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Kazuo Ishiuro - Non lasciarmiHo comprato questo libro sulla base di una serie di considerazioni, più o meno razionali: 1) Volevo provare un autore giapponese (ancorché naturalizzato britannico) dopo aver letteralmente adorato due romanzi di Murakami; 2) Mi intrigava leggere qualcosa di Ishiguro, anche se chi aveva letto “Quel che resta del giorno” mi aveva parlato di un’opera pesante e poco fruibile; 3) Mi sono fatto intrigare dalla quarta di copertina, unitamente al fatto che, trattandosi di un romanzo breve, c’era un rischio piuttosto basso che fosse così illeggibile da scoraggiarmi addirittura a finirlo; 4) Mi ha colpito l’immagine in copertina.

Considerazione preliminare: chiunque sia incuriosito da quanto scritto sul retro del libro, si prenda un attimo per andare a documentarsi presso fonti diverse (ad esempio questo post?), perché il riassunto ed il commento dell’editore sono terribilmente fuorvianti. Chiunque rimanga incuriosito tenga presente quanto segue: è un libro devastante, è una lettura dalla quale si esce annichiliti.

Siamo in un presente distopico. Kathy è una donna che viene inizialmente identificata col termine “assistente”, un lavoro che la sfinisce psicologicamente. Il romanzo segue due sviluppi in parallelo: la vita presente di Kathy, che risulta essere un’assistente piuttosto anziana, ancorché anagraficamente giovane, al punto che chiunque interagisca con lei si sorprende del fatto che non sia ancora diventata “donatrice”, ed i flashback del suo passato ad Hailsham, una strana istituzione educativa oggi chiusa, dove un grosso numero di ragazzi e bambini evidentemente privi di famiglia seguiva un percorso formativo singolare e costellato di strani eventi, tra i quali dei saltuari comportamenti incomprensibili da parte di alcuni docenti e delle visite di una direttrice che non entrava mai in contatto diretto con gli alunni.

La posta in gioco non è inizialmente chiara, poi lentamente emergono i veri significati delle parole “assistente” e “donatore”, insieme a tutta la dimensione tragica dell’opera: semplicemente, salvo situazioni speciali molto, molto rare, una volta usciti da Hailsham, i giovani iniziavano ad assistere i colleghi più anziani, divenuti donatori di organi, tentando di rinviare il momento di esser chiamati ad iniziare a loro volta a donare i propri, fino a morire, o come si dice nel libro a “completare il percorso di donazioni”, solitamente a seguito del quarto intervento.

Già con questo, ci sarebbe più che a sufficienza per dire che si tratta di un’opera di una crudezza allucinante, ma non è finita. Di fatto il libro parla di due aspetti: primo, la singolarità di Hailsham, trattata sempre con deferente rispetto da chiunque interagisca con Kathy, sulla quale lei stessa, assieme a due ex compagni oramai divenuti donatori, decidono di svolgere alcune indagini fino ad arrivare a conoscere come si è arrivati ad una situazione del genere e di che cosa l’impegno della direttrice e degli insegnanti constasse davvero; secondo, il percorso di vita di persone condannate ad esperienze terrificanti, che si trovano nella posizione di essere talmente scombussolate dal lavorare per rimettere in salute individui solo per permettere loro di essere sottoposti ad altri interventi e vederli rapidamente morire, da vedere la prospettiva di diventare donatori, e dunque di iniziare il proprio sacrificio, come una specie di librazione.

Ripeto, è un romanzo allucinante, devastante, nel quale uno può anche vedere una raffigurazione della vita di qualunque essere umano, della sua corsa verso l’inevitabile e di come talvolta non si veda l’ora di accelerarla pur di tirarsi fuori da situazioni che si vivono come insostenibili – e sotto questa luce l’esperienza di lettura diventa ancora più opprimente, dolorosa. Inoltre la delicatezza, la tenerezza con cui Ishiguro racconta la storia e tratta i suoi protagonisti, carezzandoli benevolmente mentre dipinge la totale naturalità con cui questi accettano il proprio destino da un lato riescono a rendere l’opera fruibile, ancorché con enormi difficoltà, dall’altro, se ci si sofferma un attimo a riflettere su quello che tutto questo significa, peggiorano ulteriormente le cose.

Mi chiedo quanto sia stato difficile anche scriverlo, un romanzo del genere, se per leggerlo ci vuole tanto coraggio. La lettura è una sofferenza incredibile, ma, se lo scopo dell’arte è raccontare la vita, “Non lasciarmi” è un libro bello, ma bello, bello, bello.

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