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Erasmo da Rotterdam ebbe a dire che “in regione caecorum rex est luscus” (nella terra dei ciechi, l’orbo è re). Il Parlamento italiano, tra una legge elettorale che impedisce l’indicazione delle preferenze agli elettori, le nomine fatte con sistemi clientelari, un insieme di partiti che hanno raccolto un numero di parlamentari inferiore alle attese, e il M5S che ha nominato gli eletti con delle primarie on line la partecipazione alle quali è stata per così dire contenuta, è pieno di incompetenti. Tra i personaggi in vista dei diversi schieramenti non c’è un barlume di cultura economica nemmeno per caso.

D’altra parte, basta dare un’occhiata alle dichiarazioni in campagna elettorale: a Berlusconi qualcuno aveva spiegato che, con le fallimentari supposte montiane di austerità così ben accolte dalla gente, era il caso di discutere i dogmi europeisti di rigore e monetarismo, e lui ripeteva le sue personali interpretazioni di concetti oggi superati del primo Keynes come mantra; Bersani, il candidato premier di una coalizione di sinistra, andava in giro dicendo che la sua agenda era l’agenda Monti, ossia un programma di liberismo estremo, più qualcosa, dove il “qualcosa” non è mai stato chiarito, verosimilmente perché prima bisognava che qualcuno nel partito l’agenda Monti la capisse; Grillo elencava un mash-up di proposte d’intervento di varia natura ed estrazione, per lo più estrapolate da articoli di grandi economisti nei passaggi che lo convincevano personalmente di più, oltretutto senza nessuna sorta di contraddittorio, neanche il cattedratico fosse lui; Mario Monti si lamentava di avversari politici che lo insultavano e passava il tempo a screditare la qualunque, tentando nel contempo di fare il furbo contro uno più furbo di lui, promettendo una riduzione delle tasse dallo scranno dal quale nei mesi precedenti, in un periodo di crisi, aveva tagliato i servizi, fatto licenziare gente, aumentato le accise sul carburante e l’IVA.

In tutto questo, tuttavia, l’agenda Monti è, ed è stata per mesi, l’occhio dell’unico orbo nel paese dei ciechi. Nessuno capisce niente di economia, quindi quello che dice uno che usa parole difficili e dà l’idea di sapere quello che fa assurge a punto di riferimento. L’Italia non lo vuole nemmeno sentir nominare – davvero mi chiedo quale primo ministro uscente abbia raccolto un riscontro elettorale più sconfortante dal 1946 ad oggi – ma i parlamentari non possono fare a meno di confrontarsi con lui, perché lui si comporta come uno che ne sa.

Ma poi Monti ne sa davvero?

Prendiamo ad esempio la seguente definizione: la variazione della domanda di un bene a fronte della modifica del suo prezzo è detta elasticità. Di solito la variazione della domanda e la variazione del prezzo di un bene sono inversamente proporzionali: se il prezzo dei biglietti del cinema aumenta, il pubblico in sala diminuisce. L’elasticità misura di quanto diminuisca il pubblico a fronte di un dato aumento del prezzo. I beni la cui domanda varia poco, fino a rimanere sostanzialmente inalterata, al variare del prezzo sono detti beni a domanda rigida. Tipici esempi di beni a domanda rigida sono le sigarette (perché danno dipendenza) e il carburante (perché la gente e le merci dovranno pur spostarsi). Questa definizione, con relativi esempi, è contenuta nelle prime 100 pagine di qualunque manuale basilare di economia. Ecco, il professor Mario Monti, in un momento in cui lo stato aveva bisogno di far cassa, ha aumentato le tasse su uno dei beni a domanda rigida per antonomasia. Avrebbe potuto farlo qualunque studente al secondo semestre di Economia.

Uno del secondo anno invece non lo avrebbe fatto. L’economia è una materia che richiede di studiare prima i sistemi più semplici per poi passare a quelli più complessi. Ora, la rimozione di un’ipotesi molto forte ma che semplifica parecchio gli aspetti teorici – l’assenza degli scambi con l’estero – viene affrontata quando si inizia ad avere una certa padronanza degli strumenti di base. Pertanto, uno studente di Economia del secondo anno sa qualcosa che al professor Monti evidentemente sfugge: che il costo del carburante fa parte dei costi che un’azienda che produce beni o distribuisce servizi deve affrontare, e dunque concorre a determinare il prezzo di quello che offre – che siano pane, libri o servizi sanitari – e ha un impatto sulle sue capacità di competere sul mercato.

Competere su mercati internazionali aperti per chi deve endemicamente, per colpa del governo, sostenere costi più alti è difficile. E lo stesso discorso vale per l’IVA e le tasse in genere: Amazon, che ha sede in Lussemburgo, paga le imposte in un paese in cui sono più basse che in Italia, quindi può permettersi, ceteris paribus, prezzi più bassi per via dei costi più bassi. Come può competere un’azienda italiana? La risposta dello studente del primo anno è pagando stipendi più bassi, come in Cina; tuttavia lo studente del secondo anno sa che se si tagliano gli stipendi la gente ha meno soldi da spendere e sia l’azienda in Lussemburgo che quella in Italia vedono ridursi le vendite. Mario Monti questo invece ancora non l’ha studiato.

O forse sì, e magari il problema è proprio quello. Avvilente.

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