poesia, eleganza ed intensità, e di altrettanto rara sincerità.

Invito chiunque ad armarsi della giusta predisposizione e ad ascoltare “Animals” col testo davanti: una carezza poetica e dolorosa, dalla quale non si esce sereni. Poi, come canzone, può piacere o meno, questo non si discute, ma è un altro discorso.

Ecco, il disco raggiunge vette simili con una continuità spaventosa. Un numero uno.


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