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Melancholia_-_locandinaHo visto questo film sulla base delle seguenti considerazioni: è di un grande regista, Lars Von Trier, ed è recitato da una delle attrici più sottovalutate di Hollywood, Kirsten Dunst, e da una che seguo ed apprezzo da anni (anche come donna straordinariamente affascinante), Charlotte Gainsburg. Non avevo la minima idea del concetto narrativo e della storia che portava avanti per svilupparlo.

Si tratta di un’opera complessa, difficile e molto, molto angosciante.

Nella prima parte, Justine (la Dunst), esplicitamente posta in parallelo con l’Ofelia shakespeariana, è una giovane sposa nel giorno del suo matrimonio, organizzato dalla sorella (la Gainsburg) e pagato dal di lei marito (Kiefer Sutherland). Inizialmente è sorridente e felice, ma presto prende a mostrarsi poco equilibrata, tendente all’isolamento, caratterizzata da sbalzi d’umore e comportamenti estemporanei tipici di una persona depressa. Questa condizione si palesa sempre di più man mano che la ragazza perde i filtri di facciata a causa della stanchezza e dell’esasperazione a cui la portano le persone che la circondano, tutte troppo concentrate su sé stesse, la propria infelicità ed i propri piccoli problemi per accorgersi che qualcosa non va anche altrove, che la sposa non è semplicemente viziata o capricciosa.

Alla fine del banchetto lo sposo se ne va, la scena si sposta avanti di alcuni mesi e il punto di vista narrativo cambia, passando su Claire (la Gainsburg). Justine viene da lei invitata a trascorrere del tempo nella sua villa principesca: si trova in conclamata e profonda depressione, ha difficoltà ad alzarsi dal letto ed è completamente chiusa in sé stessa. Nel mondo esterno, si sta verificando un evento astronomico straordinario: un pianeta è in procinto di passare a brevissima distanza dalla Terra, tanto che secondo alcuni potrebbe addirittura essere attratto dalla sua gravità e finire per scontrarvisi. Claire è estremamente angosciata da questa opportunità, nonostante il marito, appassionato di astronomia, continui a rassicurarla sulla sua impossibilità. Justine è invece rassegnata al fatto che il mondo stia per finire. Si noti che una collisione tra due pianeti è mostrata prima dei titoli iniziali, quindi, per così dire, la suspence abita altrove.

Ora, immagino non sarebbe difficile sostenere alcune approssimazioni scientifiche nella faccenda del pianeta che compare all’improvviso e finisce per collidere con la Terra e distruggerla. Solo che sarebbe una stronzata colossale. “Melancholia” non è un film di fantascienza: è un film in cui Von Trier vuole parlare di depressione e reazioni di fronte all’inevitabile, ed il fatto che il Mostro sia rappresentato da un evento astronomico invece che da un olocausto nucleare è un fatto meramente funzionale, che nulla toglie e nulla aggiunge a tutto il resto.

Per buoni due terzi di pellicola, al di là del fatto che il film narra le condizioni di una persona gravemente depressa in modo intelligente (ma già visto, ad esempio in “Prozac Nation”), mi sono chiesto dove la faccenda andasse a parare. Poi l’ipotesi della fine del mondo non diventa uno spettro con cui fare davvero i conti: uno spettro che non serve troppa fantasia per leggere come una metafora della propria fine. A quel punto ha iniziato a montare dentro di me un’angoscia terribile. Roba tipo oppressione fisica sul torace, malessere e difficoltà a respirare. Von Trier, poi, è bravissimo a gestire il ritmo e, nel momento in cui questa angoscia avvolge tutto quanto, lo rallenta di botto: invece di puntare all’inevitabile, lo fa vivere lentamente, ne fa prendere coscienza. Come già in “Dancer in the dark”, inoltre, non fa nessuno sconto: il film non si limita a suggerire il finale, lo mostra in tutta la sua dimensione tragica, ed io ho potuto veramente sperimentare il soverchiante senso di ineluttabilità accompagnato dal furioso rifiuto che mostra una straordinaria Charlotte Gainsburg negli ultimi secondi dell’opera.

Von Trier poi è bravissimo a gestire l’opera in due parti, una dedicata a Justine ed una a Claire: la prima ora di film serve infatti da un lato a descrivere il punto di vista di una persona depressa, dall’altro a stabilire un’empatia con un personaggio le cui reazioni, altrimenti, potrebbero facilmente risultare irritanti. Mostrare la tragedia dal punto di vista di Claire ha invece lo scopo di far immedesimare chi guarda con il personaggio che mostra la reazione più forte, più naturale e più dolorosa, e nel contempo di far osservare dall’esterno l’assurda, rassegnata ma razionale ed apparentemente coraggiosa serenità con cui qualcuno altrimenti fortemente disturbato viva un evento tragico ed estremo – un aspetto della depressione (mi dicono, non sono un esperto) tutt’altro che infrequente.

Due ore abbondanti, di cui circa una davvero dura, dura, dura. Bellissimo!

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