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Cos’è lo spread? Perché è così determinante? Perché influenza ogni singola scelta di politica economica in Italia, Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda?

Cominciamo con la prima domanda. Lo spread, lo sa chiunque non abbia passato gli ultimi due anni in trance psichedelica, è il differenziale di rendimento tra i titoli di stato pluriennali nazionali e gli analoghi titoli tedeschi.

Passiamo alla seconda: perché lo spread è così determinante? La risposta che sembrerebbe ovvia è che all’aumentare dello spread aumentano i pagamenti in interessi che lo Stato dovrà affrontare negli anni futuri, dunque di fatto aumenta, almeno in prospettiva dinamica, il debito pubblico, che nel caso italiano è già alto, quindi il problema è evidente. Non è così.

Dove sta scritto, nella definizione di spread, che questo misura i tassi di interesse che deve pagare l’Italia? Lo spread misura un differenziale con quello che avviene in un paese estero, non un differenziale con un punto fisso o con un obiettivo sovra-nazionale: non misura il tasso d’interesse effettivo, né il differenziale, non so, col tasso di sconto ufficiale della BCE.

Buon senso vorrebbe che le autorità politiche e monetarie si preoccupino non dello spread, ma dell’andamento del tasso d’interesse dei titoli di stato tout court. Ora, un differenziale varia sulla base di due quantità, ma che quello che conta per un Paese è quanto paga di interessi, non quanto paga più degli altri. Un politico, o magari un cosiddetto tecnico, di fronte allo spread che cala perché la Germania è vittima di attacchi speculativi, che fa? Esulta? La risposta è sì, è pure già successo: abbiamo apprezzato Monti prodursi nel suo sport preferito, magnificare sé stesso, proprio a seguito di un calo dello spread causato da un aumento dei tassi d’interesse tedeschi.

Quindi rieccoci alla domanda di partenza: perché lo spread è così determinante?

Abbiamo fin qui parlato autorità politiche e monetarie: nell’Unione Monetaria Europea, tuttavia, i Paesi membri non hanno sovranità monetaria. L’Italia, la Francia, la Spagna e la Germania non gestiscono in proprio la rispettiva moneta, hanno delegato questa incombenza alla BCE, quindi non possono intervenire direttamente per modificare, attraverso l’immissione di moneta o altri tipi di risoluzioni, il tasso d’interesse.

Il differenziale tra il rendimento di titoli di Stato in paesi diversi assoggettati alla medesima autorità monetaria, dunque (e così rispondiamo anche alla terza domanda), è importante non tanto per le casse del Paese membro, quanto per quelle degli altri, a maggior ragione quando l’autorità monetaria centrale è bloccata su posizioni a sostegno di chi è virtuoso. Movimenti speculativi o problemi strutturali che mettono in difficoltà i Paesi più deboli finiscono per riflettersi su quelli più forti – nel caso specifico la Germania. La quale, da brava leader continentale, ha il solo interesse di mantenere la propria posizione di dominio, senza nessun riguardo per quel che succede altrove.

Ad oggi, la Germania è il paese più forte di un’unione economica, ma non vuole assumere nessuna responsabilità del comando. Grecia, Spagna, Italia, Irlanda, Portogallo devono mantenere certi standard sulla propria pelle non tanto e non solo per tenere a galla sé stessi, ma per tenere a galla una struttura sovra-nazionale puramente autoreferenziale, controllata fattivamente da un paese estero, che non intende in nessuna maniera fare in modo che chi la sostiene abbia le risorse per farlo. Un po’ come il sovrano medievale che depredava i servi della gleba: in un anno di raccolti scarsi, l’unica cosa che gli importava era la riscossione di quanto dovuto per il mantenimento del proprio status quo, anche a costo di far morire di fame i contadini – cosa che nel lungo periodo avrebbe portato anche alla sua stessa rovina, ma qui pare che il concetto di lungo periodo sia sconosciuto.

Con una differenza: il contadino medievale non ci poteva fare niente. Al contrario, un paese membro della UE potrebbe sfilarsi in qualunque momento dalla tagliola tedesca: gli basterebbe rinunciare all’Euro e riappropriarsi della sovranità monetaria. Certo, bisognerebbe essere capaci di farlo – dubito ad esempio che ci sia qualcuno in grado di gestire adeguatamente un passo del genere nel Parlamento italiano – ma per ottenere qualcosa, soprattutto essendo Paesi di una certa rilevanza economica, basterebbe minacciare credibilmente di farlo: sarei proprio curioso di vedere la fine che farebbe l’Euro, assieme ai sogni di grandezza di Angela Merkel, una volta uscite Spagna e Italia.

Ma no: meglio affidarsi agli squali tedeschi, ai tecnici che vengono diritti dalla City di Londra e dai suoi bislacchi e fallimentari modellini di equilibrio generale, ed a chi vuole solo lasciare le cose come stanno. Poi ci si sorprende se oltre il 50% della popolazione vota per partiti che fanno campagna elettorale contro i diktat europei, mentre Monti e la sua auterità europeista naufragano miseramente.

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