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Un gelido invernoIeri sera Canale 5 proponeva la prima tv in chiaro di “Il discorso del re”, un film che ha avuto un certo successo praticamente a qualunque livello. Nel frattempo, Italia 1 aveva in programma una partita di Champions League che vedeva coinvolta una delle favorite per la vittoria finale, il Bayern Monaco, che, nonostante un esito apparentemente scontato (il Bayern aveva vinto 3-1 a Londra nella gara di andata), si è trasformata in una gara interessante a causa del tentato suicidio dei tedeschi per eccesso di sicurezza.

I principali canali Rai, ovviamente, assolvevano con diligenza ammirevole al compito di fingere di contendere a Mediaset il pubblico della prima serata: vuoto pneumatico. La programmazione di gran lunga più interessante veniva proposta dal Rai Movie, che trasmetteva “Un gelido inverno”, film indipendente pluripremiato al Sundance Film Festival del 2010, con protagonista Jennifer Lawrence oggi fresca di Oscar, tra l’altro interrotto solamente da due brevi pause pubblicitarie.

Il film affronta una tematica particolarmente cara al Sundance: l’America dei margini e della disperazione. Nelle montagne del Missouri, Ree Dolly, diciassette anni, è costretta a prendersi cura dei due fratelli più piccoli, perché la madre, mentalmente instabile, è in un mondo dal quale non si riesce a estrarla, mentre il padre, spacciatore di metanfetamina, vive nascosto e non si fa mai vedere.

Dopo l’ultimo arresto, il padre usa la fattoria dove vive la sua famiglia come garanzia per la cauzione, poi sparisce nel nulla e non si presenta al processo; salta anche fuori che la fattoria sarebbe stata insufficiente come pagamento, e che qualcuno aveva versato la somma restante in contanti senza neanche lasciare le generalità, il che getta ombre poco rassicuranti sulla faccenda. Per Ree, gli unici modi per tenersi la casa sono trovarlo e portarlo in tribunale o dimostrarne la morte. Comincia dunque una serie di peregrinazioni presso la parentela, parecchio allargata, alla ricerca di informazioni.

Viene narrata una serie di eventi non semplicissima da comprendere, soprattutto per chi non ha a che fare con certe realtà. La prima reazione della famiglia è quella di chiudersi e non dire nulla, poi lentamente emerge una sorta di struttura a cupola, in cui la base cerca di aiutare Ree, mentre chi sta in cima la ostacola in modo sprezzante e violento. E sono queste dinamiche che mi sono sembrate oscure ed in parte gratuite, e, non avendo dimestichezza col mondo ai margini della società del mid-west americano, non sono in grado di stabilire se si tratta di dinamiche in qualche modo riconoscibili o di qualcosa che il regista ha volontariamente lasciato nell’indeterminatezza. Il film soffre però di un difetto di accessibilità, perché davvero un certo tipo di violenza gratuita, per non parlare dei suoi successivi sviluppi, appare fine a sé stessa od orientata a dipingere una situazione esageratamente disperata. A volte ho avuto la sensazione che il film andasse avanti a balzi o, in alternativa, che indagasse una realtà drammatica senza approfondirne le strutture, dando per scontati alcuni punti che per me non lo erano.

Fotografia e ambientazione invece mi hanno colpito molto: la terra disseminata di roulotte, piccoli assembramenti di costruzioni piccole e sporche e fattorie decadenti, le strade dritte e buie, in cui capita di incontrare solo qualche pick-up ogni tanto facevano quasi avvertire il freddo, sia quello atmosferico che quello che provava Ree rimbalzando in continuazione contro la gente. Bellissime le luci, spesso cupe all’aperto e fioche al chiuso, splendidi i colori, poco saturi, crudi, aridi ed invernali, e magnifiche le immagini di una regione polverosa, inospitale e violenta. Avendo visto il film in italiano, non ho potuto davvero farmi un’idea della recitazione. Trovo comunque sconfortante che il doppiaggio debba essere effettuato utilizzando anche per pellicole come questa toni impostati e dizione perfetta: com’è possibile che una ragazza che tira su da sola una famiglia e interagisce per lo più con tossici e spacciatori, in una regione montana, parli con tono e cadenza da cattedratico?

Il film valeva la pena: vale sempre la pena vedere un’opera che parla di un’America che le grandi produzioni ignorano o trattano in modo patinato e superficiale perché non la sanno raccontare. Però ne ho visti di migliori.

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