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In principio fu Berlusconi, che nel novembre 2011 fece un botto che in un paese serio ci sarebbero orde di geologi che ne studiano la voragine, perché non solo non era in grado di fare alcunché per fronteggiare una crisi economica profonda e persistente, ma si rifiutava di ammettere che esistesse. Pochi giorni prima del volo dalla finestra del governo, il peggior Presidente della Repubblica della storia Italiana Giorgio Napolitano aveva, del tutto gratuitamente, nominato senatore a vita Mario Monti, rettore dell’università milanese Bocconi, a forte orientamento aziendalista e liberista. Dopo lo schianto, quando uno dice le coincidenze, lo stesso Napolitano nominò il medesimo Monti capo di un governo di cosiddetti tecnici senza nemmeno sognarsi di passare per le urne, sia mai che la coalizione a cui Napolitano apparteneva e che nel 2006 lo aveva parcheggiato al Quirinale vincesse le elezioni e riuscisse a liberarsi del plutocrate che ha di fatto tiranneggiato l’Italia a partire dal 1994.

Il governo Monti, come chiunque dotato di cervello e di nozioni elementari di marcoeconomia avrebbe potuto prevedere con incertezza zero, introdusse misure e riforme tutt’altro che tecniche, ma politiche, dolorose e profondamente destrorse, atte ad allineare alcuni aspetti del mercato del lavoro e del sistema economico italiani ai dettami monetaristi che stanno facendo affondare l’Unione Europea, ed in particolare l’area Euro, nel tentativo di competere con la Cina sul territorio dell’abbattimento dei salari e dei diritti umani. Il tutto con un atteggiamento spocchioso e arrogante che gli italiani, lobotomizzati da 20 anni di personaggio altrettanto tracotante ma che si sa vendere meglio, considerarono inaccettabile.

La fine della legislatura si avvicinava, ma Berlusconi, visti gli imbarazzanti balletti interni al Partito Democratico, decise di mettere in minoranza il cosiddetto governo tecnico e correre al voto. La coalizione di cosiddetto centro-sinistra convocò allora le primarie, vinte dall’uomo appoggiato dall’establishment del Partito Democratico e apprezzato dallo schieramento di cosiddetto centro-destra (che poi è precisamente il motivo per cui veniva appoggiato dai tromboni interni) con una percentuale tutt’altro che bulgara, il che alimentò sospetti di truppe cammellate, endogene quanto, se non soprattutto, esogene. Berlusconi, appreso che alle primarie di coalizione non aveva vinto nessuno (pardon, aveva vinto Bersani), decise di ridiscendere in campo. Bersani fece quello che tutti si aspettavano, in primis gli oligarchi che l’avevano messo dove stava, ossia si bruciò un vantaggio elettorale mostruoso in circa due mesi.

Ed ecco la situazione auspicata da tutti: pareggio elettorale. Con un paio di problemi: primo, il Movimento 5 stelle al 25%; secondo: Monti con una percentuale ridicola.

Iniziarono le consultazioni: mentre Bersani si comportava come uno che aveva vinto le elezioni e doveva semplicemente espletare alcune formalità prima di formare il governo, suo e solo suo (poco importava che sarebbe stato un governo di minoranza, oltretutto senza contropartita se non programmi in 8 punti fumosi ed incomprensibili), fingendo di trattare affinché dette insignificanti formalità, come ottenere la fiducia dal Senato, venissero espletate dal M5S, Napolitano iniziava a prendere tempo per poter arrivare con le parti dedite a scannarsi al momento di dover eleggere il suo successore.

Si giunse a questo punto nel pieno di una rissa da pollaio con i galli che si nutrono di anfetamine. Grillo chiese ragionevolmente di votare un personaggio di alto profilo esterno al mondo dei partiti e fu mandato affanculo per direttissima: sia mai, il Presidente della Repubblica lo nominiamo noi ed è uno dei nostri. Il PD, chiarendo con chi intendeva davvero trattare, candidò uno dei fautori del crollo di Prodi del 1998, sperando di ottenere i voti del cosiddetto centro-destra, ma qualcosa andò storto. Allora pensò bene di commettere suicidio rituale: si armò di katana, si schierò in mezzo alla piazza dichiarando con voce stentorea che l’intera coalizione avrebbe votato l’odiatissimo Romano Prodi, poi si trafisse con la spada.

I vertici del PD vennero azzerati e, in assenza di qualcuno che potesse dettare la linea, invece di votare per un candidato esterno ma notoriamente di sinistra come Stefano Rodotà (in cambio della cui elezione Beppe Grillo di fatto promise di votare la fiducia al conseguente governo), decise di chiedere al peggior Presidente della Repubblica della storia, di anni 88, di accettare un secondo mandato. Il peggior Presidente della Repubblica della storia si prese quei 2 o 3 decimi di secondo per riflettere, poi accettò. Si andò in aula, il presidente uscente ne risultò eletto con il voto compatto di grosso modo tutti quelli che avevano promesso di appoggiarlo.

Io spero che tutto questo abbia finalmente chiarito una cosa: il PD, o qualunque cosa sia rimasta dopo l’esplosione, non è, e non è mai stato, un partito di sinistra, né di centro-sinistra. Non è neanche un partito, ma soprattutto non è di sinistra. Professarsi di sinistra anche solo come vago orientamento e votare per il PD, o per qualunque cosa uscirà dalle sue mefitiche ceneri, a meno che non passi attraverso una radicale fase di rinnovamento e di epurazioni, è come dichiarare di tifare Roma e andare a vedere il derby all’Olimpico dirigendosi verso la curva Nord vestiti di bianco e celeste.

Basta.

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