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Ruby Throat - Out of A Black Cloud Came A BirdChiunque sia passato per sbaglio su queste pagine potrebbe aver avuto il sospetto che io ami la musica. In particolare, amo la musica indipendente. Come concetto, al di là dei singoli nomi, gruppi, generi o movimenti.

Una persona che, in questo ambito, amo particolarmente è KatieJane Garside, probabilmente il più sexy animale del pianeta, un tempo vulcanica ed esplosiva leader dei Queen Adreena, autori di pezzi memorabili come “Pretty like drugs” e di album sensazionali come “Drink me”. Nella seconda metà del decennio scorso, KatieJane ha cominciato a guardarsi attorno per esprimere quanto una band noise non le permetteva di esplorare della sua personalità: dopo un disco solista registrato a casa propria, intimo, etereo e a tratti magnifico, ancorché un po’ prolisso e poco movimentato, ha dato avvio ad un progetto diverso, denominato Ruby Throat.

I Ruby Throat sono due: in pratica le loro canzoni sono orchestrate con voce e chitarra, spesso elettrica. Raramente si aggiunge qualcos’altro, per lo più effetti e basi. La voce è quella di KatieJane, la chitarra è invece opera di tale Chris Busking, un tizio scovato nel 2006 dalla stessa Garside nella metropolitana di Londra. Si parlava di musica indipendente: quale musicista, in ambiente mainstream, avrebbe proposto di registrare in totale autonomia dei dischi ad un artista di strada? Chi avrebbe prodotto e distribuito materiale del genere senza nessun tipo di intervento per rendere fruibile il lavoro?

Ecco, questo per me è il concetto di musica – o il concetto di arte, più precisamente: esprimersi e realizzarsi liberamente, senza vincoli o costrizioni. Se poi l’espressione prescinda dalla forma o meno, è una questione di cui si deve occupare l’artista, non il discografico che ha il solo interesse di vendere il prodotto. Un grandissimo disco realizzato in totale autonomia, “White flags of winter chimneys” di Wendy & Lisa, fu poi consegnato ad un professionista amico del duo con la raccomandazione di “make it sound cool”. Analogamente, chi, come Florence Welch, si mette in casa come tastierista una produttrice ben inserita nell’ambiente londinese, evidentemente cerca un certo tipo di forma sonora. Tuttavia il contenuto espressivo può essere indipendente da questo aspetto.

Il progetto Ruby Throat lo è: niente imbellettamenti, niente produzione di un qualche livello. Due persone che suonano una musica di una semplicità disarmante, con un approccio minimalista ed una malinconia struggente e carezzevole. Per “In the arms of flowers”, uno dei brani del loro secondo album, “Out of a black cloud came a bird”, è stato realizzato un video. Si tratta di immagini girate in una radura, con degli alberi in fiore, ma immersi in un’atmosfera dimessa, quasi autunnale, con colori poco saturi e quasi impalpabili. Katie Jane Garside, con indosso un trucco troppo pesante e la sola sottoveste, appare in trasparenza, come una specie di interferenza, o talvolta somigliando più a uno spettro, a guisa di una bambola vittoriana in rovina.

Raramente ho visto un video descrivere meglio la musica che accompagna: eterea, sottile, quasi silenziosa, cupa ed autunnale, la canzone scorre lenta, delicata ma vagamente inquietante. La voce si eleva poco al di sopra del sussurro, ma non è tanto un segreto quello che racconta, perché un segreto crea disagio: qui si parla di confidarsi, di mettersi a nudo, e certe cose merita di ascoltarle solo chi vuole davvero stare a sentire. La chitarra elettrica accompagna semplicemente con una sequenza di accordi, senza mai prendere il sopravvento o nemmeno osare contendere la scena ad un cantato morbido ed ipnotico.

Questi sono i Ruby Throat. Potrei parlare più approfonditamente del duo, dei singoli dischi, delle singole pennellate, magari citando le piccole variazioni stilistiche e musicali o discutendo di come il tutto non rappresenti per KatieJane Garside tanto una rottura con l’esperienza dei Queen Adreena quanto una sua continuazione con mezzi diversi, ma davvero difficilmente aggiungerei qualcosa a quanto emerge dalla visione e dall’ascolto di “In the arms of flowers”. Si potrebbe sostenere che un gruppo, o anche un disco, che propone solo cose del genere è piatto e noioso. Magari è vero, ma a volte bisogna semplicemente sdraiarsi e lasciarsi coccolare.

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